rotate-mobile
Martedì, 25 Giugno 2024
Psicodialogando

Psicodialogando

A cura di Barbara Fabbroni

BLOG | Cosa accade al minore che vive in un ambiente violento

I bambini che vivono in un ambiente violento si devono confrontare costantemente con l’imprevedibilità del comportamento di persone di riferimento vicine e con la distruttività della violenza nei rapporti interpersonali e spesso mostrano comportamenti anormali

Vivere in un contesto aggressivo ha gravi ripercussioni sullo sviluppo dei bambini; infatti, molti minori reduci da precoci esperienze di maltrattamento intra-familiare presentano, all’osservazione clinica, assetti sintomatologici complessi e cronici non sempre diagnosticabili con gli attuali sistemi di classificazione. 

I bambini che vivono in un ambiente violento si devono confrontare costantemente con l’imprevedibilità del comportamento di persone di riferimento vicine e con la distruttività della violenza nei rapporti interpersonali e spesso mostrano comportamenti anormali, che si manifestano sotto forma di irrequietezza o aggressività, ma anche avvilimento o ansia.

Nei bambini piccoli le esperienze di violenza possono causare addirittura un deficit o un ritardo nello sviluppo motorio e linguistico o la mancanza della fase del no.

I bambini in età prescolare possono sviluppare comportamenti aggressivi, rabbia e paure dell'abbandono o della morte.

Un ambiente particolarmente violento può produrre nei bambini conseguenze di varie entità a breve, ma anche a lungo termine quale depressione, disturbi d’ansia, disturbi alimentari, disfunzioni sessuali, disturbi dissociativi, disturbi della personalità, disturbi post traumatici e abuso di sostanze stupefacenti.

Negli ultimi anni, inoltre, le ricerche hanno permesso di evidenziare anche la presenza di una stretta relazione tra il maltrattamento infantile, in particolare l’abuso sessuale, e i disturbi psicotici (Janssen et al., 2004). Nello specifico, le vittime di violenza hanno maggiore possibilità di presentare allucinazioni di natura visiva, uditiva, le voci di commento, i deliri e i disturbi del pensiero, sintomi di internalizzazione ed esternalizzazione, disturbi nell’attaccamento.

I bambini vittime di abusi e maltrattamenti, punizioni ingiuste e prepotenze, vivono un problema di deformazione dei sentimenti di fiducia in sé stessi e negli altri e nell’espressione delle emozioni empatiche.
Le conseguenze psicologiche del maltrattamento infantile dunque sono complesse, di entità differente in ciascun caso, e variano in relazione all’età del bambino, alla tipologia, alla durata, alla gravità degli episodi di abuso, al grado di familiarità tra la vittima e l’abusante e al tipo di supporto che riceve dalle figure di riferimento (Fish & Scott, 1999).

Un ambiente violento interferisce sullo sviluppo positivo del bambino, compromettendone vari aspetti come la socialità, l’interazione con i pari e con gli adulti. L’esposizione continua alla violenza porta ad uno sviluppo distorto dell’immagine di sé, a condotte antisociali, a disfunzioni nelle emozioni e alla messa in atto di comportamenti dissociativi.

La violenza porta spesso ad alterazioni della percezione, ad una mancata comprensione degli stati emotivi e delle intenzioni altrui.

Tra le principali e frequenti conseguenze del maltrattamento infantile vi sono le alterazioni delle regolazioni emotive e delle emozioni sociali. I bambini che vivono in famiglie violente sviluppano un’immagine di sé negativa, e già all’età di due o tre anni, tendono a mostrare reazioni emotive intense, e sono riluttanti ad accettare se stessi in termini positivi e presentano difficoltà nel riconoscere le espressioni facciali e nell’utilizzare le informazioni contestuali per spiegare le incoerenze tra causa delle emozioni ed espressione emotiva discrepante. (Shaffer 1996).

Tali bambini tendono a distorcere le informazioni emotive attribuendogli significati negativi, nel senso che sovrastimano le emozioni di rabbia, le attribuiscono in modo inappropriato e le percepiscono come presenti anche in loro assenza (Camras, Sachs-Alter & Ribordy, 1996).

Le difficoltà riscontrate in tali bambini dipendono dal fatto che gli adulti fanno poco uso di emozioni positive, e l’elevato uso di emozioni negative riducono le espressioni del bambino.

Come può un minore uscire da un ambiente genitoriale violento?

Il processo di protezione e cura dei bambini e dei ragazzi vittime di maltrattamento/abuso è fatto di tappe successive.

Il viaggio inizia dalla prima segnalazione e dal riconoscimento di possibili danni significativi nel minore.

La prima tappa del percorso, la prima fotografia, deve essere spesso scattata in tempi rapidi, ed è per questo molto importante avere chiaro cosa bisogna rilevare.

Il processo di intervento nei casi di abuso e maltrattamento all’infanzia è adottato da diversi centri specializzati che si occupano di queste problematiche. Pur nella specificità dell’organizzazione nei differenti territori regionali, tale processo di intervento attraversa quattro fasi.

Rilevazione

Quando i servizi locali, scuole, ospedali, servizi sociosanitari, polizia rilevano una sospetta o certa situazione di grave danno a un minore, hanno la possibilità di allontanare subito il minore dalla famiglia in via provvisoria e urgente, se rilevano un pericolo in atto o un grave rischio, in base all’art. 403 del Codice Civile. In questo caso la rilevazione, segnalazione e allontanamento vengono temporalmente a coincidere.

In tutti i casi in cui non sussiste pericolo grave o rischio elevato, colui che rileva situazioni di trascuratezza o maltrattamento segnala il problema ai Servizi psicosociali di zona, affinchè predisponga interventi integrati idonei al minore ed alla sua famiglia.

