Andando per mostre e musei…

Mostre ed esposizioni. Il calendario dedicato alle rassegne di arte presenti nel territorio aretino.

Redazione Arezzo Notizie
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Invia per email  |  Stampa  |   20 luglio 2017 10:43  |  Pubblicato in Cultura, eventi e spettacolo


Arezzo – 8 giugno/9 settembre

Il Polo museale della Toscana e il Museo di Casa Vasari di Arezzo, con Munus / Mosaico, in collaborazione con le Gallerie dell’Accademia di Venezia, presentano la mostra “Giorgio Vasari tra Venezia e Arezzo. La Speranza e altre storie dal Soffitto del Palazzo Corner-Spinelli”, che sarà ospitata negli spazi del Museo di Casa Vasari dall’8 giugno fino al 9 settembre 2018. Una straordinaria occasione per ammirare l’Allegoria della Speranza finalmente ricomposta ed esposta al pubblico per la prima volta. La tavola, formata da due dipinti complementari, La Speranza e il Suicidio di Giuda, era uno degli scomparti del soffitto dipinto a Venezia nel 1542 da Giorgio Vasari per Palazzo Corner – Spinelli.
L’occasione è davvero unica: a settembre, infatti, al termine della mostra, entrambe le opere, che erano state separate sin dal XVIII secolo, verranno trasferite ed esposte in Laguna, dove saranno ricongiunte agli altri scomparti, nella prossima ricomposizione del soffitto curata dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia.
La tavola con la Speranza, recentemente acquistata dallo Stato per le Gallerie dell’Accademia con il contributo di Venetian Heritage e Venice in Peril Fund, è stata restaurata insieme al Suicidio di Giuda, nelle collezioni del Museo di Casa Vasari dal 1981, dal Laboratorio di Restauro del Polo museale della Toscana. L’esposizione ad Arezzo, città natale dell’artista, rappresenta una tappa fondamentale di un lungo percorso di acquisizione, ricomposizione e restauro del ciclo pittorico vasariano.

La mostra, curata da Rossella Cavigli, Giulio Manieri Elia e Rossella Sileno, non celebra solo la ricomposizione dell’Allegoria della Speranza, finalmente riunita, grazie anche agli studi di Luisa Caporossi, e restituita alla collettività, ma ripercorre le travagliate vicende dell’intero Soffitto Corner-Spinelli, separato e disperso in varie collezioni italiane ed estere. Il percorso espositivo è completato da un supporto didattico integrato dal suggestivo video Il soffitto di Palazzo Corner- Spinelli – Giorgio Vasari tra Venezia e Arezzo che invita il visitatore a immergersi nella sua complessa iconografia, realizzato da Culturanuova di Massimo Chimenti con le musiche originali di Francesco Chimenti e Davide Andreoni.

Giorgio Vasari eseguì le decorazioni del soffitto durante il soggiorno veneziano con la collaborazione di Cristoforo Gherardi e Battista Cungi, su commissione di Giovanni Cornaro, per una sala del palazzo che la famiglia aveva acquistato sul Canal Grande, la cosiddetta “Camera Nova”, in occasione della ristrutturazione della dimora da parte dell’architetto Michele Sanmicheli.

Il Soffitto Corner-Spinelli è molto vicino per tipologia e scelte iconografiche ai soffitti dipinti presenti nell’abitazione aretina del Vasari, da lui ideati e realizzati appena sei anni dopo il suo fondamentale soggiorno veneziano. Vasari, infatti, decorò riccamente le stanze del piano nobile della propria abitazione secondo un preciso programma di celebrazione del ruolo dell’artista, utilizzando riferimenti mitologici, biblici, e allegorie. Forte è dunque il legame tra l’opera oggi ricongiunta ed esposta e la dimora del pittore e architetto aretino che ne è l’autore.
Come Vasari stesso documenta, il soffitto di Palazzo Corner-Spinelli era composto da nove scomparti, raffiguranti «in uno di mezzo la Carità … in quattro quadri la Fede, la Speranza e la Giustizia e la Pazienza» con quattro putti recanti tabelle agli angoli. Il tema del Trionfo delle Virtù segue uno schema che prevede non solo la raffigurazione di esempi virtuosi ma anche dei loro contrari: la Speranza è infatti rappresentata con i suoi attributi tradizionali, la veste verde e l’àncora, richiamo alla Croce e simbolo della salvezza annunciata dalla colomba, accompagnata da Noè, il quale – abbracciando il simbolo della vite – dimostra la sua fede in Cristo. Sul lato opposto è Giuda, rappresentato nel suo atto estremo: Vasari lo dipinse, infatti, in maniera del tutto nuova, raffigurando un uomo dalla muscolatura possente sottolineata dalla tunica gialla, appeso al ramo di un albero con un cappio al collo mentre sta per suicidarsi. La sua intensa figura simboleggia quindi il contrario della Speranza, la Disperazione. Nei Tarocchi, del resto, la figura dell’Appeso o Impiccato rappresenta proprio il traditore per antonomasia.
Anche il Museo Aziendale Gori&Zucchi – Uno A Erre di Arezzo partecipa a questo evento presentando in mostra una raccolta di gioielli e preziosi realizzati nei propri laboratori nella seconda metà degli anni novanta del Novecento e allestita nella così detta “cucina” di Casa Vasari. La raccolta è ispirata ai gioielli del Rinascimento e alla produzione artistica di alcuni dei principali artisti dell’epoca, tra cui il Vasari stesso che nella sua formazione ebbe modo, come altri artisti suoi contemporanei, di avvicinarsi all’oreficeria, riproducendo i gioielli con una dovizia di particolari che tradisce la sua esperienza nell’arte orafa.
La mostra è realizzata dal Polo museale della Toscana con il Concessionario per la gestione dei servizi museali Munus / Mosaico, in collaborazione con le Gallerie dell’Accademia di Venezia e con il fondamentale contributo dello sponsor unico Sugar, che ha curato anche una sezione legata all’eleganza delle allegorie vasariane, dedicata alle creazioni di Alta Moda di Dolce & Gabbana. Inoltre è fondamentale il contributo giunto grazie a numerose erogazioni di mecenati tramite Art bonus, lo strumento del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che a partire dal 2014 promuove le donazioni a favore del patrimonio culturale, incentivate da agevolazioni fiscali.

