Martedì, 27 Luglio 2021
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Il racconto dell'Omino d'Oro di Arezzo

Nel giorno del ventesimo anniversario dalla morte di Enzo Droandi, partigiano, scrittore e dirigente di banca, pubblichiamo il suo racconto sull'Uomo d'Oro di Arezzo del 1988

Di seguito pubblichiamo il racconto sull'Uomo d'Oro di Arezzo del 1988 fatto da Enzo Droandi, partigiano, scrittore e dirigente di banca, che morì esattamente 20 anni fa, il 19 giugno 2001.

Compariva al mattino, sul presto, in piazza della stazione, e la gente che andava al primo treno per recarsi a lavorare lo trovava lì, immobile, con lo sguardo fisso. Aveva accanto la bicicletta sempre pulita, tutta tinta con polverina color oro, tutta dorata, compresi il manubrio, il carter, il cambio ed il sellino.

Portava un cappello a mezza falda, anch'esso tutto dorato, ed indossava uno strano costume, che, senza la polverina d'oro, sarebbe stato un normale vestito da operaio: calzoni ristretti sul polpaccio ed un giaccone da lavoro.

Ma anche i risvolti del bavero erano dorati e così pure le fasce che servivan da raccordo fra i dorati pantaloni ristretti e le scarpe, altrettanto porporinate.

Stava lì, dall'alba, in un angolo di piazza della stazione, ad occhi aperti, e non guardava. Teneva gli occhi attenti, degli occhi belli, non gli occhi di un folle o di un ossessionato, attenti ad un qualcosa che nessuno è mai riuscito a vedere.

Poteva passare un carrettino, un cavallo, od una fanfara dei bersaglieri od un carro funebre: gli occhi rimanevano fissi, non in una disperazione spenta, ma su di un qualcosa che non era visibile.

Di una cosa si accorgeva: della pioggia.

Se cominciava a piovere, con mossa lenta e senza stizza, dolcemente, toglieva da una qualche parte un ombrello tutto dorato, lo apriva, e riprendeva la sua posizione naturale.

Verso le otto del mattino, qualsiasi tempo incombesse sulla città, qualsiasi sole impazzasse, qualsiasi gelo penetrasse dentro le ossa, saliva in bicicletta e, faticosamente, lentamente, senza però esprimere lo sforzo, saliva per via Guido Monaco e riprendeva la sua posa di statua dorata, all'angolo del palazzo delle poste.

Stava lì, immobile, silenzioso. Se qualcuno, i più per bontà, pochi per scherno, gli rivolgeva la parola, non rispondeva. Non volgeva neppure gli occhi a chi parlava. Sembrava assente, uno che non fosse lì, tutto dorato. Tutto dorato, perchè‚ la polverina riguardava tutto il suo abbigliamento, anche i guanti alla moschettiera che calzava.

Tutto dorato, tutto, escluso il volto e le mani, volto e mani ben puliti e curati; tutto dorato.

A fine della mattinata si spostava nuovamente e si poneva, senza dar noia a nessuno, nell'angolo dell'incrocio che è fra il Corso e via Crispi, dalla parte dove sono gli strumenti che misurano temperatura ed umidità.

Battesse il solleone od imperversasse il temporale, ad ore precise, senza consultare orologi e come comandato da un istinto, ripeteva gli spostamenti in diversi luoghi della città, per poi scomparire alle prime ombre.

Tutto aveva, fuorchè‚ l'aria di un allucinato.

Nessuno era in grado di disturbarlo, nulla lo disturbava, e lui non disturbava alcuno.

Se qualcuno gli offriva una moneta non guardava, non rispondeva, non la prendeva.

La gente, curiosa, lo avvicinava per vedere quel vestito tutto incartonato dalla porporina, quei risvolti ed i guanti di tela cerata. E cercava di incontrare i suoi occhi, ma non riusciva a coglierli.

Venne fuori un nome che non era offensivo, ma accettabile: l'uomo d'oro. Un nome buono, come si può giudicare.

Poi nacque la leggenda. La gente cominciò a dire, non so con quale fondamento, che si trattava di un vedovo che aveva avuto un solo figlio, e che questo era disperso nelle piane ghiacciate dell'Ucraina, con tutti quei giovani che non erano tornati; e che lui, l'uomo d'oro, aspettava che il figlio tornasse. Una leggenda carica di pietà era questa, che nascondeva bontà verso un uomo, ma, più che altro, verso un atteggiamento del quale nessuno sapeva individuare le cause.

Andò avanti così per anni, per tanti anni. L'uomo d'oro compariva per le strade all'alba e scompariva al tramonto, sempre lucente di porporina, sempre rasato, sempre pulito, sempre assente. In inverno ed in estate.

Non disturbava e non si faceva disturbare.

Qualche cattivo cominciò a chiamarlo baco d'oro, ma la gente non accettò la nuova denominazione e seguitò, nei suoi discorsi, a riferirsi all'uomo d'oro.

Qualcuno voleva far qualcosa per lui, per questo assente che viveva in una città civile e gentile, che sembrava non prendere dalla città‚ un sorso d'acqua‚ un po' d'aria, che accettava solleone, neve, vento, tempesta e tepori primaverili come se non lo riguardassero, che non prendeva posto, che non disturbava.

Occupava poco spazio, anzi nessuno spazio, ed era come se nel panorama o all'orizzonte non ci fosse.

Non occupava spazio nella città, tanto è vero che nessuno, lì per lì, in un inverno gelido ed implacabile, si accorse che l'uomo d'oro non c'era più, sentinella immobile, nei luoghi consueti, dall'alba al tramonto.

La gente se ne accorse solo quando apprese dal giornale che in uno scantinato era stato ritrovato, senza vita, il corpo dell'uomo d'oro.

Freddo e denutrizione avevano fatto la loro vittima, avevano vinto questo uomo solo, questo uomo che alla sua città non aveva chiesto nè‚ acqua nè‚ aria, ma solo un misterioso orizzonte da scrutare ed un posto in un angolo di piazza o di strada sulle quali, se fosse stato per sua volontà, non avrebbe proiettato neppure la propria breve ombra.

Quando la notizia della scomparsa dell'uomo d'oro, di questo uomo forse volontariamente prigioniero della propria solitudine, si diffuse, il pensiero tornò alla leggenda del figlio atteso, del figlio disperso su lontane pianure attanagliate dal ghiaccio.

I più sensibili ebbero il coraggio di sperare che la leggenda non avesse un fondo di verità; altrimenti quel figliolo sarebbe morto due volte, due volte su quelle pianure fatte di gelo, di pianto, di solitudine, di ombre lunghe cancellate dal vento e dalla neve.

Dalla neve che è come il sole, che ora fa germinare, fa nascere, ed ora fa morire, fa scomparire.

Ancor oggi qualcuno si ferma sugli angoli che erano consueti all'uomo d'oro e cerca di vedere quel qualcosa che nessuno è mai riuscito a vedere e che, certamente, lui vedeva e vede ancora.

La storia dell'Omino d'Oro raccontata da Enzo Gradassi

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