A fronte di situazioni gravi o ad alto rischio di abuso, i Servizi valutano l’opportunità di contattare la famiglia al fine di coinvolgere i genitori nel riconoscimento del maltrattamento e dei problemi familiari che l’hanno provocato con particolare attenzione nelle situazioni di presunto abuso sessuale, in quanto un avvertimento tempestivo alla famiglia può causare pressioni sul minore e spingerlo alla ritrattazione.

In questo caso si deve evitare di informare i genitori dei sospetti e delle iniziative che si stanno prendendo, in quanto sarà l’Autorità Giudiziaria Penale o Civile a stabilire i tempi e le modalità più opportune e giuridicamente corrette per la comunicazione ai genitori.

Segnalazione

Gli operatori di servizi pubblici, in quanto “incaricati di pubblico servizio”, sono tenuti all’obbligo della segnalazione (art. 331 cod. proc. Pen.). La segnalazione deve contenere il maggior numero possibile di informazioni oggettive che inquadrino il racconto di un bambino, o il riscontro di una situazione di possibile pregiudizio. L’operatore deve fornire al Magistrato sufficienti elementi di comprensione relativi alla “possibilità-sospetto” che il minore si trovi in una situazione di pregiudizio per la sua crescita. Le segnalazioni trasmesse al Tribunale dei Minori. dovrebbero contenere, nei limiti delle specifiche competenze del segnalante, indicazioni progettuali e prognostiche sull’evoluzione di una situazione di possibile pregiudizio.

Indagine e protezione

La Magistratura minorile incarica i servizi territoriali preposti e la polizia di effettuare una prima indagine in tutti i suoi aspetti medici, sociali e psicologici; dispone provvedimenti di tutela a favore del minore, e, in caso di elevato rischio, dispone l’allontanamento provvisorio dalla famiglia, con collocamento presso una famiglia affidataria oppure, se ciò non è possibile, presso una comunità. Da questo momento il servizio sociale comunale è investito del mandato di protezione del minore e di controllo; i servizi specialistici locali vengono incaricati di approfondire la situazione, in base alle rispettive competenze. Qualora si ravvisino estremi di reati perseguibili d’ufficio, come l’abuso sessuale, la Procura potrà disporre a sua volta di perizie mediche e psicologiche.

Valutazione

Il Tribunale per i Minori prescrive ai servizi una valutazione diagnostica delle relazioni familiari ed una prognosi di recuperabilità.

La valutazione è un processo volto a determinare il quadro della situazione traumatica nei suoi aspetti individuali e relazionali, con particolare riguardo alla capacità di assunzione di responsabilità degli adulti e alle risorse protettive disponibili e ad individuare quali margini di recupero esistono per il ripristino di una capacità genitoriale sufficientemente adeguata, sia attraverso il sostegno sia attraverso il controllo.

Il compito valutativo è deputato a verificare se il genitore maltrattante può uscire dalla negazione ed iniziare ad assumersi responsabilità per il danno arrecato al figlio e accettare l’aiuto per capire e cambiare.

Per quanto riguarda la valutazione del minore vittima di maltrattamento e/o abuso, effettuata dagli specialisti (neuropsichiatri infantili e psicologi infantili) dei servizi sanitari, essa mira a definire lo stato psichico del minore, per quanto attiene alle sue modalità di funzionamento di base e per ciò che riguarda eventuali espressioni postraumatiche, nonché la definizione delle sue relazioni familiari e sociali con particolare riguardo agli adulti di riferimento e dovrà, quindi, risultare centrata sui bisogni di cura del bambino e delle sue relazioni protettive

Trattamento

Il trattamento della famiglia e del bambino sarà coerente con l’esito della valutazione. In caso di prognosi positiva il trattamento è finalizzato, oltre che all’elaborazione del trauma e alla cura del danno subito dal bambino, anche alla cura ed al sostegno dei genitori al fine del recupero delle aree di fragilità e della riparazione delle relazioni familiari. Il trattamento includerà pertanto sia gli interventi rivolti al minore  quali psicoterapia, sostegno psicologico, affido eterofamiliare sia quelli rivolti ai genitori psicoterapia individuale e/o familiare, counselling di sostegno alla genitorialità, educativa domiciliare, sostegni assistenziali e sociali di vario tipo. Tale percorso si realizza attraverso la possibilità di sostenere nel bambino l’elaborazione del trauma in modo da poter ricostruire nello stesso un’integrità psichica prestazionale e sociale con conseguente recupero delle sue potenzialità psichiche, nonché la possibilità di sostenere i genitori e/o gli adulti protettivi come soggetti sufficientemente responsabili della protezione e dell’accudimento facendo sì che tutti i soggetti coinvolti nell’esperienza traumatica possano evolvere elaborando gli eventi esperiti così da poterli reintegrare nel fluire del proprio percorso narrativo. L‘obiettivo ultimo del trattamento è il ripristino delle condizioni di sufficiente benessere per il bambino.

In caso di prognosi negativa si attivano sia il sostegno psicologico al bambino sia le risorse tese a costruire intorno a lui una diversa rete sociale tenendo viva la speranza e ricostruendo la fiducia verso le figure adulte al di fuori della famiglia violenta di origine.

Il trattamento deve favorire la sostituzione dei riferimenti genitoriali, anche attivando un percorso di elaborazione della perdita; il bambino deve essere aiutato a ricostruire delle relazioni di attaccamento sane in altre realtà, quali affido o adozione, capaci di offrirgli un diverso contesto di vita e di relazioni.

I genitori naturali devono essere aiutati, se possibile, nel processo di “distacco” e avviati ad un percorso terapeutico rispetto alle problematiche individuali.

Si parla di

BLOG | Cosa accade al minore che vive in un ambiente violento

ArezzoNotizie è in caricamento