Arezzo – 16 giugno/14 ottobre

La quadriga di San Marco e gli episodi legati ad Arezzo. Apre oggi Lapidarium di Aceves

Arezzo – 1 giugno/6 gennaio 2019

Cronache della Fiera Antiquaria. Documenti e immagini dall’Archivio Bruschi, la mostra dedicata al 50°

Arezzo – 23 giugno/5 agosto

Dopo la mostra dell’opera di Emilio Isgrò, l’associazione culturale Arezzo Ars Nova presenta, nella stessa suggestiva Chiesa della Madonna del Duomo Vecchio, in Arezzo, l’opera di Julien Friedler, a cura di Fabio Migliorati e Dominique Stella.
Si chiama Julien Friedler – Vibrations, e s’inscrive nel flusso di una meditazione sul valore universale dell’arte, parlando di spiritualità in un momento in cui la superficialità, il trash, l’immediatezza, la violenza hanno azzerato la complessità del pensiero e semplificato il messaggio artistico. Intendiamo l’arte come ricettacolo di una Spiritualità universale – come scriveva il pittore Vasilij Kandinskij in Lo Spirituale nell’arte e nella pittura, del 1911.
Qui l’artista russo trasmetteva un insegnamento più che mai attuale:

«Un’opera d’arte non è bella, gradevole, piacevole… Il (suo) valore non è estetico. Un’opera è buona quando è adatta a provocare vibrazioni dell’anima, poiché l’arte è il linguaggio dell’anima ed è il solo».

Il lavoro di Friedler, sempre vivo tra installazione e dipinto, afferma la capacità dell’arte di sondare le vie dell’immaginario, concedendo l’accesso a una Verità superiore, spesso fugace – come se la pittura e la scultura avessero facoltà di dissipare i legami potenti che imprigionano ognuno di noi in uno stato di ragione, di morale, di pregiudizio. L’arte sarebbe sia forza d’introspezione, sia espressione di un sapere immateriale che designa un cammino verso la rivelazione della Conoscenza, lasciando intravedere una speranza, una fede in un ordine superiore.

L’arte appare così, per Friedler, una proiezione dal valore spirituale e atemporale, che tesse quel legame magico capace di unire le forze creatrici attraverso il tempo partecipe della poetizzazione del mondo. Julien Friedler vuole essere portatore di una visione umanista che esprime nelle sue opere un’attività di condivisione che egli conduce attraverso Spirit of Boz, associazione volta a instaurare – attraverso l’intermediario dell’espressione creativa in genere – scambi e legami, costituendo così una comunità di pensiero e testimonianza.

Questa realtà (individuale e collettiva) esprime, al di là dell’incontro, la convinzione di quanto sia più che mai necessario riconciliare azione e contemplazione, nell’intento di promuovere un pensiero creativo evoluto. Julien Friedler – Vibrations, curata da Fabio Migliorati e Dominique Stella con un testo critico a quattro mani, invita a sondare, al di là delle apparenze, i traumi, le paure, le speranze che il nostro tempo dispiega davanti a noi; porge le domande essenziali che interpellano le nostre coscienze.

INFO: 333 3240813 > arezzoarsnova@gmail.com > free entrance – da giovedì a domenica: 16-19.

