Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Arezzo da amare

Opinioni

Arezzo da amare

A cura di Marco Botti

Le leopoldine della Manziana

Per il blog "Arezzo da amare", Marco Botti ci porta alla scoperta di uno dei paesaggi rurali più caratteristici del territorio comunale di Arezzo, in quella parte della Val di Chiana che da Policiano arriva fino alla via dei Mori e al Canale Maestro

Siete mai stati in Manziana, quella parte della Val di Chiana che da Policiano arriva fino alla via dei Mori e al Canale Maestro? Se non l’avete mai fatto, vi siete persi uno dei paesaggi rurali più caratteristici del territorio comunale di Arezzo, ideale per le vostre passeggiate immerse nella natura e adatte a tutte le età. Per raggiungerla vi basterà percorrere la via di Ristradella che da Olmo porta a Frassineto e quindi deviare a destra, seguendo le opportune indicazioni stradali.

Ogni momento dell’anno è un buon motivo per camminare in Manziana, dove i colori cambiano a seconda delle stagioni, delle colture presenti e della luce giornaliera. Un grande giardino, se guardato dall’alto del nucleo storico di Policiano, in cui l’uomo per secoli si è messo al servizio della natura e da essa è stato ricompensato.

Fin dalla seconda metà del XV secolo, quando Firenze aveva ormai affermato da tempo il suo dominio sul territorio aretino, importanti famiglie fiorentine furono invitate a trasferirsi in Val di Chiana man mano che la vallata veniva prosciugata dagli acquitrini, che ormai da tempo l’avevano resa malsana e improduttiva. Già in questa fase cominciò ad affermarsi quel processo di appoderamento, che a metà del Cinquecento, sotto l’egida medicea, portò alla nascita delle fattorie granducali, a cui i vari poderi facevano riferimento.

Tra le potenti famiglie spostatesi nell’aretino c’erano anche i Capponi, che giunsero a Policiano e trasformarono l’antico e strategico castello in una villa-fattoria. La nobile casata fu tra le prime a introdurre in Manziana la coltivazione dei gelsi e l’allevamento dei bachi da seta. Nel 1640 la famiglia tentò perfino di instaurare un marchesato autonomo. I contadini ogni giorno scendevano a valle dalla parte alta e da quella pedecollinare di Policiano, ma anche dalle zone limitrofe, rimanendo tutta la giornata nei campi. Per dormire erano però costretti a fare un lungo tragitto per tornare alle abitazioni. Fu così che sorsero le case rurali direttamente nei poderi e in seguito un oratorio, dedicato a Sant’Antonio Abate, terminato negli anni Trenta del XVIII secolo.

Nel 1848 i possedimenti dei Capponi, compreso il luogo di culto, passarono ai Chigi e nel primo Novecento alla contessa Maria da Frassineto, sposa del marchese Federigo Barbolani di Montauto. A quel periodo risale la ristrutturazione della chiesa, che cambiò la dedicazione e venne intitolata a Sant’Anna. Al suo interno si segnala un “San Francesco che riceve le stimmate”, figura molto cara ai Barbolani, che nel 1224 ospitarono il futuro santo di ritorno dalla Verna nel loro castello di Montauto. Secondo la tradizione il conte Alberto II ricevette direttamente da Francesco la sua tonaca il 30 settembre 1224. L’indumento oggi è visibile al pubblico nel santuario della Verna.

Agli inizi del nuovo Millennio l’edificio fu restaurato e nel periodo natalizio del 2007 gli attuali proprietari permisero di allestire al suo interno un suggestivo presepe artistico della scultrice fiorentina Amalia Ciardi Dupré. L’evento fu organizzato dal Comitato Tutela Valdichiana, sorto nel 2003 in risposta all’idea, per fortuna tramontata, di costruire in Manziana un aeroporto.

Tornando alle case contadine costruite nel Cinquecento e nel Seicento, va detto che erano realizzate – salvo alcuni casi – con criteri approssimativi e irrazionali. Nell’ottobre 1769 il granduca Pietro Leopoldo di Lorena rilevò di persona le insalubri condizioni in cui vivevano coloro che lavoravano per le fattorie granducali e stefaniane. Alcune abitazioni, le cosiddette “case di terra”, erano persino realizzate in argilla con sistemi quasi primitivi e ancora ne rimane qualche esempio in Val di Chiana.

Per fortuna partì la corposa progettazione di nuove coloniche solide e lineari, che presero il nome di leopoldine. Il saggio di Ferdinando Morozzi del 1770 “Delle case de’ contadini” può essere considerato l’incipit per la nuova edilizia rurale lorenese, che andò avanti fino all’Unità d’Italia e garantì ai mezzadri delle condizioni di vita migliori.

Le abitazioni erano isolate nei poderi, geometricamente regolari, con una distribuzione razionale degli ambienti. Le scale esterne venivano protette da tettoie per il gelo invernale e mai esposte a tramontana. Il tetto a padiglione si concludeva con una torretta che fungeva da “colombaia”, solitamente centrale. La loggia esterna, a volte a due ordini, era concepita come area dove svolgere i lavori artigianali, mentre l’aia serviva a radunare gli attrezzi e a preparare gli animali per il faticoso lavoro nei campi.

Il piano terreno, detto anche “rustico”, ospitava le stalle e la cantina. Gli spazi destinati alle esigenze degli animali erano ben studiati: cavalli e buoi sistemati a est per proteggerli dal freddo, i maiali a nord a causa della loro insofferenza al caldo. Al primo piano trovavano posto le camere ordinate a raggiera intorno alla cucina, la stanza più vissuta dove era il grande focolare per cucinare e riscaldarsi. Davanti al caminetto poi si conversava fino all’ora di dormire.

Anche in Manziana sorsero leopoldine sette/ottocentesche nei vari poderi e ancora oggi se ne incontrano di bellissime passeggiando lungo le vie campestri della zona, sia in direzione di Frassineto, sia verso San Zeno. Alcune sono state trasformate nel tempo in abitazioni private o strutture agrituristiche di pregio, altre attendono l’agognato recupero, prima che crollino. Un territorio ormai votato definitivamente al turismo ambientale, alle colture di qualità e al viver bene, non può permettersi una simile perdita.

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Le leopoldine della Manziana

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