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Giovedì, 26 Maggio 2022
Cultura

Giorno della memoria, quattro ore di racconti agli studenti collegati da scuola 

Le ragazze e i ragazzi che dal 2002 salgono, per non dimenticare, sul treno per Auschwitz o che si affollavano a migliaia, dal 2006 negli anni pari, al Mandela Forum di Firenze non ci sono

“Mai più odio e mai più silenzio” grida dallo schermo Vera Vigevani Jarach, collegata da Buenos Aires dove la mattina è iniziata da poco. “Mai più indifferenza”. Parole che si sommano al trittico di “verità, giustizia e memoria” per cui le madri di Plaza de Mayo, quale lei è, hanno lottato in piazza. Termina con il suo appello ai giovani, su cui nutre grandi speranze, l’intensa mattina con cui la Regione Toscana, anche quest’anno, ha voluto ricordare il Giorno della memoria. Quattro ore di testimonianze e riflessioni, per ricostruire un mosaico della storia dove passato e presente di continuo si parlano. 

Le ragazze e i ragazzi che dal 2002 salgono, per non dimenticare, sul treno per Auschwitz o che si affollavano a migliaia, dal 2006 negli anni pari, al Mandela Forum di Firenze non ci sono. La pandemia ha imposto da tre anni nuove regole. Mancano i loro occhi spersi, a volte sgomenti ma sempre attenti e desiderosi di conoscere e capire. Mancano le loro domande ai sopravvissuti, quando le luci si spegnevano. O meglio: ci sono, ma collegati da remoto con i loro computer. E non sono stati pochi anche stamani: oltre mille e cento classi di scuola superiore, a spanne più venticinque o ventisettemila studenti, condotti prima attraverso i cancelli di Auschwitz, il campo di sterminio per antonomanasia che il 27 gennaio del 1945 fu liberato, poi sui binari della storia per capire come persecuzioni e discriminazioni iniziarono molto prima. E quindi di nuovo nel presente, difficile a volte da decifrare se non si conosce quello che prima c’è stato.    

Un viaggio, una lezione di storia ma anche di civismo. Con tante voci ed anche in musica, perché anch’essa può farsi memoria: come nel caso di Enrico FinkAlexian Santino e l’Orchestra multietnica di Arezzo che nelle loro esibizioni raccontano le culture dei diversi, ebrei e rom, e l’incontro tra diversità che genera (sempre) cultura. 

La mattina finisce con le parole di Vera Vigevani Jarach, a lungo giornalista corrispondente dal Sudamerica e testimone di due storie: quelle degli ebrei discriminati in Italia e delle vittime della dittatura argentina. Lei in una campo di sterminio non c'è mai finita, diversamente dal nonno che ci è morto. E’ riuscita a fuggire, assieme al resto della famiglia. Ha comunque patito le leggi razziali, l’esclusione da scuole e ben due drammi: la figlia Franca è infatti uno dei trentamila desaparecidos della dittatura di Videla. Fu condotta nel 1976 in un campo di concentramento, giovanissima, e scomparve nel nulla in uno dei tanti voli della morte, senza una tomba su cui piangerla. 

“Storie diverse – dice – ma che ugualmente raccontano a che punto può arrivare il fanatismo e la malvagità umana, con la complicità di chi guarda dall’altra parte”. E’ accaduto negli anni Trenta e Quaranta in Germania e in Italia. E’ successo di nuovo in Argentina. Invoca fratellanza e solidarietà, attenzione per l’ambiente e per gli altri: l’unica ricetta per un mondo migliore. Ma ha fiducia nei giovani: “per niente ignavi o indifferenti come si racconta, anzi il contrario”. “Anche se – aggiunge – il nido del serpente è sempre lì che incombe e non bisogna mai abbassare la guardia”. 

Prima di Vera in tanti la mattina si erano alternati sul palco, fisico e virtuale, del Teatro della Compagnia di Firenze trasformato in una sorta di studio televisivo. La grafica scelta per questa edizione evoca le farfalla gialla della poesia di uno dei quindicimila bambini rinchiusi nel campo di Terezin e morto ad Auschwitz: farfalle che ora volano libere in un prato, simbolo della libertà e dell’infanzia perduta ma che richiamano anche alla vita e alla speranza. Responsabilità e conoscenza sono le parole chiave che si ripetono ed annodano i tanti fili di un trama complessa. 