Arezzo – 30 giugno /9 settembre

La Fraternita dei Laici di Arezzo è lieta di presentare il secondo atto di un nuovo progetto che riguarda l’attenzione all’arte visiva contemporanea, tramite la mostra personale dell’opera di Stefano Di Stasio, a cura di Fabio Migliorati, con la collaborazione di Galleria Alessandro Bagnai e il Patrocinio del Comune di Arezzo. Il progetto prosegue dunque con la riscoperta di quella funzione di “attenzione culturale” che l’antico ente di mutuo soccorso e misericordia ha esercitato nei secoli. La Fraternita dei Laici di Arezzo, istituzione civica da oltre 750 anni presente nella società aretina, torna anche a occuparsi in maniera programmatica, come nel Rinascimento, di attualità visiva. L’opera di Stefano Di Stasio è quella scelta da Fabio Migliorati per essere ospitata presso la Chiesa dei SS. Lorentino e Pergentino in Arezzo, in cui se ne espone parte della più recente produzione. Oltre 20 dipinti racconteranno il discorso estetico di uno degli artisti che hanno parlato il linguaggio della pittura italiana in Italia, dal proprio protagonismo colorato degli anni Ottanta, al tacito, costante fiancheggiamento dei decenni successivi. Al temine della mostra, una delle opere entrerà a far parte della prestigiosa Collezione di Fraternita, parte collocata nel nobile Palazzo di Piazza Vasari, parte presso il Museo d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo. Il lavoro di Stefano Di Stasio dal , 29 giugno al 9 settembre 2018 (inaugurazione venerdì 29 giugno, ore 18.00) è un viaggio nel sentire umano raccontato per immagini; è un’ipotesi formulata, una domanda posta a noi stessi. Ci si risponde con il tentativo di evocare quella certa poesia d’ambientazione, e di farla intuire come strumento eletto ed elettivo, per tentare sia di stabilire una soluzione visiva come mossa del conoscere, sia di validare il modo attraverso il quale si raggiunge, cioè la tecnica. La pittura, così, è ancora una volta “via del sapere” dell’autore, che oggi, però, non si manifesta più quale proposta di resistenza, ma vive liberamente, senza alcun merito o demerito che costituisca un vantaggio o uno svantaggio. Tale fenomenologia dell’essenza estetica conduce Stefano Di Stasio alla verità del tempo pittorico, quale ente metafisico in grado di sistemare i dubbi del pittore come quelli dell’umanità. Il perenne confronto fra elementi compitamente figurali e frammenti compiutamente paesaggistici, l’equilibrio fra bisogno del ritrarre e tentazione dell’autoritrarsi, il dualismo fra trama della narrazione e coscienza di essa: tutto ciò senza tradurre o interpretare il senso di immagini che sembrano evolute, autonome, quasi coscienti – anche quando l’insieme di singoli elementi realistici sfuma nella logica dell’illusione, pur senza suggerire quella certa teatralità fantastica invece trattenuta dalle smaltate e suggestive forze del vero, che situano la pittura al magico limine tra sentire lirico e vedere psicologico. L’artista, in Arezzo, non può che pensare all’apparato figurale di Giorgio Vasari, così complesso e strutturato come il suo; e restare in silenzio magari al cospetto dell’immenso “Convito per le nozze di Ester e Assuero” al Museo d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo. Con mostre come questa, la funzione culturale della Fraternita dei Laici ritrova il proprio spirito umanistico, facendosi garante pubblico di una “veduta espressiva” che, manifestandosi, forma e riforma nel tempo le identità creative cittadine. Stefano Di Stasio sarà inaugurata venerdì 29 giugno alle ore 18.00, presso la Chiesa dei SS. Lorentino e Pergentino in Arezzo, alla presenza dell’artista, di Alessandro Ghinelli (Sindaco di Arezzo), di Pier Luigi Rossi (Primo Rettore, Fraternita dei Laici), di Fabio Migliorati (Critico d’arte / Curator), di Alessandro Bagnai (Galleria Alessandro Bagnai). INFO: 0575 24694 > info@fraternitadeilaici.it > Mostra: free entrance / mart-dom: 11.00-13.30 14.30-19.00

Arezzo – 29 marzo/30 settembre 

Nel cuore di Arezzo negli storici spazi di Palazzo Chianini Vincenzi “Leonardo da Vinci genio universale”, mostra delle macchine funzionanti tratte dai codici di Leonardo da Vinci. Il genio vinciano continua quindi anche nel terzo millennio ad esercitare un fascino enorme. Leonardo incarnò in pieno, lo spirito universalista della Sua epoca, spaziando nel sapere umano e del Suo tempo: dall’invenzione e creazione delle macchine all’architettura, alla botanica, all’anatomia, alla fisica, alla filosofia, alle lettere, alla pittura e alla scultura, integrando le proprie competenze Leonardo Da Vinci dedicò la sua vita all’indagine della realtà. Attraverso i Codici, scritti e disegni in forma di appunti che ha redatto, da vita ad un corpus di incompatibile ricchezza, sublime universale. Le macchine di Leonardo furono già esposte ad Arezzo nel 2005 al Palazzo del Comune, con grande successo di pubblico. Ci auguriamo che ancora oggi, a distanza di 13 anni, come succede in molte parti del mondo, l’nteressamento per questo grande genio italiano, che tutti ci invidiano, ancora una volta non venga meno. La mostra durerà fino al 30 Settembre 2018 e sarà aperta tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 19.

Bibbiena – 21 luglio/30 agosto


ExpArt studio&gallery, in via Borghi 80 a Bibbiena, presenta “In transito”, doppia personale di fotografia di Paolo Aizza e Chiara Passalacqua e a cura di Silvia RossiL’esposizione, a ingresso libero e gratuito, sarà visitabile dal martedì al mercoledì con orario 15/19, dal giovedì al sabato con orari 9,30/12 e 15/19, o su appuntamento.

“In transito” è una full immersion nel mondo di due particolari fotografi: Paolo Aizza e Chiara Passalacqua. Immagini che sono collezioni di segni e gesti raccolti nel transito urbano.

Le figure, in entrambi gli autori, appaiono trasfigurate, distorte. Il movimento, colto sapientemente dall’obiettivo, diventa il pretesto di una riflessione sulla dimensione fisica, e non solo, dei luoghi.

Paolo Aizza compie un lavoro di astrazione della figura, dove il colore e il moto diventano gli elementi compositivi dominanti dei suoi scatti che provengono da situazioni fortemente urbane. Il centro città e il transito quotidiano con esso vengono quindi riassunti e amplificati, rendendo irriconoscibili luogo e contesto ed esaltandone il dinamismo.

Chiara Passalacqua coglie i suoi scatti ai lati del mondo urbano, in piccoli angoli che trasmettono la loro ancestrale presenza e che a tratti si fondono con la natura. L’uomo, il suo passaggio, sono gli elementi ricorrenti delle foto in bianco e nero. Le figure e il paesaggio circostante vengono distorti dall’obiettivo della fotografa, che sembra proiettare in un vortice questi transiti senza tempo, quasi anacronistici e appartenenti a quella zona grigia che fonde passato e presente in una narrazione circolare.

