L’orologio astronomico di Piazza Grande

La leggenda narra che il costruttore venne accecato dopo il collaudo perché non doveva costruirne altri simili

Dal 1552 scandisce il tempo di Piazza Grande e degli aretini. È l’orologio astronomico del Palazzo della Fraternita dei Laici, strumento quasi unico nel suo genere e meta fissa di ogni turista che visita l’edificio museale. Dal campanile che lo ospita, infatti, si gode di un panorama indimenticabile sui tetti e le torri di Arezzo.

La Pia Confraternita di Santa Maria della Misericordia, meglio conosciuta come Fraternita dei Laici, fu fondata nel XIII secolo come istituzione dedita all’assistenza, al soccorso, alla beneficenza e alla sepoltura dei defunti. 
Dopo aver utilizzato vari luoghi per le adunanze del Magistrato, nel Trecento fu decisa la costruzione di una sede di rappresentanza nella piazza principale della città. Nel 1375 cominciò la realizzazione della facciata, affidata ai fiorentini Baldino di Cino e Niccolò di Francesco, che andò avanti per un paio di anni, finché i lavori si fermarono per mancanza di risorse economiche.    
Nel 1410 morì il facoltoso mercante Lazzaro di Giovanni di Feo Bracci il quale, non avendo eredi, lasciò tutto alla Fraternita. Le nuove risorse consentirono la ripresa del cantiere negli anni Trenta di quel secolo. A progettare il secondo piano fu chiamato il grande architetto e scultore fiorentino Bernardo Rossellino. Gli interventi alla facciata proseguirono fino al 1461 e terminarono con il ballatoio di Giuliano da Settignano.  

Nel 1549, su disegno di Giorgio Vasari, l’edificio fu arricchito dal campanile a vela, progettato per accogliere un nuovo orologio. La realizzazione venne affidata, con delibera del 19 settembre 1550, a Felice di Salvatore Vannucci da Fossato. Il maestro orologiaio umbro concluse i lavori nel 1552, data riportata accanto alla firma, incisa in un montante del “castello” in ferro battuto che accoglie il meccanismo. La leggenda racconta che Felice fu accecato dopo il collaudo perché non doveva costruirne altri simili. La verità è che dopo il lavoro egli tornò nella sua Fossato di Vico in perfetta salute e con un bel gruzzolo: ben 55 scudi d’oro. 

Gli ingranaggi e i ruotismi dell’orologio e del moto della Luna, a cui è abbinato, funzionano grazie a un complesso congegno azionato con corde e pesi di pietra. Ogni sera i “treni” che attivano tutto il sistema vengono ricaricati manualmente. Fin dal subito, infatti, un “temperatore” nominato dalla Fraternita dei Laici si doveva occupare di ricaricare lo strumento e verificare che segnasse l’ora giusta, avvalendosi della meridiana del terrazzino o di quella interna, nella stanza del meccanismo.
  
Ammirando da Piazza Grande il campanile, rifatto fedelmente all’originale nel 1675 perché malridotto, l’opera si presenta con un quadrante orario dipinto sull’intonaco, provvisto di mascheroni che rimandano ai quattro venti principali e ai punti cardinali. Le ore da 1 a 12 sono contrassegnate da numeri romani e vengono scandite da una lancetta unica che compie due giri al giorno. Al centro è presente un secondo quadrante astronomico, questa volta mobile e in rame, con la Terra al centro e il Sole e la Luna che le ruotano attorno, secondo l’antica concezione tolemaico-aristotelica. Nel quadrante sono presenti i 29,5 giorni del mese lunare in numeri arabi, segnati da un raggio di sole, le fasi lunari con il globo metà nero e metà dorato che varia colore ruotando sul suo asse e alcune figure geometriche che rappresentano i sestili, i quartili e i terzili. L’orologio permette di calcolare anche la posizione della Luna rispetto alla Terra e quella del Sole nel cielo rispetto ai punti cardinali.

 

Al meccanismo sono collegate tre campane battute dal maglio. Quella maggiore e quella piccola di destra sono cinquecentesche, quella piccola di sinistra trecentesca. La grande suona a ogni ora e mezz’ora, fino a un massimo di sei rintocchi, suddividendo quindi la giornata in quattro gruppi. Viene accompagnata dalle altre due per le battute dei quarti.
In passato l’osservazione dell’orologio e il suono delle sue campane ritmavano la vita degli aretini e fornivano ai contadini le informazioni sulle attività agricole associate al calendario lunare. 

Nel corso della sua vita il congegno è stato più volte oggetto di interventi ma i due principali furono quello del 1814 di Luigi Matteucci, che lo ammodernò, e quello della seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, quando a intervenire fu un’equipe di docenti e studenti dell’ITIS "Galileo Galilei" di Arezzo sotto la direzione scientifica di Fausto Casi. Per le parti pittoriche collaborarono invece la ditta Bracciali Elvio, lo studio di restauro di Daniela Galoppi e il doratore Piero Valenti. Il mirabile restauro conservativo si concluse nel 1998.

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A quei tempi il palazzo era ancora sede del tribunale della città, ruolo svolto fin dal 1786, quando una parte della struttura iniziò a ospitare la Ruota Civile. Con il trasferimento del 2008 degli uffici giudiziari, la Fraternita dei Laici riportò la sua sede in Piazza Grande e dal 2010 inaugurò lo spazio museale che negli anni a seguire si è arricchito continuamente di opere e contenuti. Nel percorso espositivo il turista trova oggi, collegata all’opera di Felice da Fossato, anche la Sala degli Orologi con una breve storia dell’orologeria meccanica, accompagnata da preziosi strumenti appartenenti alla Collezione Casi e alla Collezione Burzi.

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