Quell'antichissimo "presepio" di Arezzo scolpito nella pietra

La rubrica "Arezzo da amare" ci porta alla scoperta di due gioielli legati alla Natività: una scultura e una pittura custodite in due scrigni della città, realizzate in epoche diverse, ma entrambe affascinanti e cariche di significati

La Natività di Gesù, celebrata dalla cristianità il 25 dicembre, nel calendario liturgico è seconda per importanza solo alla Pasqua, ma la componente laica e folkloristica che l’accompagna da sempre, e che dal secolo scorso si è ingigantita di pari passo con l’affermazione della società dei consumi, l’ha fatta diventare la festa del mondo occidentale più attesa dell’anno, sia per gli adulti, sia per i bambini.

Il tema della nascita di Cristo è anche uno dei più amati nell’arte sacra e lo troviamo rappresentato già nelle catacombe romane del II/III sec., ma è nell’alto medioevo che comincia a diffondersi, per diventare una costante nell’arricchimento pittorico o scultoreo di chiese e altri edifici religiosi fino ai nostri giorni.

Con questa uscita natalizia di “Arezzo da amare”, andiamo alla scoperta di una scultura e una pittura custodite in due scrigni della città, realizzate in epoche diverse, ma entrambe affascinanti e cariche di significati.

La prima tappa è nella pieve di Santa Maria Assunta, che con la sua facciata duecentesca e il caratteristico campanile “delle cento buche” caratterizza da secoli la parte alta di Corso Italia, cioè l’antico Borgo Maestro.

Osservando la parete sinistra della chiesa ammiriamo una lastra lapidea della prima metà del XIII secolo suddivisa in due scene. In quella superiore si vede la “Natività”, con la Madonna e il Bambino coricati nella greppia, scaldati dal bue e dall’asinello, con San Giuseppe che fa la veglia. Nella fascia inferiore, invece, il neonato Gesù viene sottoposto alla lavanda purificatrice.

Da notare la scritta PSEPIO, abbreviazione di PRESEPIO, a sua volta derivante da praesepium o praesepe, parola di origine latina che fa riferimento alla mangiatoia degli animali o al recinto in cui essa si trovava. Secondo la tradizione, la prima rappresentazione vivente del presepio fu organizzata da San Francesco nel 1223 a Greccio, piccolo comune del Reatino.

La lastra duecentesca fu fatta murare nella pieve dal Comune di Arezzo nel 1912, in seguito alla donazione di Simone Velluti-Zati, duca di San Clemente, che la custodiva in una sua colonica in località Sodacci, nei pressi di Sant’Andrea a Pigli. Si è ipotizzato in passato che facesse parte del pulpito di una chiesa rurale smantellata, appartenuta alla badia benedettina delle sante Flora e Lucilla.

La scultura viene attribuita a un seguace di Marchio, autore di area padana della prima metà del Duecento, che aveva lavorato con alcuni collaboratori alla facciata della Pieve. Di lui si ammirano in particolare la “Vergine Assunta in cielo tra due angeli” firmata e datata 1216, nella lunetta del portale centrale, e lo stupendo altorilievo con la “Adorazione dei Magi” risalente agli stessi anni, sistemato nella controfacciata, che in realtà è una lastra facente parte di un pulpito scomparso.

La seconda “Natività” di cui parliamo è custodita nella chiesa della Santissima Annunziata di via Garibaldi, l’antica via Sacra che doveva il nome ai tanti monasteri e conventi che ospitava.

Nel transetto di sinistra dell’edificio rinascimentale è situata la Cappella Ricciardi, la cui realizzazione fu autorizzata a Francesco di Antonio Ricciardi nel 1518.

Tre anni dopo, nel 1521, l’artista di origine savinese Niccolò Soggi, allievo a Firenze di Pietro Perugino, realizzò per l’altare una delle sue opere più apprezzate, citata spesso anche come “Adorazione dei pastori”.

Il pittore fu attivo ad Arezzo fin dai primi anni del Cinquecento, ma la tavola della Santissima Annunziata risale al suo periodo più importante, quello successivo al soggiorno romano del 1515, fondamentale nell’aggiornamento del suo linguaggio. Ciò è evidente, come afferma la storica dell’arte Nicoletta Baldini, nel classicismo presente sia nelle architetture, sia nell’impostazione delle figure.

Le reminiscenze peruginesche, tuttavia, rimasero nella prospettiva e nei tre stupendi angeli in alto, mentre il paesaggio che fa da sfondo al dipinto e quello in alto a sinistra, dove si vede l’angelo che annuncia ai pastori la nascita del messia, sono riconoscenti soprattutto alla lezione di Bartolomeo della Gatta.

Inizialmente l’altare che accoglieva la “Natività” era ligneo e riportava lo stemma dei Ricciardi, ma nel 1618, con il collocamento dell’organo del cortonese Dionigi Romani, la cappella fu modificata e l’altare rifatto in pietra. L’emblema di famiglia, ovvero il riccio, fu inserito direttamente nel dipinto nel 1622.

Nelle sue “Vite” Giorgio Vasari lodò molto la tavola, raccontando che i personaggi raffigurati come pastori erano tutte persone reali, come ad esempio gli amici artisti Stagio Sassoli e Papino dalla Pieve. Viene da immaginare che in uno di essi ci sia anche l’autoritratto del Soggi.

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