BREVI BIOGRAFIE:

Paolo Aizza vive e lavora ad Aiello del Friuli (UD). È fotografo professionista dal 1997 e associato a TAU Visual (Associazione Nazionale Fotografi Professionisti) dal 1998. Le sue foto sono ricche di particolari ed esprimono con sensibilità sempre due modi, il passato e il presente.

Ha esposto con successo in personali e collettive e partecipato a prestigiosi concorsi nella sua regione, ottenendo premi e menzioni. Sue immagini sono presenti sulle copertine di album di noti musicisti come California Guitar Trio, Bert Lams e Nigel Gavin.

Roberto Tomesani dice di lui: Paolo Aizza non scatta fotografie, ma coglie sensazioni e, come tutte le sensazioni, non possono essere spiegate, ma solo vissute.

Chiara Passalacqua è nata a La Spezia e cresce a Manarola di Riomaggiore (SP). Frequenta la sezione Scultura del Liceo artistico di La Spezia, dove ha l’opportunità di partecipare a corsi di manipolazione di svariati materiali, dall’argilla alla saldatura del metallo, fino a corsi di fotografia digitale.

Dopo il diploma intraprende gli studi all’Accademia di belle arti di Firenze, dove ha modo di affinare la tecnica del disegno e della manipolazione dell’argilla.

Dal 2007 a oggi ha partecipato a mostre personali e collettive, presentato installazioni ed eseguito performance. Nel 2014 è stata finalista al Premio Arte di Cairo Editore, che l’ha portata a esporre al Palazzo della Permanente di Milano e vincere il Premio Accademia nella sezione Fotografia.

www.expartgallery.com

 

Bibbiena – 16 giugno/9 settembre

La FIAF – Federazione Italiana Associazioni Fotografiche – associazione senza fini di lucro che si prefigge lo scopo di divulgare e sostenere la fotografia su tutto il territorio nazionale – annuncia la mostra fotografica del nuovo grande progetto nazionale “La Famiglia in Italia” che verrà inaugurata sabato 16 giugno 2018 al CIFA, Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Via delle Monache 2), a partire dalle ore 17,30. La mostra rimarrà poi aperta fino a domenica 9 settembre 2018. All’inaugurazione parteciperanno la Vice Presidente della Regione Toscana ed Assessore alla Cultura Monica Barni e il Sindaco di Bibbiena Daniele Bernardini.

Lo scopo del progetto LA FAMIGLIA IN ITALIA è quello di documentare e interpretare la famiglia italiana contemporanea alla luce delle trasformazioni epocali che hanno riguardato i diversi ruoli dei suoi componenti, le identità sessuali, le esigenze economiche, il ruolo della donna, la presenza di immigrati e italiani di nuova generazione e molti altri aspetti che modificano continuamente un’idea di famiglia che per molti anni era apparsa congelata nelle sue statiche certezze.

Cavriglia – 17 maggio/9 settembre

Archiviato il grande successo di “Mithra, un dio orientale in Valdarno”, l’esposizione dedicata al gruppo scultoreo rinvenuto oltre 40 anni fa per caso nei pressi della Pieve di Cavriglia da Gianni Grotti e Mauro Ferrucci, al Museo Mine sta per aprirsi un altro appuntamento culturale di grande spessore. “Mi chiamo Rambaldo” è la mostra promossa da Comune di Cavriglia e Museo MINE dedicata all’ultimo abitante dell’antico borgo di Castelnuovo. Alla metà degli anni ’70 del 1900 gli abitanti della parte alta del vecchio paese avevano ricevuto la lettera di esproprio: lasciare la casa! In una di queste, proprio sotto l’arco della Galletta aveva vissuto Rambaldo Macucci, la persona che pochi decenni dopo sarebbe stata ricordata come l’ultimo abitante di “Castello” con il suo piccolo museo collocato in una casa su per la via di Camonti. Rambaldo, classe 1915, detto “metrino” o “ramma” era pittore e narratore di storie di eccezionale talento. Assunto alla miniera come addetto al transito, nel tempo libero si dedicava  al teatro, leggeva, studiava, dipingeva e cercava di capire quel mondo minerario e naturale che lo circondava, guardando con occhio attento e scrutando i suoi segreti con lo studio di fossili e minerali. Metrino ha attraversato la storia delle miniere e della trasformazione del paesaggio e proprio a lui si ispirò nel 1995 Alessandro Benvenuti quando trasformò il vecchio paese di Castelnuovo in un set cinematografico, girandovi il film Ivo il Tardivo. Quadri, fotografie, scritti, minerali: il mondo di Rambaldo tornerà a vivere per tutti coloro che hanno desiderio di ricordarlo e per quelli che vogliono conoscere la sua storia. La mostra sarà accessibile al pubblico ad ingresso gratuito negli orari di apertura del Museo MINE: dal martedì al venerdì dalle 9 alle 13, sabato e domenica: dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Foiano della Chiana – 22 giugno/22 luglio

