Le rondini di Ottavo e le croci di Baldassarre

Una passeggiata consigliata nella natura, alla scoperta di un singolare personaggio dell'Ottocento

Avete voglia di stare in pace con il mondo e riscoprire la bellezza delle piccole cose? Vi consigliamo di fare una passeggiata a Ottavo, piccola località tra le frazioni di Rigutino e Vitiano, nella zona sud del comune di Arezzo.

Il luogo (ad octavum lapidem) prende il nome dall’ottava pietra miliare dalla città, lungo la via consolare romana Cassia Vetus. Alla fine nel XIV secolo è citata la “Villa Vitiani, Octavi et Monticelli” come uno dei tanti comunelli e ville del “capitanato” di Arezzo che oggi vanno a comporre, all’incirca, il territorio comunale. Sempre in zona, nel medioevo, è documentato l’ospedale di San Guglielmo, gestito da un ordine monastico-cavalleresco. 
Nel Seicento la famiglia fiorentina dei Serristori acquistò un palazzo appartenuto ai Gualtieri, che si trovava un chilometro a valle rispetto all’antica chiesa di Ottavo Vecchio, e lo trasformò in villa-fattoria. Nella prima decade dell’Ottocento, a poche centinaia di metri dalla tenuta, fu costruita la nuova chiesa di Santa Maria Assunta

A primavera, il piccolo piazzale del luogo di culto si trasforma in platea da cui assistere allo spettacolo di tante rondini. Esse vanno e vengono per portare cibo ai loro piccoli nei nidi di terra e paglia costruiti sotto al tetto. Un concerto polifonico che si ripete per magia ogni anno, mentre tutt’intorno la natura incontaminata esplode di colori e profumi. 
Pensate che negli statuti trecenteschi di Arezzo anche una norma le salvaguardava. Nella sezione che disciplinava la quotidianità e trattava le questioni penali troviamo infatti la rubrica "De pena ucellantium ad irundines". Il testo tradotto recita così: «Chiunque darà la caccia alle rondini con le reti o con altro artificio sarà condannato, per ogni persona e per ogni volta, a 40 soldi di multa. Chi le porterà a vendere sarà punito con una pena uguale. Chiunque può fare la denuncia e l'accusa. Riceverà metà della multa e gli si dovrà prestare fede».

Dopo aver assistito ai funambolismi degli uccelli in volo, vi consigliamo di andare sulle tracce di uno dei personaggi più singolari che vissero in Toscana nella prima metà dell’Ottocento. Si chiamava Balthazar Audibert, ma era meglio conosciuto come Baldassarre Audiberti. A lungo le sue origini rimasero un enigma e la tesi più sostenuta lo voleva pellegrino penitente nato a Vercelli. Secondo una diversa versione, Audibert era invece un vescovo francese filo rivoluzionario, che votò a favore della sentenza di morte per Luigi XVI, salvo poi ravvedersi. Un'altra tradizione ancora lo riteneva un generale napoleonico che, arrivato in Toscana, cambiò stile di vita e si convertì. 

Le ricerche accurate in Italia e Francia dello studioso Santino Gallorini, che sull’Audibert scrisse anche il volume del 2010  “Pellegrino verso il cielo. Baldassarre Audiberti, il santo delle croci” (Edizioni Effigi), chiarirono definitivamente il mistero nel 2016. In realtà era nato il 6 gennaio 1761 ad Annot, nel dipartimento delle Alpi dell'Alta Provenza. Frequentò il seminario e dal 1788 fu cappellano nella vicina Rouainette, villaggio nel comune di Ubraye. Nel 1791 scappò in Italia durante i disordini post-rivoluzionari, dopo aver abiurato il suo giuramento di fedeltà alla Costituzione Civile del Clero, che era stata approvata dall’Assemblea Nazionale Costituente nel luglio dell’anno precedente, ma che proprio nel 1791 venne condannata da papa Pio VI. 

Per quasi sessant’anni il personaggio girò in lungo e in largo, senza mai rivelare la sua vera provenienza, piantando delle grandi croci di legno con i simboli della passione di Cristo. I contemporanei lo consideravano un taumaturgo e le voci sulle sue capacità guaritrici si rincorrevano qua e là. Nel 1831 persino granduca di Toscana Leopoldo II lo chiamò al capezzale della moglie Maria Anna Carolina di Sassonia, cagionevole di salute.

Baldassarre morì ultranovantenne a Ottavo l’8 luglio 1852, dopo essere rimasto per cinque anni a letto infermo nella canonica. Il corpo fu fatto imbalsamare e poi esposto per quattro giorni al pubblico accorso da ogni dove. Venne quindi sistemato in una cassa di noce, a sua volta inserita in un’altra cassa, e poi sepolto in chiesa, dove una lapide nella parete sinistra conferma che il francese, fino alla fine, bluffò sia sull’età, sia sul luogo d'origine. 

Viaggiando per il Centro Italia vi sarà capitato di osservare le sue croci ai bivi delle strade, ai crocevia, nei cimiteri e vicino alle chiese di campagna. Alcune sono originali, molte altre sono riproduzioni in legno o metallo. Le trovate soprattutto nelle zone dei monti Amiata e Cetona, nella Val di Chiana senese, nell’area pistoiese, nel volterrano e ovviamente ad Arezzo, perché in tutta la provincia aretina sono quindici i comuni che conservano i suoi segni.

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A Ottavo le due croci lignee autografe sono scomparse. La prima si vedeva a Ottavo Vecchio, nei pressi dell’antica chiesa demolita, lungo la mulattiera che in pochi minuti sale al Parco di Lignano e dall’altra parte propone un panorama straordinario sulla Val di Chiana. La seconda era all’imboccatura della viuzza che collega Ottavo a Querciolo, quindi a metà strada tra la chiesa attuale e la settecentesca Villa Alberti, oggi trasformata in “Casa Famiglia Ottavia”. Nel luglio 2002, durante le celebrazioni per i 150 anni dalla morte di Balthazar Audibert, nei basamenti dove si trovavano le croci originali ne furono sistemate altre due realizzate da Roberto Storri, che ricordano a quelli che passeggiano nella zona un personaggio speciale, che due secoli fa era sulla bocca di tutti. 

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