Arezzo da amare

Arezzo da amare

C'era una volta Piazza San Jacopo

Nuova interessante lettura dal blog Arezzo da Amare di Marco Botti

L’urbanistica aretina del Dopoguerra è stata contrassegnata anche da scelte infelici. Di esempi ne possiamo citare tanti, ma il più emblematico ai danni del centro storico fu lo stravolgimento di Piazza San Jacopo (o San Iacopo) negli anni Sessanta e il conseguente abbattimento di edifici importanti e dell’antica chiesa che dava il nome alla zona.

Al loro posto arrivarono palazzi figli del boom economico ed edilizio degli anni Sessanta, che troppo spesso metteva l’estetica, la qualità dei materiali e il rispetto del passato in secondo piano. La loro realizzazione sconvolse una piazza che era stata rimessa in piedi in maniera dignitosa con il Piano di Ricostruzione post bellico, dopo i danni della guerra.

Ci troviamo in un’area archeologica di importanza capitale per la storia aretina, come testimoniano i numerosi ritrovamenti. Già durante la ricostruzione del secondo dopoguerra si era infatti intuito che il settore tra via Roma e la parte bassa di Corso Italia, comprendente anche via dell’Anfiteatro e via della Società Operaia, era una grande area capace di restituire reperti di epoca tardo-arcaica, ellenistica e imperiale.

Tra i principali rinvenimenti del Novecento nella zona si segnalano scarichi di vasellame dal II secolo a.C. al I secolo d.C., ma soprattutto teste e busti maschili e femminili fittili di alta qualità artistica, attinenti a un deposito votivo del II-I secolo a.C. 

Capitolo a parte merita la splendida sima o cimasa frontonale con scene di combattimento ad altorilievo, formata da tre lastre contigue ritrovate nel 1948 assieme ad antefisse e altri elementi decorativi, tutti connessi a un tempio etrusco del V secolo a.C. Oggi sono ammirabili nel Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo.

Nel 1966, durante l’edificazione del caveau della nuova sede del Monte dei Paschi di Siena, all’angolo est della piazza venne alla luce pure un bacino collocabile tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C., utilizzato per raccogliere e depurare l’argilla per la fabbricazione della ceramica. Al di sotto fu individuato un vascone precedente del III/II secolo a.C., con pareti formate da blocchi di pietra arenaria assemblati a secco. Il sito si può ammirare dall’interno dell’istituto di credito. 

Agli inizi del XIII secolo venne costruita sul lato sud-est della piazza la chiesa di San Jacopo. La struttura religiosa apparteneva ai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, dal 1309 detti Cavalieri di Rodi e, dopo il 1530, Cavalieri di Malta. 

Non lontano si trovava anche l’ospedale di San Jacopo al Prato, citato nel 1302 e probabilmente gestito dallo stesso ordine equestre.

Nella visita pastorale del 1466 del vescovo Lorenzo degli Acciaiuoli la chiesa di “Sancti Iacobi” era retta da un procuratore scelto direttamente dal Gran Maestro di Rodi. In quella del 1575 del vescovo Stefano Bonucci figurava come cappellano Daniele Scortecci, ancora presente nel 1583 quando nella visita pastorale voluta da papa Gregorio XIII, condotta dal vescovo di Sarsina Angelo Peruzzi, il visitatore annotava varie cose che non andavano bene nella cura dell’edificio. Da quella del 1600 del vescovo Pietro Usimbardi si sa invece che c’erano due altari dedicati alla Madonna e a San Jacopo.

Tra Seicento e Settecento l’edificio subì un rinnovamento, ma negli anni Trenta nel secolo scorso ci fu una nuova ristrutturazione, alla quale presero parte due importanti figure locali del periodo, il pittore e maestro vetraio Ascanio Pasquini e lo scultore e scalpellino Sigismondo Burroni.

All’interno si trovava anche la tela con “San Giovanni Battista nel deserto”, patrono dei Cavalieri di Malta, oggi nella chiesa di San Bernardo. L’opera, già attribuita in passato a Cecco Bravo, noto artista del Seicento fiorentino, oggi è assegnata a Bernardino Santini, uno dei migliori pittori aretini del XVII secolo.

La nefasta pianificazione che negli anni Sessanta allargò e stravolse la piazza, dandole i connotati attuali, raggiunse l’apice nel 1967, quando la chiesa fu demolita per fare spazio ai grandi magazzini de La Rinascente - Upim, inaugurati dal vicepresidente del gruppo Cesare Brustio e benedetto dal vescovo Giovanni Telesforo Cioli il 23 giugno. 

Su quel lato dello slargo, alla fine dell’intervento, rimase in piedi solo l’edicola di Piero Scartoni, aperta dal 1953.

L’anno precedente, nel 1966, si era concluso lo smantellamento dell’elegante edificio degli Scortecci sul lato opposto, dove si trovava lo storico Bar Commercio. In sostituzione venne realizzato il nuovo Palazzo Scortecci, che adesso ospita anche una nota catena di abbigliamento.

Sempre in alcune immagini del 1967 si può vedere la nuova sede del Monte dei Paschi di Siena, progettata dell’architetto Italo Gamberini, ormai conclusa. Anche in questo caso fu abbattuto un immobile storico, ovvero Palazzo Vivarelli. Di fronte alla banca si trovano i cosiddetti Portici Morini, progettati al posto di un altro istituto bancario, denominato Credito Toscano negli anni Venti e Banca Toscana negli anni Trenta del secolo passato. 

A sud-ovest Palazzo Turchini aveva già soppiantato da alcuni anni l’edificio rovinato dalle bombe che faceva un angolo acuto nella piazza, dividendo Corso Italia e la scomparsa via della Crocina. Lì era collocata una bella fonte pubblica, detta Fontina. Si narra che davanti al manufatto venne battezzata nel 1923 la società di calcio Juventus F.B.C. Arezzo, che dal 1930 si trasformò in U.S. Arezzo.   

Arezzo da amare

Aretino di nascita e per vocazione. Dal 2004 sono giornalista culturale, nonché addetto stampa e curatore di mostre ed eventi. La mia attività è rivolta principalmente, fin dall’inizio della carriera, al mondo delle arti visive. Credo nella natura divina dei Beatles

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