Con la mostra di Mario Consiglio dal titolo “Bene dire, male fare” che si svolgerà dal 22 giugno al 22 luglio presso la Sala della Carbonaia si apre ufficialmente la rassegna “Open art: Carbonaia contemporanea” organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Foiano in collaborazione con l’Associazione Art Adoption.
La rassegna si articola in cinque diverse iniziative di artisti contemporanei giovani, ma già conosciuti a livello internazionale, volte ad utilizzare il medesimo spazio espositivo.
La visibilità delle opere esposte ha un’ottima resa sia per quelle a “parete” che per le altre a “pavimento” dovuta alla naturale conformazione architettonica del luogo. L’interno, essendo percepito come spazio unico ed aperto, valorizza in modo spontaneo tutte le opere esposte, perché non vi è un percorso attraverso sale differenti, ma uno spazio “principe” dove le opere e la struttura stessa si compensano come a creare una simbiosi perfetta tra loro. Il colloquio con il pubblico è spontaneo ed immediato in quanto appena entrati il tutto è perfettamente visibile nel suo insieme. Spetterà poi al visitatore scegliere il percorso attraverso lo spazio espositivo. Infatti la possibilità che il visitatore delle mostre ha di iniziare la visita da più punti diversi, fa sì che ogni opera acquisisca la massima importanza all’interno del percorso Storico/curricolare dell’artista prescelto.
«Sono orgogliosa di presentare questa nuova idea di sviluppo culturale», afferma l’Assessore Alice Gervasi, «che avrà il doppio merito di valorizzare un luogo magico, unico e colmo di storia come la Sala della Carbonaia e di presentare giovani di talento con alle spalle curriculum di prim’ordine e che hanno già esposto nei luoghi più prestigiosi della cultura odierna, da Firenze a Roma, da Parigi a New York.» Chiuso il lunedì e il 15 agosto

Lucignano – 15 giugno/31 agosto

Il progetto dal titolo CORPO_ELLISSE/GHIRLANDA/ALBERO/TEMPIO è una trilogia articolata ma organica che vede tre mostre, che rendono visibili i nomi e gli abbinamenti di parole presenti nel titolo. A cura di Matilde Puleo, l’evento avrà una preview il 15 giugno alle ore 18.00 a Lucignano e l’inaugurazione alle ore 21.00 a Monte San Savino con la gradita presenza delle prime cittadine. Per la prewiev vi aspettiamo nei locali del Museo dell’Albero d’oro, e in serata a Monte San Savino.

Diverse ma affini per gusti e sensibilità, Sandra Stocchi e Elisa Braconi lavorano in tandem intorno a tre temi fondamentali della loro ricerca: il proprio corpo fisico e oggettuale – l’elemento naturale nella sua versione in assoluto più simbolica come l’albero – e il rapporto di queste due componenti con la dimensione rituale della ghirlanda e quella spirituale del tempio. Presentano opere realizzate esclusivamente per questa iniziativa e muovono dal luogo che le accoglie con il quale intrattengono un dialogo accurato, puntuale e assolutamente femmineo, frutto di una preparazione lunga e condivisa tra tutte le componenti responsabili. Sorta di diario personale su tre supporti, le mostre intendono parlare della componente umana, degli antichissimi simboli della vita e della forza delle infinite potenzialità della creazione.

LUOGHI: TEMPIO/GHIRLANDA è il contatto con la dimensione spirituale e rituale. Al Cassero-tempio di Monte San Savino si presenta una ritualità figurata a cui collegare il complesso significato della ghirlanda.

CORPO è punto iniziale di ogni percorso di ricerca non solo artistica ma anche politica e spirituale. È il corpo dell’universo femminile da realizzare per il Palazzo di Monte di Monte San Savino.

ALBERO/ELLISSE è la tappa del Museo dell’Albero d’Oro, a Lucignano. Qui il contatto con la Natura rappresentata dall’albero nella dimensione propria agli esseri del pianeta Terra e con l’Ellisse intesa come forma macroscopica dell’Universo

Sandra Stocchi – Elisa Braconi

CORPO_ ALBERO/ELLISSE/TEMPIO/GHIRLANDA

Trilogia di mostre a cura di Matilde Puleo

dal 15 giugno al 31 agosto 2018

catalogo in mostra

ALBERO-ELLISSE MUSEO DELL’ALBERO D’ORO Lucignano

CORPO PALAZZO DI MONTE Monte San Savino

TEMPIO-GHIRLANDA CASSERO Monte San Savino

Montevarchi – 16 giugno/16 settembre

Nell’ambito delle celebrazioni previste nel 2018 per il centenario della nascita di Venturino Venturi  Il Cassero per la scultura dedica una mostra all’artista di Loro Ciuffenna, uno dei più significativi artisti italiani del secondo dopoguerra. Venturino Venturi, avendo messo al centro della sua arte l’uomo e l’umanità tutta, si è espresso maggiormente tramite il ritratto. E proprio con una selezione di autoritratti e di ritratti della sorella e di amici, alcuni dei quali inediti, realizzati tra il 1948 e il 1984, che il Cassero vuole rendergli omaggio. Non vi è un momento della sua lunga attività, sino dagli esordi di studente a Firenze sullo scorcio degli anni Trenta, che non sia stato per lui occasione di meditazione sulla condizione umana, declinata in tutte le forme possibili e con tutti i materiali di volta in volta disponibili. La mostra prende il titolo di “Inedito Venturino” ed è curata da Lucia Fiaschi Presidente Archivio Venturino Venturi e da Federica Tiripelli Direttore scientifico de Il Cassero per la scultura italiana dell’Ottocento e del Novecento. L’esposizione sarà inaugurata sabato 16 giugno alle ore 11 presso il Cassero per la Scultura italiana posto in via Trieste, 1. Interverranno Silvia Chiassai Martini Sindaco del Comune di Montevarchi, Maura Isetto Assessore alla Cultura del Comune di Montevarchi, Moreno Botti Sindaco del Comune di Loro Ciuffenna, e le due curatrici Federica Tiripelli e Lucia Fiaschi. La mostra resterà aperta al pubblico dal giovedì alla domenica in orario 10-13 e 16-19. Al termine della mostra, grazie ad un accordo di comodato, un autoritratto in pietra serena, eseguito tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, sarà collocato nelle sale della collezione permanente, in dialogo con le sculture del coetaneo Ernesto Galeffi, altra singolare figura di artista con il quale Venturino condivise, soprattutto tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta, la frequentazione e l’amicizia di scrittori, poeti, critici, artisti e galleristi.

