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Il coma e poi il percorso di riabilitazione. La storia di Mauro, 72enne che ha sconfitto il Covid 

Un percorso in salita quello affrontato da Mauro Bartoli che ha affrontato e sconfitto la malattia con impegno e forza di volontà. "Questa esperienza mi ha cambiato. La mia famiglia è stata insostituibile"

Mauro Bartoli per 25 giorni è come se non avesse vissuto. "Ero in coma famacologico e, ovviamente, non ricordo nulla di quello che è accaduto". Risultato positivo al Covid lo scorso 22 dicembre ha vissuto per settimane passando dalla degenza Covid, alla terapia intensiva, alele malattie infettive per poi approdare alle cure intermedie dell'ospedale La Fratta. Un decorso lungo e complicato e che Mauro ha saputo superare con difficoltà ma anche con grande forza. Lui 72enne, sportivo incallito, titolare dal 1968 dell'agenzia Sprint di via Calamandrei e buona forchetta, in una manciata di minuti ha visto la sua vita stravolgersi completamente.

"Nel giro di 40 minuti - racconta - sono passato dal salire da solo in ambulanza alla terapia intensiva. Erano le 20 del 27 dicembre quando sono stato ricoverato. Qualche giorno prima ero risultato positivo al Covid e per cinque giorni sono stati seguito dall’Usca presso la mia abitazione fino a quando la mia saturazione si è bruscamente abbassata. Sono arrivato in terapia intensiva dove sono rimasto in coma farmacologico fino al 20 gennaio. Oggi, scherzando, quando mi chiedono l’età, rispondo che ho 72 anni meno un mese perché i 25 giorni che sono rimasto privo di conoscenza è come non averli vissuti”.

Qualche giorno dopo il suo risveglio dal coma farmacologico, Mauro è stato trasferito al reparto di malattie infettive dove è rimasto fino al 29 gennaio per poi passare alle cure intermedie dell’ospedale della Fratta e tornare a casa il 30 gennaio. Un percorso difficile che ha messo a dura prova la resistenza di Mauro che, prima del contagio, conduceva una vita attiva dividendosi tra il lavoro, la passione per la bicicletta, le passeggiate nel bosco, la pesca in barca al mare. “Non mi fermavo mai - racconta ancora - Il Covid invece ha immobilizzato il corpo e la testa. Uscito dal coma, era come se tutti i cubi del cervello si fossero mischiati. Ho riacquistato lucidità ma la sensazione di non avere la forza di comandare il corpo è terribile. All’inizio della degenza in malattie infettive ero arrabbiato e non collaboravo. Facevo fatica a sopportare il casco e talvolta trattavo male anche quelle fantastiche persone, medici e infermieri, che avevano cura di me”.

La svolta è arrivata con l'avvio della fisioterapia. “Mi ha cambiato la vita – spiega - È iniziata quando ero in malattie infettive e il mio unico pensiero, quando mi hanno trasferito alla Fratta, era di poterla continuare dopo". A seguirlo in questo percorso riabilitativo c'è ancora oggi Andrea Giommoni, fisioterapista che ha assistito Mauro sia nella degenza Covid che in ambulatorio. "In degenza lo abbiamo stimolato al recupero della mobilità articolare e forza muscolare, nel posizionamento seduto e nel tentativo di statica. Cosa non semplice anche perché lui è di grande stazza”. Anche la riabilitazione, inizialmente, è stata un percorso in salita per il 72enne aretino che però, con forza di volontà e caparbietà, è riuscito a migliorare repentinamente. “Un giorno - racconta ancora - mi è tornato in mente il codice fiscale ed ho capito che le cose stavano andando a posto. Quando i medici mi hanno detto che ce l’avrei fatta, mi sono dato un programma. 3 punti da affrontare. Il primo: tornare a casa per vedere Elena e Linda, le mie nipotine. Il secondo: andare in bagno da solo. Il terzo: non essere di peso alla famiglia. Ce la sto facendo”. Per altri due mesi, come precisa il fisioterapista, dovrà continuare a seguire il programma di riabilitazione previsto per lui in seguito alla dimissione e visita d’equipe multidisciplinare. "Ricordo - prosegue Bartoli - quando mi hanno messo in piedi la prima volta e la frase che mi dissero Emiliano Ceccherini, direttore della fisioterapia e la fisiatra Rosanna Palilla: ce la farai. Capivano che ero estremamente motivato e che dovevo recuperare la capacità di resistenza allo sforzo. La prima volta che sono arrivato alla palestra della fisioterapia del San Donato, ero con l’ambulanza e la barella. Poi in carrozzina accompagnato da uno dei miei figli e adesso posso non solo guidare l’automobile ma anche andare in bicicletta. Grazie a mia moglie Rita, i miei figli Andrea e Mirco e mia nuora Silvia perché senza di loro non ce l’avrai fatta. Io ho avuto pazienza e fede e loro, ogni sera, si ritrovavano pregando per me”.

Un legame profondo quello con la propria famiglia che per Mauro è continua fonte di ispirazione coraggio anche se, ovviamente, nel suo immediato futuro trovano spazio i percorsi in bicicletta, le uscite a pesca, in giro per la campagna aretina e la bellezza del mar Tirreno. “In questo periodo, ho imparato molto e sono anche cambiato - racconta - Un mese è scomparso dalla mia storia ma i medici di malattie infettive lo hanno raccontato ogni giorno a mia moglie e ai miei figli. E ho saputo dell’angoscia con la quale hanno vissuto e interpretato la parola ‘stazionario’. Il tempo trascorso in ospedale e quello che uso adesso per la fisioterapia mi hanno convinto che io sono stato fortunato a nascere ad Arezzo. La famiglia e la fede mi hanno sostenuto ma a salvarmi sono stati tutti gli operatori che mi hanno seguito in un viaggio che per lunghe settimane è stato dall’esito incerto. E una mano è arrivata anche dai compagni di stanza. Uno di loro, Mario, mi disse "Vai che ce la fai". Ricordo lui che mi dava coraggio ma ricordo anche quelli che non ce l’hanno fatta. Adesso il cervello è tornato a dirmi di correre. Vorrei ma non ce la faccio. Almeno per ora. Intanto domenica ho cotto una nana ripiena sulla griglia nel giardino. La vita è ripresa”.

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