Villa Mancini. Quell'angolo di Arezzo che fu nido d’amore per D’Annunzio e Amaranta 

Villa Mancini si sviluppa su quattro livelli ed è sovrastata da un’elegante altana curvilinea con timpano, oggi asimmetrica rispetto al corpo rettangolare della costruzione

Le storie d’amore tormentate sono spesso quelle che rimangono fissate nell’immaginario collettivo. Ce lo conferma la storia e ce lo ribadisce la letteratura di ogni tempo. Pensate che una di queste, agli inizi del Novecento, ebbe come scenografia privilegiata un’imponente dimora gentilizia in località Palazzetti di Petrognano, a breve distanza dalle frazioni di Ponte alla Chiassa e Giovi.

Stiamo parlando di Villa Mancini, situata nella zona dove, a detta di Dante Alighieri e del suo XIV canto del “Purgatorio”, il fiume Arno fa una grande curva e nega disdegnoso il suo sguardo agli aretini.

Il terreno dove sorge la residenza fu acquistato nel secondo Seicento dai conti Barbolani di Montauto e la realizzazione dell’edificio fu portata avanti da Antonio e Ulisse, figli di Cesare Barbolani, nella prima decade del Settecento. Nel 1788 Clarice Barbolani ereditò l’abitazione signorile, portandola in dote per il suo matrimonio con Lorenzo Mancini, appartenente al patriziato fiorentino. Divenne così un’oasi estiva, dove gli eredi della coppia continuarono in seguito a ripararsi quando la calura rendeva Firenze invivibile. 

Villa Mancini si sviluppa su quattro livelli ed è sovrastata da un’elegante altana curvilinea con timpano, oggi asimmetrica rispetto al corpo rettangolare della costruzione. Era provvista di orologio, purtroppo scomparso, mentre sul portale è ancora presente lo stemma dei Barbolani, un’aquila bicipite coronata, che se fosse dipinta la vedremmo nera, sopra una fascia azzurra in campo d’oro. 

Sul retro erano situate le scuderie, contrassegnate da medaglioni con teste di cavallo, quasi tutti trafugati. Tra XIX e XX secolo l’edificio fu ornato da un parco, ormai quasi illeggibile. Dalle stalle si poteva scendere, attraverso un sentiero, verso la sponda sinistra del fiume, luogo di passeggiate e bagni nei pomeriggi afosi.

La dimora salì agli onori delle cronache mondane come nido d’amore della contessa Giuseppina Giorgi (1871-1961) e Gabriele D’Annunzio (1863-1938), poeta e scrittore simbolo del Decadentismo. 

Personaggio di spicco dell’universo dannunziano, Giuseppina nacque da una ricca famiglia di Santa Sofia in Romagna. Il “vate” conobbe la nobildonna – sposata con il conte e produttore di vini Lorenzo Mancini – a Roma nella primavera 1906. La incontrò di nuovo alcuni mesi dopo al Caffè Cova di Milano, durante l’Esposizione Internazionale. L’assidua corte del letterato e la proverbiale arte amatoria fecero a lungo tentennare e infine cadere la ragazza tra le sue braccia, anche se l’impresa non fu semplice. La Giorgi era infatti una persona colta e sensibile, ma anche piena di conflitti interiori per la rigida educazione ricevuta e per la sterilità, tra l’altro causata da una malattia venerea trasmessa dal marito libertino.  

D’Annunzio ricorda che l’11 febbraio 1907 i due trascorsero la prima notte focosa alla “Capponcina”, la sua villa di Settignano. La relazione clandestina fu appassionata e impetuosa. Lo scrittore soggiornò più volte a Villa Mancini o nelle vicinanze tra il 1907 e il 1908, soprattutto durante la bella stagione in cui la contessa si trasferiva lì dal palazzo fiorentino di via dei Benci. Nelle lettere tra i due veniva spesso citato il circondario coi luoghi a loro più cari, come ad esempio la neo-medievaleggiante torre Mirabella, oggi intrappolata dalla vegetazione, definita dal vate “la terrazza aerea su l’Arno”.

Tra momenti di intensa passione, incontri rocamboleschi e i sensi di colpa di lei per la relazione irregolare, la storia andò avanti sul filo del rasoio fino al 14 luglio 1908, quando durante una gita a San Gimignano Lorenzo Mancini rivelò ai due di essere venuto a conoscenza della tresca attraverso alcune lettere anonime, nelle quali forse era implicata l’istitutrice di lingue e governante viennese Adele Scholtzel, sua amante.

Seguì una fase drammatica in cui il conte, sempre più ubriacone, intraprese una lunga azione legale per ottenere il divorzio e sposare la nuova compagna. Nel frattempo Giuseppina cominciò a dare segni di squilibri mentali, dai quali venne fuori nel giro di tre anni, mentre D’Annunzio, dopo lo scoramento dei primi giorni, iniziò a guardare con sempre maggiore interesse alla cantante Nathalie De Goloubeff

Nel 1922 Lorenzo Mancini morì di alcolismo e lasciò la dimora aretina alla governante, la quale non poté ereditarla in base alle leggi in vigore in quanto lei era straniera e il conte pure, visto che per velocizzare l’iter di separazione era arrivato persino a prendere la cittadinanza ungherese. L’edificio passò così al Demanio Regio e la Giorgi riuscì a riacquistarlo nel 1926. Ancora oggi appartiene a una discendente della sua famiglia. 

Amaranta (il fiore che non appassisce mai) o Giusini, come veniva soprannominata la nobildonna, rimase nei ricordi del poeta fino alla fine. Il diario “Solus ad Solam”, un disperato soliloquio scritto tra l’8 settembre e il 5 ottobre 1908 e uscito postumo nel 1939, ricorda quella grande e breve storia. Il vate lo consegnò autografo a Roma il 26 maggio 1915, prima di partire per la guerra. Fu proprio Giuseppina ad autorizzare la pubblicazione alla casa editrice Sansoni, a cura di Jolanda De Blasi, un mese dopo la morte di D’Annunzio. 

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A chiusura del cerchio, nel 2017 è uscito “Io per te. Tu per me”, il prezioso carteggio tra i due a cura di Francesca Martinelli per Silvana Editore. 

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