Ugo Caffaz, anima fin dall’inizio, venti anni fa, del Treno della memoria toscano, il primo organizzato da una Regione, ricorda come la colpa delle discriminazioni e persecuzioni dei tanti ‘diversi’ che si voleva eliminare non fu solo dei nazisti tedeschi. “In tanti in Italia collaborarono e furono conniventi, anche se ci fu comunque anche chi, a rischio della propria vita, si adoperò per salvarli”. Tredici milioni di persone morirono nei lager, metà ebrei e il resto oppositori politici, omosessuali, disabili, internati militari, rom e sinti. Sterminati dai nazisti, arrestati spesso (in Italia) da fascisti italiani. “La storia insegna   - ammonisce Caffaz, citando Gramsci – ma non ha scolari”.

“La libertà va difesa perché non è scontata: per questo non ci si deve mai girare dall’altra parte” dice il presidente del Consiglio regionale, Antonio Mazzeo. “La Toscana è terra di libertà e non di antisemistimo” rilancia il presidente della Regione Eugenio Giani, riferendosi al bambino ebreo insultato da altri giovani a Venturina in provincia di Livorno nei giorni scorsi. 

Bernard Dika, consigliere per i giovani del presidente, ricorda come “il problema degli altri è anche un nostro problema”. Per questo non ci si può arrendere all’indifferenza. Rammenta anche la banalità del male, commesso allora in Germania e in Italia non da alieni ma da uomini e donne come gli altri, a volte parenti ed amici di chi rimase nel silenzio o ne fu vittima.  “La storia va studiata, conosciuta, approfondita. Non può essere rinnegata, né riscritta” scandisce l’assessora all’istruzione e alla memoria della Toscana,  Alessandra Nardini, che sul palco ricorda anche la storia del nonno paterno che fu uno dei 650 mila soldati italiani che all’indomani dell’8 settembre disse no alla Repubblica di Salò e fu deportato. Fortunamente tornò.  

Intanto Luca Bravi, storico nelle vesti per l’occasione di conduttore, prende per mano le tante e diverse storie degli ospiti ed inizia a costruire il mosaico, invitando a “non farsi piovere la storia addosso”. 

Si parla degli internati militari, attraverso la voce di Antonio Ceseri, deportato in Germania subito dopo l’armistrizo e sopravvissuto, assieme a soli altri due compagni, alla strage di Treuenbrietzen, dove morirono in 127. Si salvò facendosi scudo del corpo di altri soldati morti. Oggi non c’è più, ma più di una volta è salito sui treno della memoria con le ragazze e i ragazzi toscani. Si parla della Resistenza, con il volto di Marcello Martini. Anche lui non c’è più, instancabile testimone fino al 2019. Aveva quattordici anni  e faceva la staffetta partigiana quando fu deportato da Montemurlo, dove la famiglia era sfollata, a Mauthausen. Quando tornò a casa e riprese la scuola il preside disse alla mamma: “Va bene, è stato deportato ma lì ci sarà pur stata una biblioteca per leggere qualcosa”. Parole che ben spiegano come all’indomani della guerra in pochi capivano cosa era davvero successo e come pochissimi avessero voglia di ascoltare. “Anche per questo nacque nel 1947 l’Aned, l’associazione degli ex deportati” racconta Laura Piccioli, uno zio deportato e presidente della sezione fiorentina dell’associazione. Che avverte: “ Senza legami con l’attualità la memoria rischia di venire meno”.  

Anche il messaggio di Vera Michelin Salomon, scomparsa da più di due anni, rivive grazie ad interviste passate. Invita a combattere per un mondo migliore e a vigilare sulla società in cui si vive. Vera, valdese, visse l’arresto a Roma. Non aveva ancora ventuno anni. Una ribelle mai pentita. “Coraggiosa? Forse eravamo guidati dall’incoscienza” si schernisce davanti a Gad Lerner che l’intervista. Ma invece era pienamente cosciente. Aveva solo fatto una scelta, distribuendo nelle scuole volantini contro gli occuppanti tedeschi. E per questo fu arrestata, condannata a tre anni di carcere duro in Germania.   

