Anche il nome di Rosadi accanto a quello di Mineo: gli eroi della Chiassa finalmente insieme nell'intitolazione del parco

Approvata dalla Giunta la richiesta di Santino Gallorini: i due partigiani che salvarono 209 persone dalla fucilazione

Il parco della Chiassa sarà intitolato anche al partigiano Rosadi. E' questa la decisione presa oggi dalla giunta comunale di Arezzo. Accanto al nome di Giovan Battista (Gianni) Mineo, a breve comparirà anche quello di Giuseppe Rosadi. I due eroi della Chiassa, che salvarono la vita a 209 persone, saranno finalmente ricordati insieme.

Si conclude così, positivamente, un'altra battaglia portata avanti da Santino Gallorini,  appassionato di storia locale che dopo un lungo lavoro di ricerca è riuscito a favorire la consegna della medaglia d'oro al valor militare ai due eroi e a ricostruire una parte della storia aretina fino a qualche anno fa conosciuta pochissimo. 

Ad oggi il nome di Rosadi non compare sul cartello in virtù di una legge che impedisce l'intitolazione di una strada (o come in questo caso di un parco) prima dei 10 anni dalla scomparsa. Il parco, infatti, fu intitolato nel 2014 e non era passato il tempo necessario affinché anche il nome di Rosadi, scomparso nel 2008, potesse essere affiancato a quello di Mineo. Ma già nell'estate del 2018 Gallorini, insieme a Gabriele Coleschi, presidente del Circolo 92 della Chiassa, Mino Faralli e Luigi Scatizzi del Comitato PatriOnor Eroi Dimenticati, inoltrò una richiesta al Comune. E dopo due anni arriva la risposta: presto entrambi i nomi saranno in quel cartello. 

La consegna della medaglia al valor militare

Chi erano Mineo e Rosadi

La vicenda che vide protagonisti i due partigiani risale al giugno 1944, quando una banda autonoma di partigiani slavi, attiva sulle montagne tra Arezzo e Anghiari, fermò un'auto tedesca e fece prigioniero il colonnello Maximilian von Gablenz, assieme al suo aiutante, un sergente maggiore.

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Immediata la reazione del comando tedesco di Arezzo che catturò in un rastrellamento oltre 500 persone, poi rinchiuse nella chiesa della Chiassa. Quindi diramarono un ultimatum: c'erano 48 ore di tempo per la restituzione del colonnello, pena la fucilazione degli ostaggi,  scesi a poco più di 200 dopo la liberazione di donne e bambini.

Il comando partigiano italiano della XXIII brigata garibaldina Pio Borri avrebbe voluto far liberare il colonnello von Gablenz, ma non poteva. Quando l'ultimatum stava per scadere,  al comando tedesco si presentò un giovane partigiano siciliano, Giovan Battista Mineo, che trattò con i comandanti li convinse a concedere una proroga di 24 ore: sarebbe dunque scaduto il 29 giugno 1944, lo stesso giorno in cui i soldati nazifascisti uccidevano oltre 200 persone tra Civitella in Val di Chiana, Cornia e San Pancrazio.

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Mineo partì alla ricerca della banda di slavi e iniziò lunghe trattative.  Alla fine riuscì a farsi consegnare il colonnello von Gablenz e il suo aiutante. Ma il tempo scorreva e rischiava di non arrivare in tempo per la scadenza dell'ultimatum.  Così von Gablenz scrisse un biglietto e Mineo corse verso la Chiassa per consegnarlo ai comandanti tedeschi.  Quando arrivò vide da lontano i primi ostaggi che stavano per essere fucilati, così si mise a urlare: alcuni soldati gli andarono incontro, lui mostrò il biglietto del colonnello von Gablenz e le fucilazioni furono sospese. Dopo un po' di tempo arrivò il colonnello con il suo aiutante, accompagnati da un altro partigiano, il giovanissimo Giuseppe Rosadi. Gli ostaggi furono liberati e le campane della chiesa della Chiassa iniziarono a suonare a festa.

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