Montevarchi 3 luglio /9 settembre

La grandezza dello scultore montevarchino Francesco Mochi vista dai bellissimi scatti dell’artista montevarchino Luca Canonici. Un omaggio da parte del noto cantante e anche bravissimo fotografo a uno dei personaggi più importanti della scultura mondiale nato a Montevarchi nel 1580. La Mostra, fotografica, prodotta dal Museo Arte Sacra San Lorenzo ripercorre le opere che l’artista realizzò nelle città di Piacenza, Orvieto, Perugia, Roma, Gravina di Puglia. Il progetto ha il Patrocinio del Fec (Ministero dell’Interno) del Comune di Montevarchi, del Comune di Piacenza, Comune di Orvieto, il Museo del Duomo di Orvieto. Oltre 40 immagini, di grande formato, si dislocano nella Chiesa di Sant’Andrea a Cennano di Montevarchi in un allestimento progettato dal Prof. Nicola Pisacane dell’Università di Napoli. La mostra aprirà martedì 3 Luglio alle 21,15 e sarà visitabile sino al 9 Settembre a chiusura della Festa patronale.
Dopo 37 anni Montevarchi torna ad allestire una mostra fotografica dedicata al personaggio artistico più famoso della città. Infatti l’ultima iniziativa del genere risale al 1981 quando fu allestita la mostra “Francesco Mochi fotografato da Marcello Bertoni. Una mostra curata da Carlo del Bravo e realizzata dal Comune di Montevarchi in collaborazione con il Comune di Piacenza, il Comune di Roma e la Regione Toscana.
Sulla mostra è stato realizzato anche uno specifico catalogo edito da Aska e curato da Aldo Ferrucci, dopo che lo stesso editore ha visionato il lavoro effettuato dal fotografo Luca Canonici, il quale propone, con uno stile personale e suggestivo, le opere dell’artista montevarchino, collocate in diversi luoghi della penisola. Le foto sono raccolte in un elegante catalogo cartonato fasciato con tela, serigrafia in bianco. Note biografiche e cronologia delle opere a cura di Marcella Favero (Aska Edizioni)
Tra le opere proposte dalle foto di Canonici all’interno della mostra e riportate anche nel catalogo, ricordiamo: il busto di Carlo Barberini, Museo di Roma, la statua del duca Ranuccio Farnese Piacenza, il monumento equestre di Ranuccio Farnese Piazza Cavalli a Piacenza, Santa Veronica San Pietro (Roma), il busto di Arcasio Ricci, Cattedrale Gravina di Puglia, San Filippo Chiesa di Sant’Agostino di Orvieto, l’Angelo annunziante Chiesa di Sant’Agostino di Orvieto, San Paolo e San Pietro Chiesa dei Fiorentini di Roma, il busto di Marcantonio Eugenj Galleria Nazionale dell’Umbria.

Poppi – 7 luglio/7 ottobre

Nel segno di Leonardo: al Castello di Poppi arriva la tavola Doria direttamente dagli Uffizi

Sansepolcro – 13/20 luglio

Torna visibile in Valtiberina l’intensa testimonianza creativa della fotografa italo-argentina Alejandra Basso che in questa occasione espone a Sansepolcro nella centralissima sala di Palazzo Pretorio. Una fortissima denuncia, quella che Alejandra propone a chi guarda i suoi lavori in questa mostra, a partire dal vernissage in programma venerdì 13 luglio alle 18.30 e aperta fino a venerdì 20 luglio. L’autrice con questi suoi scatti e composizioni fotografica comunica, anzi urla la sua rabbia verso l’indifferenza dell’uomo nei confronti del nostro pianeta. I suoi lavori costituiscono una sintesi drammatica: incuria, sporcizia, smog, inquinamento, questi gli elementi richiamati dalle sue immagini: estremo appello nel tentativo di scardinare l’indifferenza di troppi davanti al degrado apparentemente inarrestabile della nostra casa Terra. E allora ecco gli aspetti espressi con forza e determinazione da Alejandra: il tempo, simboleggiato ad esempio da un orologio abbarbicato su una scala di corda davanti a un paesaggio magmatico, postnucleare. E poi ci sono i rifiuti, segno tangibile del futuro che ci aspetta: ci rassegneremo davvero ad essere soffocati e sepolti dagli avanzi della nostra follia collettiva? E ancora: la plastica che inconsapevolmente ingeriamo in dosi minime ma costanti, gli animali ridotti a scheletri deambulanti, le carte da gioco a ricordarci che stiamo giocando la nostra ultima partita. Tutte espressioni concettuali, queste, del messaggio che Alejandra Basso con testardaggine, forza di volontà e forte impulso creativo lancia con le sue foto. La prospettiva è di rendere questa esposizione itinerante per portare il messaggio in altri luoghi. L’esposizione sarà introdotta dal poeta tifernate Simone Cumbo; suoi questi versi citati anche nella locandina della mostra:

“Devastando montagne;/nel frantumare rocce,/cumuli di pietre/Nasceranno più fiori/da quelle macerie?”

Il tutto per riflettere, indignarsi e quindi agire.

