A processo per abuso d'ufficio e concussione, sovrintendente sospesa dall'incarico

Protagonista della vicenda Anna Di Bene, soprintendente alle belle arti e al paesaggio delle province di Siena, Grosseto e Arezzo.

Sospesa dall'incarico. La soprintendente alle belle arti e al paesaggio delle province di Siena, Grosseto e Arezzo, Anna Di Bene, a processo presso il tribunale di Siena con l'accusa di abuso d'ufficio e concussione, è stata raggiunta giovedì scorso dal provvedimento siglato dal direttore generale del ministero dei Beni Culturali, Marina Giuseppone. 

La sovrintentende è stata rinviata a giudizio lo scorso 14 dicembre: su di lei - e sul marito - pende l'accusa di abuso d'ufficio e concussione. All'origine della vicenda giudiziaria ci sarebbe una pratica relativa ad una sanatoria di compatibilità paesaggistica dopo il frazionamento di una villa ad Ansedonia. Il processo ha preso il via il 20 febbraio di fronte al collegio del tribunale di Siena, lo stesso giorno è arrivata la lettera del ministero che la sospede dall'incarico fino alla conclusione del procedimento giudiziario. Un decreto che sarebbe già stato impugnato dalla soprintendente, la quale tramite il suo legale avrebbe inviato al ministero una diffida per la revoca di autotutela.

Il processo

Secondo l’accusa, sostenuta dalla pm Sara Faina,  la sovrintendente nel 2016 avrebbe dato un parere positivo ad una pratica per un sanatoria curata dal marito (architetto e tecnico progettista). Ma, sostiene la Procura, avrebbe dovuto invece astenersi sia perché in conflitto di interessi, sia perché sarebbe andata contro il codice etico del Ministero. In pratica Di Bene avrebbe dato parere positivo nonostante il comune di Orbetello, dove sorge la villa, e l'architetto Vanessa Mazzini che ha svolto i rilievi si fossero espressi con parere negativo.  Da qui l'accusa di abuso d'ufficio in quanto, stando alla ricostruzione della procura, avrebbe provocato un ingiusto vantaggio patrimoniale ai proprietari (che avrebbero solo pagato una sanzione pecuniaria. Inoltre nei confronti dell'architetto Mazzini ci sarebbe stato un pressing andato avanti per lungo tempo che si configurerebbe come reato di concussione. 

Totalmente diversa la ricostruzione della difesa che sottolinea come l'abuso edilizio contestato riguardi in realtà un muretto divisorio di un giardino della villa. Per il muretto ci sarebbe stata un’autorizzazione degli Sessanta rilasciata dallo stesso Comune, ma perduta negli archivi.  Una documentazione che i legali sarebbero riuscita a ritrovare e che hanno intenzione di produrre in aula. 

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