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Il sale di Dindalini sulle ferite del PD aretino

Interpellato dal collega Sergio Rossi su La Nazione di Arezzo, Massimiliano Dindalini si è tolto ieri qualche sassolino dalla scarpa e ha cominciato a rintuzzare gli attacchi che gli sono giunti in questi ultimi giorni, in particolare dopo l'esito...

Interpellato dal collega Sergio Rossi su La Nazione di Arezzo, Massimiliano Dindalini si è tolto ieri qualche sassolino dalla scarpa e ha cominciato a rintuzzare gli attacchi che gli sono giunti in questi ultimi giorni, in particolare dopo l'esito nefasto (per il PD) dei ballottaggi per le amministrative in provincia di Arezzo. Lui, segretario provinciale di un partito impossibile da tenere insieme, introduce una linea difensiva interessante sulla quale merita riflettere.

In breve Dindalini sostiene che il segretario provinciale del PD non ha alcuna voce in capitolo quando si parla di decisioni da prendere nei singoli comuni, dove i segretari comunali hanno pieni poteri, e dice anche, quindi, di non essere disposto a farsi da parte fungendo da unico capro espiatorio.

Sulla questione dei poteri del segretario provinciale, Dindalini si era già espresso in passato nello stesso modo, ma poi nulla era cambiato.

La domanda sorge spontanea: Cosa fa il segretario provinciale del PD e quali sono i suoi poteri dal momento che le province praticamente non esistono più e i comuni si muovono per proprio conto?

Se è vero quello che dice Dindalini quasi nulla, se non forse (ma spesso viene scavalcato anche lì) tenere dei rapporti con il livello regionale e parlamentare del partito.

Mi permetto una semplice riflessione, cioè che un passo verso la credibilità del PD aretino potrebbe essere quello di mostrare un segretario provinciale che si dimette, sia perché ricopre un ruolo che formalmente non può essere considerato a sé rispetto al disastro elettorale che lo circonda, sia perché contemporaneamente non ha il potere reale di far sì che l'interesse del partito sia preminente rispetto a quello delle singole sezioni comunali. Che poi lui sia lì perché scelto da tizio o caio poco importa.

Altro che rimettere il mandato nelle mani dell'assemblea: in una situazione del genere ci si dovrebbe dimettere senza sé e senza ma, anche solo per inviare il messaggio che qualcosa è cambiato in piazza Sant'Agostino, sia pure molto tardi.

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