Intervista esclusiva a Claudio Bellucci, il nuovo allenatore dell'Arezzo

Da meno di un mese Bellucci allena l’Arezzo calcio, massima espressione sportiva della città. Essendo lui all’esordio nelle vesti di allenatore di una squadra di professionisti (viene dalle giovanili della Sampdoria) rappresenta certamente...

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Da meno di un mese Bellucci allena l’Arezzo calcio, massima espressione sportiva della città. Essendo lui all’esordio nelle vesti di allenatore di una squadra di professionisti (viene dalle giovanili della Sampdoria) rappresenta certamente un’incognita e una scommessa. Per comprenderne le potenzialità può essere utile presentarlo non solo come tecnico, ma anche come persona. L’ho incontrato nella sede dell’US Arezzo dopo il secondo allenamento giornaliero in un mercoledì di inizio agosto in cui il caldo si è fatto sentire.

- Allora Mister, lei è soltanto uno che ha giocato a calcio a ottimi livelli o anche qualcosa d’altro?

- Sono un ragazzo di borgata, quella di san Basilio a Roma. Sono cresciuto giocando di pomeriggio al San Basilio Pionieri, che era il campo centrale del luogo. Di mattina, quando si faceva sega a scuola, ci divertivamo nel campo di Alfredo, un campetto con fondo in asfalto dove ho giocato le partite più belle della mia vita.

Sono cresciuto in una zona difficile, ma anche in una famiglia vera, dove regnano valori veri, come l'onestà e la lealtà. Ho una sorella di un anno più grande di me alla quale sono legatissimo. Ci sentiamo molto spesso.

- E dopo le prime esperienze nei campetti di San Basilio cos’è successo?

- Quando avevo solo 13 anni è arrivata la chiamata della Sampdoria. Per mia madre è stato un trauma pazzesco, per mio padre anche, ma mitigato dalla soddisfazione. Mia sorella è stata travolta da una specie di uragano. Io e mio padre abbiamo dovuto convincere mia madre che valeva la pena provare e poi la famiglia ogni settimana veniva a Genova a trovarmi. Così è nata l’avventura con la Sampdoria. A tredici anni rimasi a Genova poche settimane, per ambientarmi, poi dai quattordici sono rimasto lì stabilmente e mi sono dovuto arrangiare da solo, o meglio con i miei compagni di allora. Prendevo pochi soldi e dovevo gestirli con oculatezza. Da lì è cominciata la mia carriera di calciatore. Per me la Sampdoria è tutto, almeno calcisticamente.

- Una carriera da attaccante che si è sviluppata tra Samp, Bologna e Napoli principalmente, ma non solo.

- Dalla Sampdoria è cominciata la mia carriera da calciatore e anche quella da allenatore.

- Ecco, come ha deciso di impegnarsi in panchina?

- Nelle mie esperienze da calciatore ho avuto la fortuna di incontrare molto spesso grandi allenatori, da Eriksson a Mazzone, Ulivieri, Guidolin, Mazzarri, del Neri… Soprattutto con Mazzone, Ulivieri e Mazzarri mi piaceva scambiare delle idee. Chiedevo loro il perché mi facessero fare determinate cose in campo. Quella è stata una scuola e una spinta importante, anche se parliamo ancora del calciatore, che deve sostanzialmente pensare a una cosa sola, cioè applicare al meglio quello che il Mister gli chiede.

- Invece fare l’allenatore…

- E’ maledettamente complicato. Devi pensare a trenta teste e puoi incidere sulla squadra, ma mai fino in fondo. Nel momento in cui non riesci a dare una mano ai tuoi ragazzi in difficoltà, per esempio, soffri molto di più che da calciatore, quando ti concentri molto su di te e i tuoi compiti, e poi sei nel vivo dell’azione e hai maggiori possibilità di sfogo. Mazzone mi diceva sempre che se io avessi fatto quello che mi diceva lui avrei giocato da sei quando non stavo bene, ma da dieci quando ero in forma. Ed era vero.

