Evasione Iva milionaria con l'argento, attesa per la decisione sui rinvii a giudizio

L'ipotesi di truffa milionaria emerse in seguito ad una importante operazione condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dal pm Marco Dioni, che risale al febbraio del 2015. 

Foto d'archivio

Potrebbe essere il giorno della verità per buona parte dei  32 imputati nell'udienza preliminare per l'operazione "Argento vivo". Oggi il gip Giampiero Borraccia, potrebbe pronunciarsi sui rinvii a giudizio di buona parte delle persone accusate di truffa aggravata ai danni dello Stato per evasione (milionaria) dell'Iva. 

L'ipotesi di truffa milionaria emerse in seguito ad una importante operazione condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dal pm Marco Dioni, che risale al febbraio del 2015. 

Secondo le fiamme gialle, quello al quale si trovarono di fronte sarebbe stato un raggiro dal valore di circa 3,2 milioni di euro di Iva evasa. In seguito agli accertamenti la Procura di Arezzo formulò le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Quattro di questi hanno in passato già provveduto a definire la propria situazione giudiziaria.

Tra gli imputati ci sono Plinio Pastorelli, ex consigliere delegato di Oro Italia Trading difeso dagli avvocati Luca Fanfani e Pier Matteo Lucibello. Alcuni degli imprenditori coinvolti hanno chiesto di essere giudicati con rito abbreviato e il procedimento quasi certamente sarà seguito dal gip Fabio Lombardo. Oggi per tutti coloro che hanno deciso di procedere con il percorso ordinario ci potrebbe essere l'importante decisione sul rinvio a giudizio. 

La vicenda

L'intera vicenda ha preso le mosse quattro anni fa, quando le indagini della Guardia di Finanza permisero di scoprire una frode fiscale nel settore del commercio di metalli preziosi (principalmente argento, ma anche platino, palladio e rodio). Dietro alla truffa fuorono scoperte due distinte organizzazioni criminali i cui soggetti principali erano due aretini, noti nel distretto orafo locale, che, pur non avendo alcun ruolo formale nelle società coinvolte, erano in grado di controllarne l’operatività, dirigendo i “prestanome” in maniera quasi militare arrivando al punto di dirgli come vestirsi o cosa dire durante gli atti gestionali.

Le due organizzazioni acquistarono ingenti quantitativi di argento puro senza però corrispondere l’Iva ai fornitori. Poi l’argento puro veniva trasformato in semilavorato con l’obiettivo di assoggettare ad Iva le successive vendite attraverso società “cartiere” che non versavano Iva.

Il metallo veniva poi definitivamente ceduto al cliente finale che lo faceva nuovamente affinare per ricollocarlo sul mercato. Il sistema fraudolento consentiva ai membri delle associazioni criminali di intascare l’Iva generata dalle operazioni commerciali strumentalmente realizzate, nonché al cliente finale di acquistare i metalli preziosi ad un prezzo sensibilmente inferiore a quello che avrebbe potuto spuntare se si fosse rivolto direttamente alle aziende che fornivano i beni e che davano inizio al “circuito” economico artificioso e “messo in piedi” al solo scopo di poter frodare l’erario.

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