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"La notte delle sei rapine e il terrore degli adolescenti aretini". Così è stata incastrata la "famiglia Montana"

Indagini tradizionali, fatte di pattugliamenti e osservazione, hanno fatto emergere il quadro complessivo: "Non era bullismo - dicono gli inquirenti - ma una organizzazione minorile dedita a delinquere"

C'è stata una notte che ha segnato lo spartiacque nella storia della “famiglia Montana”. Poche ore in cui le azioni della baby gang – il cui nome è ispirato al protagonista del film Scarface -  hanno fatto capire agli inquirenti che era stato fatto un salto: quello verso l'organizzazione a delinquere. Era la notte tra il 6 e il 7 novembre del 2021 quando i ragazzi – 9 in tutto, raggiunti questa mattina da un'ordinanza di misure cautelari - furono protagonisti di almeno sei violenti episodi: tentate rapine e rapine aggravate ai danni di coetanei. Una notte di scorribande, nella quale racimolarono circa 100 euro: un bottino esiguo dietro al quale però erano già germogliati atteggiamenti gravi e pericolosi. 

Di fatto la gang, il cui leader è stato arrestato lo scorso aprile e che adesso si trova ai domiciliari a Cremona dalla mamma, da più di un anno seminava la paura tra gli adolescenti aretini. La “base”, come hanno appurato le minuziose indagini condotte da Squadra Mobile e Polizia Municipale, era in piazza Sant'Agostino. I membri si ritrovavano nel pomeriggio e restavano in centro fino a tarda notte. I teatri delle loro gesta erano racchiusi tra le mura della città: piazza Guido Monaco e Prato in particolare. In queste aree adescavano con una scusa ragazzini all'apparenza più fragili, o semplicemente isolati dal gruppo, li accerchiavano e poi li malmenavano, facendosi consegnare soldi, telefonini, cuffiette. Sempre nelle strade cittadine consumavano hashish e marijuana. Ed erano pronti a passare allo step successivo: lo spaccio. "Nelle ultime fasi dell'indagine – ha spiegato il dirigente della Squadra Mobile Pietro Luca Penta – abbiamo accertato che avvenivano anche cessioni di stupefacenti: droghe considerate leggere, come l'hashish e la marijuana. Nessuna droga pesante è stata trovata". 

Chi sono i "ragazzi di Montana"

I nove ragazzi, nati negli anni 2004 e 2005, sono di origini magrebine, albanesi, rumene e anche aretine. Alcuni arrivano da contesti sociali complicati, altri, come un giovane aretino, da famiglie senza particolari problematiche. Sette sono stati fermati, due ancora devono essere raggiunti. Per tre si sono aperte le porte di una comunità, per altri quattro quelle del carcere minorile di Firenze e di altre strutture della penisola.  

La baby gang è stata inquadrata nell'ordinanza del gip come una “associazione a delinquere caratterizzata da posizioni gerarchiche ben definite e con la possibilità di fare carriera al suo interno”. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, la banda era molto coesa e organizzata in modo gerarchico. Come una vera e propria famiglia: la “famiglia Montana”.

“Quelli che sembravano episodi sporadici – spiega l'agente della Municipale che ha condotto le indagini, Gianni Bigliazzi – nei confronti dei coetanei, erano perpetrati sempre dai soliti soggetti. Siamo andati ad analizzarne il contesto sociale, per capire chi fossero e come si muovessero e nel frattempo questi giovani stavano acquisendo popolarità. I ragazzi aretini sapevano chi fossero i membri della gang e nel corso del 2021 ci siamo trovati di fronte a famiglie impaurite e giovanissimi che avevano anche timore ad uscire”. Così sono iniziati i pattugliamenti mirati degli uomini della Municipale. Molti servizi sono stati svolti nel cuore della notte. Fino a quel 6 novembre, quando le modalità d'azione del gruppo sono emerse in tutta la loro violenza ed è maturata l'ipotesi di reato più pesante: l'associazione a delinquere. 

L'organizzazione della banda

"Durante le indagini – spiega Penta– è stato osservato un modus operandi ben definito: la vittima, spesso sola e minorenne, veniva avvicinata con un pretesto per poi ritrovarsi improvvisamente accerchiata dal branco che con violenza si impossessava di telefonini, cuffie o portafogli. Ogni componente ricopriva un preciso ruolo: c’era chi attirava la vittima con un pretesto, chi materialmente l’aggrediva, mentre gli altri fungevano da "palo" per avvisare circa l’eventuale presenza delle forze di polizia. A volte le aggressioni scaturivano per futili motivi anche senza la volontà di impossessarsi di qualcosa".

Dalle analisi dei telefoni sequestrati sono emersi elementi che hanno provato l’attività di spaccio: durante le indagini – svolte in modo tradizionale, con osservazioni e appostamenti – i  movimenti sospetti era già stati notati. 

Entro cinque giorni i giovani finiti in carcere potranno essere sentiti per l'interrogatorio di garanzia. I loro legali (il giovane aretino è assistito dall'avvocato Gabriele Tofi) potranno chiedere misure cautelari meno afflittive, come ad esempio i domiciliari. Le accuse nei loro confronti sono pesanti: l'ordinanza gli addebita circa 20 episodi tra rapine, aggressioni e spaccio. 

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