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Badia San Veriano, un gioiello camaldolese in Valcerfone

Uno dei gioielli più conosciuti di questo territorio a est della città è Badia San Veriano, a circa 760 metri di altezza sul margine orientale dell’Alpe di Poti, raggiungibile attraverso la Sr73 o Senese Aretina che da Palazzo del Pero conduce alle Ville di Monterchi

L’area montana della Valcerfone, con i suoi boschi e sentieri, antichi borghi abbandonati, ruderi di possenti castelli e luoghi di arte e fede ancora ben custoditi, è una delle zone più affascinanti e misteriose del comune di Arezzo.

Uno dei gioielli più conosciuti di questo territorio a est della città è Badia San Veriano, a circa 760 metri di altezza sul margine orientale dell’Alpe di Poti, raggiungibile attraverso la Sr73 o Senese Aretina che da Palazzo del Pero conduce alle Ville di Monterchi. All’altezza della frazione di Molin Nuovo, l’indicazione per i resti dell’abbazia camaldolese invita a svoltare a sinistra e salire per circa cinque chilometri. La strada panoramica è dissestata, ma in qualsiasi stagione dell’anno offre degli scenari naturali incredibili.

Badia San Veriano, o sarebbe meglio dire San Veriano in Aiole, sorse all’incirca nella metà dell’XI secolo in seguito alla diffusione del culto del santo, le cui reliquie erano state raccolte nel 1012 nel duomo di Città di Castello. È citata per la prima volta nei documenti nel 1095 in riferimento a donazioni ricevute. 
Il monastero e la sua chiesa triabsidata, forse in origine benedettini, risultavano già collegati a Camaldoli in un documento del 1113. Nel 1198 il vescovo aretino ne entrò in possesso, ma nel 1216 erano nuovamente in mano ai monaci. L’influenza e la voglia di autonomia dei camaldolesi, mal vista dall’episcopato locale, nel corso del Duecento portò a veri e propri scontri fisici.  

Nella seconda metà del XIV secolo cominciò una forte recessione economica per l’abbazia e per tutta la Valcerfone, coincidente con la crisi politica di Arezzo che si concluse con la sottomissione a Firenze del 1384. La lenta decadenza del complesso religioso si protrasse anche per tutto il Quattrocento. 
Con la riforma dell’ordine camaldolese, che riunì i vari cenobi in congregazioni, autorizzata nel 1513 da papa Leone X, Badia San Veriano fu unita a quella fiorentina di Santa Maria degli Angeli. L’unione si concretizzò dieci anni dopo, nel 1523, con la morte dell’ultimo abate Nicola. Le rendite e i beni passarono al potente monastero, mentre un sacerdote nominato da Firenze si incaricava della cura delle anime che abitavano nei dintorni.
Nella visita apostolica del 1583, eseguita dal vescovo di Sarsina Angelo Peruzzi su incarico di papa Gregorio XIII, fu ordinato che la cripta della chiesa venisse adattata a usi profani. Da allora e fino agli anni Cinquanta del secolo scorso venne usata come cantina, deposito di carbone ed essiccatoio per le castagne.

Nel Seicento si dispose più volte di sistemare l’interno e gli altari ormai fatiscenti, ma è solo nel 1723 che l’abbazia, citata da quel periodo anche come San Reveriano, risultava restaurata secondo i canoni imperanti, quindi aggiungendo stucchi, intonacature e imbiancature nelle pareti. 
Nel 1790 partirono nuovi lavori che durarono fino al 1804, sollecitati dall’abate di Santa Maria degli Angeli Rainero Bianchi, come ricorda una lapide nella parete destra della chiesa. Grazie agli sforzi del parroco Giovan Battista Franceschi furono trovate le risorse per sistemare l’intero complesso monastico, ma il rimaneggiamento provocò dei pesanti cambiamenti. L’edificio sacro, ad esempio, fu accorciato nelle dimensioni e munito di una nuova facciata. 

Nel 1808, a seguito delle prime soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi, Badia San Veriano fu slegata dal monastero fiorentino da cui dipendeva e divenne di patronato regio. Da allora svolse il ruolo di chiesa parrocchiale per le famiglie della zona, finché la parrocchia fu cancellata nel secondo Novecento a causa dello spopolamento.
Già nell’immediato Dopoguerra partì l’attività di consolidamento e recupero, che riportò in vista nei decenni a seguire le parti originali che si erano salvate. Se dell’abbazia dell’XI secolo era rimasto poco, elementi importanti della chiesa coeva erano invece miracolosamente sopravvissuti, comprese le tracce della parte smantellata alla fine del XVIII secolo e la base dell’antico campanile circolare crollato, di chiara derivazione bizantino-ravennate.

Le tre absidi semicircolari sono oggi la parte esterna più celebrata, mentre l’attuale campanile a vela custodisce una preziosa campana del 1352 firmata Ristoro, che con il fratello Neri fu il più famoso fonditore aretino del XIV secolo. 
All’interno la chiesa si presenta a navata unica, con copertura a capriate. Da segnalare nella parete sinistra il quadro di “San Veriano” realizzato nel 2017 dal pittore aretino Roberto Meschini e a seguire l’urna cineraria etrusca ritrovata nel 1972 durante i lavori di recupero degli ambienti attigui. 
Nell’abside di destra merita di essere segnalata la “Madonna con il Bambino” di autore ignoto, rubata a marzo del 1979. Nell’agosto dello stesso anno il ladro pentito abbandonò la statua in un fosso, permettendone il recupero.
Sotto al presbiterio, infine, si trova la suggestiva cripta con le sue tre navatelle, dove spiccano le volte a crociera e le due colonne centrali sormontate da capitelli imbutiformi, anche questi dell’XI secolo con motivi di influsso ravennate.

Da anni alcune parrocchie aretine hanno “adottato” il complesso di Badia San Veriano, risistemando alcuni locali che sono utilizzati per ritiri spirituali e attività rivolte soprattutto ai giovani, compresi i campi scout. 
Un custode gentile, accompagnato da cavalli e caprette, accoglie durante la bella stagione quelli che vogliono visitare un luogo dove quasi mille anni fa alcuni monaci si insediarono con garbo nella natura incontaminata, regalando alle generazioni future una gemma di impareggiabile bellezza, che merita solo di essere preservata e valorizzata.

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