Sansepolcro – 25 marzo 2018 – 6 gennaio 2019

In concomitanza con la presentazione dei restauri della Resurrezione di Piero della Francesca, presso il Museo Civico di Sansepolcro, apre al pubblico, il 25 marzo, la mostra Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva. L’esposizione, curata da Filippo Camerota e Francesco P. Di Teodoro, e promossa dal Comune di Sansepolcro, è un progetto del Museo Galileo di Firenze con la collaborazione della Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia ed è organizzata da Opera Laboratori Fiorentini.

Per Mauro Cornioli, Sindaco di Sansepolcro: “E’ un gran privilegio poter rappresentare l’amministrazione comunale di Sansepolcro quando è svelato al mondo, dopo lunghi anni di restauro, il vero colore di Piero della Francesca. E’ inoltre una straordinaria occasione per i visitatori, poter approfondire l’immensa cultura scientifica del nostro più celebre concittadino grazie all’esposizione Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva, organizzata negli ambienti adiacenti agli affreschi”.

Il progetto espositivo, che si articola intorno al De prospectiva pingendi, trattato composto da Piero della Francesca intorno al 1475, ha anche l’obiettivo di illustrare, attraverso riproduzioni di disegni, modelli prospettici, strumenti scientifici, plaquette e video, le ricerche matematiche applicate alla pittura di Piero della Francesca e la conseguente eredità lasciata ad artisti come Leonardo da Vinci, Albrecht Dürer, Daniele Barbaro e ai teorici della prospettiva almeno fino alla metà del Cinquecento.

La mostra mira, inoltre, a mostrare al pubblico le due anime di Piero della Francesca: raffinato pittore e grande matematico. Oltre ad essere Maestro d’abaco, geometra euclideo, studioso di Archimede, Piero è stato anche un innovatore nel campo della pittura poiché per lui, quest’ultima, nella matematica e nella geometria, trovava il suo sostanziale fondamento. I suoi scritti, infine, soprattutto il De prospectiva pingendi, composto in volgare per gli artisti e in latino per gli umanisti, hanno dato inizio alla grande esperienza della prospettiva rinascimentale.

La Mostra è suddivisa in otto sezioni che approfondiscono gli studi affrontati da Piero nel corso della sua vita. Nella prima sezione La prospettiva tra arte e matematica, attraverso le riproduzioni di alcuni disegni, dimostra che il De Prospectiva Pingendi è il primo trattato sistematico di prospettiva interamente illustrata, e il primo in cui sono giustificati matematicamente i procedimenti descritti. Suddiviso in tre libri, il trattato approfondisce nei primi due libri le tecniche prospettiche per le figure piane e i solidi geometrici, nel terzo, per le figure più complesse come la figura umana. Nella seconda sezione I principi geometrici, si analizza la relazione di Piero con Firenze, quando vi giunge, nel 1439, per lavorare con Domenico Veneziano ai perduti affreschi di Sant’Egidio. Attraverso un pannello che illustra lo schema prospettico della Trinità di Masaccio e alcuni calchi dei bassorilievi della Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti, si può comprendere il grande fermento economico e culturale della città gigliata. Città dove già le opere di Donatello e Masaccio manifestavano la straordinaria innovazione figurativa di Filippo Brunelleschi, con l’invenzione della prospettiva lineare e dove, da qualche tempo, circolavano scritti di Leon Battista Alberti, come il De Pictura, che proponeva una codificazione teorica del nuovo linguaggio pittorico. Nella terza sezione Le regole del disegno prospettico, attraverso modelli e disegni, si comprende che Piero fu il primo a scrivere veramente per gli artisti. Mentre Alberti si era preoccupato di gettare i fondamenti teorici della nuova disciplina pittorica e Ghiberti aveva voluto riassumerne le premesse ottiche, Piero si concentrò notevolmente sulle regole del disegno. A differenza di Alberti, infatti, corredò ampiamente il trattato di numerosi disegni, estremamente precisi, puliti e di straordinaria finezza. La sua mano era in grado di tracciare linee sottilissime, veri e propri segni euclidei che ricordavano l’abilità del mitico Apelle. La “prospectiva” per Piero era essenzialmente “commensurazione”, ossia rappresentazione misurata dei corpi sulla superficie del dipinto. Il quadro per lui era il “termine” dei raggi visivi. Sul quadro, le grandezze osservate subivano una diminuzione apparente proporzionale alla distanza di osservazione. Su questo principio proporzionale si fonderà il pensiero scientifico della pittura moderna. Nella sezione I corpi geometrici, si approfondisce la relazione tra Piero e il matematico Luca Pacioli. Qui è analizzato il celebre ritratto del matematico, dipinto attribuito a Jacopo de’ Barbari e custodito a Capodimonte e un altro importante trattato di Piero della Francesca: il Libellus de quinque corporibus regularibus. Concluso attorno al 1482 e dedicato al duca Guidubaldo, figlio e successore di Federico da Montefeltro il Libellus permette a Piero di riprendere il tema dei corpi regolari già trattato nella parte geometrica dell’Abaco, sviluppandolo in quattro parti, dedicate, rispettivamente, ai poligoni, ai cinque poliedri inscritti nella sfera, ai poliedri inscritti in altri poliedri, e ai poliedri irregolari. Ed è proprio attraverso il Libellus che Piero diventa artefice di quella rinascita d’interesse per i poliedri che caratterizzerà il Rinascimento e che è testimoniata anche dalle stupende “tavole leonardesche” che illustrano il De divina proportione di Luca Pacioli. Con la sezione I maestri della prospettiva, si comprende come, attraverso la frequenza con cui i disegni di Piero appaiono nelle tarsie del Quattrocento e l’amicizia che legava il pittore ai famosi intarsiatori Lorenzo e Cristoforo Canozzi da Lendinara, l’arte dei legnaioli era una delle prime aree di diffusione del De prospectiva pingendi. Tarsie prospettiche che sicuramente l’artista di Sansepolcro aveva potuto ammirare, durante il soggiorno fiorentino, nella Sacrestia delle Messe di Santa Maria del Fiore e che, negli anni tra il 1474 e il 1476, fecero dello studiolo di Federico da Montefeltro uno dei massimi capolavori del Rinascimento. Nella sezione Il disegno di architettura: ichnographia, orthographia, scaenographia si pone l’attenzione sull’interesse per il disegno architettonico. Per Piero un buon pittore doveva possibilmente essere anche un buon architetto o, almeno, conoscere dell’architettura tutto ciò che riguardava il disegno degli ornamenti, dalle proporzioni alla sintassi degli ordini classici. Attraverso alcune riproduzioni e disegni della sezione La figura umana, si può comprendere come Piero abbia risolto uno degli esercizi prospettici più complessi che si possano immaginare: il disegno prospettico della testa umana. Per risolvere il problema Piero trasforma il corpo naturale in un solido geometrico, sezionando la testa con piani meridiani e paralleli, quasi come fosse un globo terrestre. L’ultima sezione Gli inganni della visione, analizza, infine, gli studi di Piero sugli inganni della visione e gli effetti bizzarri della rappresentazione causati dalla forzatura del rapporto tra occhio e distanza di osservazione, portando Piero a terminare il trattato con alcuni esercizi che anticipano gli sviluppi dell’anamorfosi. Conclude la mostra un video che aiuta a rendere tangibile la dimensione geometrica della bellezza che contraddistingue tutta l’opera pittorica di Piero della Francesca.

