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Pillole di Mumec. Puntata 2: Il cinema muto e il baule delle meraviglie di Francesco "Frank" Bernasconi

L'approfondimento curato insieme al Museo dei Mezzi di Comunicazione ripercorre gli albori del cinema

 

Francesco Bernasconi, o Frank come lo chiamavano in America, era un giovane di belle speranze. Nato a Viggiù in provincia di Varese alla fine dell'800, emigrò verso quel nuovo mondo che per tanti rappresentava la concreta possibilità di una vita migliore. Appena 15enne arrivò con la famiglia a Barre, nel Vermont, e qui si innamorò perdutamente del cinema. Una storia straordinaria quanto ricca di colpi di scena che si intreccia a doppia mandata con il Museo dei Mezzi di Comunicazione di Arezzo (Mumec) visto che Fausto Casi, curatore scientifico e fondatore della mostra permanente, l'ha riportata alla luce dopo anni di ricerche e di approfondimento. 

Tutto è cominciato con il ritrovamento di una macchina da teatro, un proiettore e un baule dove all'interno c'erano accessori di ricambio, proiettili a salve, pellicole di film muti, vetrini e biglietti di ingresso sia americani che italiani. Un originale diario di vita appartenuto, come riscontrato da Casi, a Bernasconi.

Vero e proprio pioniere del cinema muto, nel 1914 Francesco tornò in Italia dove prestò servizio come militare tra le fila delle truppe impegnate nella Grande Guerra. Con la sua macchina proiettava immagini di operazioni e accadimenti "regalando ai commilitoni un po' di svago". Negli anni successivi continuò come ambulante a portare il cinema nelle città della provincia varesina per poi, probabilmente, dedicarsi ad altro.

Quella di Francesco Bernasconi è soltanto una delle storie che vanno a comporre la narrazione relativa agli albori del cinema muto e avvento di una potente e articolata industria.

Tutto prese il via nel 1895 quando a Parigi i fratelli Lumière mostrarono ad un folto pubblico quei 40-50 secondi di girato dove un treno arriva all’interno di una stazione del sud della Francia.

"Chiudete gli occhi e proiettatevi con la fantasia in quell’anno, in una Parigi già frenetica, nello specifico nel Salon Indien del Grand Cafè - spiega Valentina Casi, direttrice del Mumec - E’ il 28 dicembre. Siete seduti, con il fiato sospeso aspettando di scoprire cosa fosse questo grande spettacolo del cinematografo di cui già in molti vociferavano. I posti attorno a voi iniziano a terminare, la sala è ormai gremita di persone quando d’improvviso le luci si spengono per lasciare spazio al rumore di un macchinario alle vostre spalle ed una flebile luce, piano piano sempre più definita. Ed ecco che la luce si trasforma: un treno in velocità si sta avvicinando sempre più a voi, ai vostri occhi, agli occhi di tutti. Il silenzio è assordante. Poi d’improvviso urla, panico e un fuggi fuggi generale travolge voi e tutta la sala. E’ così che vi alzate ed assieme a tutto il pubblico correte, correte, correte per cercare di mettervi in salvo prima che il treno arrivi a travolgervi. La prima proiezione al Mondo “L’arrivo del Treno alla stazione” dei Fratelli Lumiere portò tutto questo con se: un enorme balzo tecnologico accolto, come vi dicevo, fra stupore, meraviglia e paura".

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