Anche gli omosessuali furono perseguitati. Furono forse 15 o 20 mila, ma non si conosce il numero esatto. Heinz F., la sua testimonianza rivive sugli schermi, fu internato a Dachau e Buckewald solo per il sospetto di essere omosessuale. Scontò otto anni di reclusione e fu vittima poi della prigionia del pregiudizio, anche dopo la guerra, con l’omosessualità che in Germania dalla fine dell’Ottocento è continuata ad essere considerata reato, almeno formalmente, fino al 1969 e in modo più attenuato fino al 1994. “E’ la gabbia della cultura silente che sopravvive a volte anche oggi: quella del “lo puoi fare ma” …” commenta Luca Dieci, presidente del Toscana Pride. E che sfocia talvolta in aggressioni: 191 in un anno, tra il 2020 e il 2021. 

Nel giorno della memoria toscano si ricorda anche l’eliminazione dei disabili, portati in Germania fin dal 1933 negli ospedali non per essere curati ma per essere uccisi (a volte con una iniezione, altre con il gas) oppure per farne oggetto di esperimenti. L’obiettivo era liberare la società da un peso. Così se ne andarono in 70-100 mila. “C’è stata una complicazione – veniva scritto alla famiglia – ma è morto dolcemente …”.

E con i disabili anche rom e sinti finirono tra le “vite indegne di vita”, al pari di barboni o  prostitute  e di tutti coloro che non collimavano con il modello di società che il nazismo immaginava. Coniarono per loro la parola “zingari”. Una parola che sopravvive ancora oggi e che pesa come un macigno. A volte incosapevolmente. Lo racconta Eva Rizzin, nipote di rom e sinti deportati,  mentre sul video scorre l’intervista a Rita Prigmore, sinti tedesca utilizzata come cavia per sperimentazioni di eugenetica di cui soffre ancora le conseguenze. 


Nel passato non sempre si trovano risposte. "Non lo troverete qui ad Auschwitz - ammonisce ogni volta Michele Andreola, da dieci guida italiana al museo del campo - ma fatevi piuttosto della domande e portatele nelle vita di tutti i giorni". 

Parole che Shulim Vogelman, amministratore della casa editrice Giuntina di Firenze e nipote di Shulim Vogelman, deportato con la moglie Annetta e  la figlia Sissel, traduce ricordando come ricordare voglia dire ripetere ma anche rinnovare. “E gli spunti per il rinnovamento ce li dà il mondo,  con le ingiustizie di cui è teatro”. Un invito a guardarsi sempore attorno. Come quello di Edith Bruck, che ammonisce: “Ci sono oggi frasi che ricordano quelle di allora: non bisogna mai tacere”. 

“Non si può ubbidire e basta” sferza Kitty Braun Falaschi. Classe 1936, esule fiumana dopo la guerra a Firenze, dove ha insegnato a lungo alle scuole medie e dove tuttora vive, aveva nove anni quando, come ebrea, fu arrestata e deportata: cinque mesi a Ravensbruck, il lager delle donne, e poi Bergen Belsen, dove è morta Anna Frank. Piccola e già grande a raccontare fiabe ogni giorno agli altri bambini del campo. Non tutti la capivano, ma era una voce rassicurante. Ricorda il giorno del suo compleanno sul treno che la portava al lager: un secchio per raccogliere i bisogni di tutti. La mamma barattò con alcune partigiane un uovo e un po’ di zuccero e preparò per lei, il fratello Roberto e il cugino Silvio una zabaione. “E fu festa”. Rievoca la ‘nevicata’ di pidocchi neri dal letto sopra il suo – un incubo che ancora oggi non le permette di dormire in cuccetta – e i prigionieri che l’accolsero nel campo e che assomigliavano a spettri, tutti pelle ed ossa e grandi occhi. 

L’ultimo ricordo è delle sorelle Andra e Tatiana Bucci, scambiate per gemelle e per questo sopravvisute alla selezione iniziale a Birkenau, ma scampate poi anche agli esperimenti di Mengele. Avevano sei e quattro anni quando finirono in quell’inferno. Sono collegate una dalla California, dove vive con figlie e nipoti, e l’altra da Bruxelles.   Raccontano gli anni in orfanotrofio dopo il lager e il complicato ritorno a casa. Tante volte sono salite sul treno della memoria toscano: alcuni anni fa l’hanno fatto assieme alle figlie e i nipoti. Un messaggio di speranza, perché la vita continua, e di una memoria che si tramanda. E solo così, con i piedi ben saldi anche nel presente, la memoria può infatti essere viva. 

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