La Chiesa di San Bernardo: una storia tutta da scoprire

Come cominciarono le vicende della chiesa di San Bernardo di via Margaritone? Lo scopriamo nell'articolo di Marco Botti perché questo è uno dei luoghi di culto di Arezzo dalla storia più ricca e travagliata

Nel 1333 il nobile senese Bernardo Tolomei, fondatore della congregazione benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto nei dintorni di Asciano, acquistò dagli Azzi l’area dell’ex anfiteatro romano, realizzato tra la fine del I secolo e i primi decenni del II secolo d.C. Cominciarono così le vicende della chiesa di San Bernardo di via Margaritone, uno dei luoghi di culto di Arezzo dalla storia più ricca e travagliata. 

Quattordici anni prima, nel marzo 1319, Tolomei e altri tre aristocratici senesi erano arrivati in città per ottenere dal vescovo Guido Tarlati l’approvazione a fondare la nuova comunità monastica. A quei tempi Asciano faceva infatti parte della vasta diocesi aretina.

Pier Saccone Tarlati, che dopo la morte improvvisa del fratello aveva preso le redini della signoria tarlatesca, ne favorì l’insediamento in città, acconsentendo all’innalzamento dell’abbazia, la terza in ordine di tempo realizzata dagli olivetani dopo Monte Oliveto Maggiore e Siena. Nel 1344 c’erano già dieci monasteri tra Toscana e Umbria e il 21 marzo di quell’anno giunse anche il consenso ufficiale alla congregazione da parte di papa Clemente VI.

I monaci usufruirono delle sostruzioni dell’emiciclo meridionale – le strutture di sostegno dell’anfiteatro – per poggiare il loro edificio. Questa scelta permise l’inglobamento e la conservazione di parte dell’ellisse sino al secondo ordine di gallerie. Per realizzare il complesso monastico, purtroppo, il resto dell’ex arena divenne una cava di materiali vari, vocazione che peraltro aveva assunto fin dal suo abbandono del V secolo.  

Di pari passo con il monastero, terminato nel corso del Quattrocento, tra il 1340 e il 1375 venne eretta una chiesa dedicata a San Giuseppe, alla Vergine Maria e a San Bernardo. Nel Quattrocento fu arricchita da cappelle e cicli pittorici, mentre gli inizi del secolo seguente portarono in dote la loggetta di fronte alla facciata.  

Di tutto quel patrimonio artistico non è rimasto quasi nulla. Leggendo le “Vite” di Giorgio Vasari, scopriamo che San Bernardo era impreziosita da affreschi di fine Trecento e prima metà del Quattrocento di Spinello Aretino, Parri di Spinello e Bicci di Lorenzo. Nella seconda metà del XV secolo Piero della Francesca realizzò per la chiesa un “San Vincenzo” inserito in una nicchia. Lo stesso Vasari dipinse, intorno al 1531, la volta della loggia coi “Quattro Evangelisti e Dio Padre” e due piccoli quadri a olio con “Giobbe” e “Mosè” per l’organo. È scomparso pure il ciclo con le “Storie di San Benedetto” del chiostro, concluso da Marco da Montepulciano nel 1448. 

Nella lunetta del portale si trovava l’affresco eseguito intorno al 1490 da Bartolomeo della Gatta, con la “Visione di San Bernardo”. Dopo essere stato staccato, è custodito nel Museo Statale d'Arte Medievale e Moderna di Arezzo, ma versa in condizioni pietose. La tempera su tavola eseguita tra il 1444 e il 1450 da Filippo Lippi, con la straordinaria “Incoronazione della Vergine tra angeli e santi”, è invece conservata nella Pinacoteca Vaticana di Roma. È nota anche come “Incoronazione Marsuppini”, dal nome del committente Carlo Marsuppini.

Tra Seicento e Settecento chiesa e monastero furono oggetto di grandi rimaneggiamenti. Negli anni Ottanta del XVIII secolo il granduca di Toscana Pietro Leopoldo I decretò il trasferimento degli olivetani e così il complesso che li aveva ospitati per circa quattro secoli cambiò destinazione, divenendo sede dell’Accademia Ecclesiastica. 

Con le soppressioni sabaude degli ordini religiosi del 1866, tutto fu confiscato ed entrò a far parte del demanio statale, a eccezione della chiesa che venne affidata alla vicina parrocchia di San Jacopo. 

Dopo ingenti lavori per cambiargli destinazione d’uso, nel 1937 il monastero accolse il nuovo Museo Archeologico “Gaio Cilnio Mecenate”, dal 1973 nazionale. Alla fine del 1943 un devastante bombardamento aereo provocò danni sia all’edificio monastico, dove andò perso il chiostro affrescato, sia al luogo di culto che fu quasi raso al suolo. Sopravvissero la facciata e poco altro. La ricostruzione terminò nel 1950, ma l’elegante torre campanaria non fu rialzata, preferendole un campanile a vela. La sistemazione dell’interno venne completata negli anni Sessanta. 

Oggi la chiesa si presenta con una grande navata unica. Sulla parete sinistra si ammira una preziosa “Madonna con il Bambino”, statua policroma della seconda metà del XIV secolo di mano franco-renana o di produzione senese ma con influssi d’oltralpe. Documentata in San Bernardo dall’Ottocento, si ipotizza che sia la scultura di un’edicola di via Madonna del Prato e dopo il 1573 di una chiesetta scomparsa, davanti alla quale dicevano l’ultima preghiera i condannati a morte nel tragitto verso il patibolo. Quest’ultimo, prima del trasferimento seicentesco fuori Porta San Lorentino, si trovava nel Prato della Giustizia, un campo situato all’incirca nel primo tratto di via Guido Monaco. 

Sempre sulla sinistra è visibile il “San Giovanni Battista nel deserto”, patrono dei Cavalieri di Malta, proveniente dalla chiesa di San Jacopo da loro fondata. È attribuito a Bernardino Santini, che lo realizzò nella fase matura, intorno alla metà del Seicento. Di fronte, nella parete destra, si ammira “La Madonna con il Bambino e due monaci olivetani” di inizio Cinquecento, per la quale è stato avanzato anche il nome del pittore Domenico Pecori.

Dietro all’altare maggiore è sistemato, infine, l’affresco staccato della “Madonna con il Bambino tra San Bernardo e San Benedetto”, proveniente dalla sagrestia e lì collocato nel secondo Novecento. Fu eseguito tra il 1510 e il 1512 da Angelo di Lorentino, figlio di Lorentino d’Andrea, il principale collaboratore aretino di Piero della Francesca. 

Attendere un istante: stiamo caricando i commenti degli utenti...

Commenti

Torna su
ArezzoNotizie è in caricamento