Il catalogo, a cura di Filippo Camerota e Francesco Paolo Di Teodoro è edito da Marsilio.

 

Stia – 8 luglio/8 settembre 

Il Ristorante Falterona di Piazza Tanucci 9, a Stia (AR), ospita “Eclisse di luna, mostra personale di disegni e opere grafiche di Roberta Kali Agostini a cura di Marco BottiL’aspetto inquietante e forte di questi personaggi raffigurati combatte lo stereotipo maschilista della donna oggetto, del femminino sempre buono, dolce e rassicurante, della figura femminile che non ha il diritto di essere vecchia o brutta.


La rappresentazione junghiana della Grande Madre, forza generatrice ma anche distruttrice e dall’aspetto terribile, ci ricorda che la donna non deve per forza piacere al sesso maschile ma al proprio “Divino Sé”. 

Le opere della casentinese sono prive di colore. «A volte gli spettatori si chiedono come mai non ne faccia uso – spiega l’artista. – Da un lato mi viene spontaneo, perché il mio disegno si esprime in quanto linguaggio, scrittura nera su sfondo bianco, e non come immagine realistica piena zeppa di effervescenze coloristiche. Dall’altro lato mi viene naturale evitare il colore perché tutto ciò rimanda all’essenzialità, all’austerità, alla rinuncia all’orpello; mi richiama a una monacale adozione di ricercata sobrietà, a un senso dell’economia e del risparmio, alla pura semplicità, alla ricerca della bellezza interiore, al volgere l’attenzione all’interno dove, chiudendo gli occhi, si può ricercare se stessi nel buio.

Oltre che del colore, le creature di Roberta Kali Agostini si spogliano anche dei vestiti. Nudità come metafora di sincerità e trasparenza assolute; nudità per arrivare a svelare ciò che nell’umano è occulto, immobile, divino, contrapposto all’abito che rappresenta il molteplice e l’effimero, ciò che cambia per antonomasia.

L’ARTISTA

Roberta Kali Agostini nasce nel 1974 e abita da sempre nella sua amata valle, il Casentino.

Dopo le scuole medie si dedica alle sue passioni, il disegno e l’arte, frequentando la sezione di moda e costume teatrale dell’Istituto d’Arte “Piero della Francesca” di Arezzo. È lì che sperimenta per la prima volta il disegno legato alla tecnica del chiaro-scuro, peculiarità che la contraddistinguerà anche in futuro. Dopo le superiori decide di frequentare l’ISIA di Firenze. Nell’underground fiorentino inizia anche la sua attività espositiva.

In seguito abbandona gli studi, preferendo una ricerca artistica da autodidatta e libera creatrice. Dopo questo periodo, tuttavia, va incontro a una grossa crisi personale che la vedrà bruciare tutto il lavoro svolto fino a quel momento e interrompere ogni attività creativa per circa dieci anni.

Dal 2014 ricomincia a produrre nuove opere ed espone con mostre in Italia e all’estero. Creare per lei è un’autoterapia che la mantiene in salute e felice, una sorta di yoga, disciplina che tra l’altro studia e insegna e che in ambito artistico applica al concetto di espressione, mettendosi alla prova in un viaggio che la guida verso nuove frontiere e nuovi esperimenti.

LA LOCATION

Parola d’ordine: Qualità. In questo vocabolo si sintetizza la filosofia del Ristorante Falterona, una parola di cui lo chef Leonardo Norcini – coadiuvato da uno staff impeccabile – non può fare a meno. Materie prime scelte con cura, passione ed esperienza; un’intensa lavorazione di esse, senza mai alterarne l’autenticità dei sapori. Il Ristorante Falterona, nel cuore di Stia, si distingue per semplicità ed eleganza; un’atmosfera familiare che magicamente si trasforma in un ambiente unico e raffinato in cui si rinnova quel magico connubio che da sempre lega il buon cibo, la natura e le arti.

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