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"La furia dell'acqua, quel babbo con un bimbo morto in braccio". Il testimone bibbienese del Vajont

C'era anche Renato Cresci, oggi 83enne, alla serata dedicata al Vajont che il Comune, il Teatro Dovizi e la compagnia Nata hanno realizzato lo scorso 9 ottobre

C’era anche Renato Cresci, 83enne di Bibbiena, alla serata dedicata al Vajont che il Comune, il Teatro Dovizi e la compagnia Nata hanno organizzato insieme a altri 129 teatri in Italia nello stesso giorno, il 9 ottobre per ricordare quel 9 ottobre del 1963.

Renato è andato a teatro con la moglie e la figlia per celebrare, ancora una volta, una tragedia annunciata di cui lui è stato testimone quando aveva 22 anni: fu mandato sui luoghi del disastro insieme a tanti altri giovani che stavano facendo la leva militare. Ancora una volta perché Renato in quei luoghi è tornato tantissime volte, riportando i suoi occhi e il suo cuore a rendere omaggio alle 1910 persone che persero la vita in 4 minuti. Un cuore ancora sanguinante, quello di quel ragazzo oggi nonno di quattro nipoti.

Sono passati 60 anni ma la sera del 9 ottobre del 1963 Renato se la ricorderà per sempre. Il suo racconto: “Erano le 11, me lo ricordo benissimo e suonò l’allarme. Io ero nel 182° Reggimento Garibaldi. Non era un’esercitazione ci dovevamo spostare. Lungo la strada venimmo a sapere di qualcosa che era accaduto in una diga, ma niente di più. Impiegammo circa un’ora e nel tratto di strada che facemmo sui camion dell’Esercito, incontrammo auto con gente che gridava. Ancora non riuscivamo a capire. Fu quando attraversammo il Piave che la situazione ci si presentò davanti in tutta la sua tragicità: il fiume portava giù di tutto. Quando arrivammo nei luoghi colpiti dall’onda anomala vedemmo cose che è difficile raccontare”.

Renato riprende il racconto: “La prima scena che mi si parò davanti e che non è più andata via dalla mia mente è quella di un padre disperato che teneva tra le braccia il suo bambino a cui la furia dell’acqua aveva tolto tutto, la vita e i vestiti. Poi il cimitero. Le tombe erano state devastate, come le casse e i morti che riposavano lì fossero stati scaraventati nel fiume insieme a tutto il resto. Ricordo il campanile, in piedi, come un eroe fiero che assiste alla devastazione e piange i suoi figli. Noi militari lavorammo senza sosta per tanti giorni tra macerie, acqua e pianti. Dormivamo poco. Io dormivo nel cassone di un camion tra le zappe che utilizzavamo per fare il nostro dovere. Per tirarci su, per farci andare avanti, ricordo ci davano grappa a volontà. Come se quella potesse salvarci da quello che avevamo visto, sentito. No, non era possibile”.

Renato mostra l’Attestato di Benemerenza che gli fu riconosciuto come a tanti altri giovani dal Ministero della Difesa. A un certo punto in questo attestato si trova scritto “riaprirono le strade, gettarono i ponti, donarono ai superstiti il conforto di una assistenza fraterna, fiorita d’amore”.

Roberto è tornato in quei luoghi per tantissime volte nella sua vita, anche in viaggio di nozze passò di lì e l’ultima è in questa lunga Estate. Erto e Casso, in provincia di Pordenone, in Friuli Venezia Giulia sono un luogo che per lui significa tanto. A 83 anni ricorda tutto nei minimi particolari, ha voglia di portare testimonianza, di ricordare quelle 1910 persone che furono trascinate via dall’acqua, ma prima ancora da una valutazione scellerata dell’uomo.

Francesca Nassini, assessora alla Cultura e colei che, insieme a Nata Teatro, ha voluto riportare in scena quella tragedia in un tetaro pieno di persone e di emozione, è voluta andare a trovare il già caporal maggiore Renato Cresci, che ancora oggi, con la forza che lo contraddistingue, aiuta l’impresa di famiglia come ha sempre fatto ma con il Vajont sempre nel cuore.

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