- Lei come allenatore è più un Sarri o un Mazzone?

- Sinceramente quello che riusciva a farci fare Mazzone con due parole e con il suo carisma era qualcosa di straordinario. Per lui mi sarei buttato nel caminetto acceso… Sarri e Giampaolo (del quale lo scorso anno ho seguito praticamente tutti gli allenamenti), secondo me oggi sono i due migliori allenatori sul campo a livello italiano.

- E Sottili?

- Con Sottili ho studiato a Coverciano. Siamo in buonissimi rapporti. Per lui parlano i risultati, è un ottimo allenatore.

- Qual è l’obiettivo che si pone proprio come allenatore in questo momento?

- Quello di essere convincente. Tecnicamente maniacale, ma soprattutto convincente. Secondo me una grande qualità tecnico-tattica non porta molto lontano se non è accompagnata da empatia con la squadra che alleni.

- Per lei è una scommessa gestire una squadra di professionisti navigati dove la struttura è composta dai vari Rinaldi, Ferrario, Cenetti, Foglia, Corradi, Grossi, Moscardelli, Cutolo. Si tratta di elementi che si aspettano molto da un allenatore…

- Certo. Devo dire che c’è molta stima reciproca. Loro mi rispettano come io rispetto loro. So con chi ho a che fare. Conosco la storia di ciascun calciatore, anche a livello caratteriale. Dico una cosa forte: quando qualcosa non funziona sono abituato a richiamare proprio i più rappresentativi, anche perché so che se mi faccio sentire con loro i giovani me li porto dietro automaticamente.

- E’ la Sampdoria che l’ha inviata ad Arezzo?

- Sì?

- Non lo so, pongo la domanda a lei…

- Per me si è materializzata questa opportunità parlando con Riccioli e Gemmi. Del resto non mi importa niente, perché quello che è successo è quello che volevo.

- Ha a disposizione una buona squadra per la categoria, almeno negli undici titolari.

- La carta nel calcio conta quasi niente, ma la squadra è certamente buona. La prima cosa che ho detto ai ragazzi quando mi sono presentato è stato complimentarmi per il campionato scorso.

- A che punto è il recupero di Ferrario e Grossi, per esempio?

- Si tratta di due calciatori da categoria superiore che sono sicuro ci daranno una grossa mano, come altri. Ho molta fiducia in Grossi, per esempio, che vedo motivato e voglioso di far bene.

- Dove le piacerebbe arrivare come allenatore. Si è dato un obiettivo?

- Intanto mi piacerebbe rimanere a lungo qui. Secondo me ci sono le condizioni per fare grandi cose. Mi piace l’ambiente e ad Arezzo sto bene mentalmente. Dormirei allo stadio. C’è da recuperare un rapporto di fiducia con i tifosi che sono rimasti delusi dal finale dello scorso anno e mi dispiace per il risultato contro la Triestina, dove abbiamo sprecato una prima occasione. Ce ne saranno altre.

- Ora che è arrivato Ferrari in porta avrà dei problemi di scelta…

- Non sarà un problema, perché la competizione ti fa rendere di più. Borra per il momento si è guadagnato il posto sul campo e sta andando alla grande. Contro la Triestina ha fatto un errore di piazzamento e ha preso il gol, ma non si è affatto abbattuto e ha dato sicurezza ai compagni, anche con due interventi di vera qualità. Ferrari ha avuto una rottura del crociato e poi è stato operato di menisco, ma ora sta bene ed è un giovane portiere di grande prospettiva.

- E l’ultimo arrivato tra i calciatori di movimento, il centrale difensivo Rinaldi?

- Eccezionale. Giocatore di personalità e qualità. E’ uno di quelli con i quali mi confronto più volentieri; per me è tutta palestra…

- Grazie Mister

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