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Pillole di Mumec. La memoria visiva: dai graffiti alla macchina fotografica di James Bond

Una storia affascinante che al Mumec viene raccontata appunto, attraverso camere oscure portatili, gigantesche macchine da presa, cineprese, dipinti

 

L'immagine, la conservazione di momenti, volti, luoghi e cose, è da sempre una delle ossessioni principali dell'essere umano. Dalla notte dei tempi abbiamo assistito ad un susseguirsi di approcci ed escamotage inventati dall'uomo per creare una memoria visiva del proprio vissuto, della propria storia. I graffiti sono senza ombra di dubbio il primo esempio di narrazione di visiva, di memoria.

Il Museo dei Mezzi di Comunicazione di Arezzo (Mumec) ha fatto propria una missione ben specifica: conservare e custodire i mezzi attraverso i quali l'uomo ha fornito informazioni ai propri simili o successori di momenti importanti del proprio vissuto.

L'immagine è sicuramente uno degli ambiti di ricerca e studio più corposi della collezione del museo aretino gestito da Valentina e Fausto Casi, rispettivamente direttrice e curatore scientifico della collezione.

Un tema complesso quello della memoria visiva che attraversa i secoli intrecciandosi prima con graffiti e disegni rupestri per poi legarsi a dobbia mandata con l'arte dei grandi pittori. Da Michelangelo, a Giotto, fino ad arrivare ai grandi Piero della Francesca e Giorgio Vasari. Un universo sconfinato dove si inseriscono la scultura, il ritratto e poi, con la rivoluzione industriale dell'800, ecco che arrivano le prime grandi, enormi, gigantesche tecnologie che consentiranno all'uomo di immagazzinare fedelmente momenti di vita vissuta. Dal 1840 con l'avvento della fotografia ecco che tutto cambia e prende una nuova direzione. Ma ancora prima, con l'invenzione della camera oscura, pittori e artisti riuscivano ad imprimere le immagini su appositi supporti. E poi ancora l'arrivo del cinema, della pellicola, della riproduzione di immagini in movimento fino ad arrivare ai tempi moderni con l'avvento della digitalizzazione delle immagini e dei video.

Una storia affascinante che al Mumec viene raccontata appunto, attraverso camere oscure portatili, gigantesche macchine da presa, cineprese, dipinti e poi una serie infinita di macchine fotografiche.

"Alcune - spiega Fausto Casi - sono state donate al nostro museo da privati cittadini che hanno voluto contribuire ad impreziosire la nostra collezione. Tra queste ce ne è una speciale, per caratteristiche e per fascino. Si tratta di una compatta da taschino utilizzata molto spesso nei film di spionaggio dove agenti segreti, come James Bond, la estraevano all'improvviso per rubare immagini ed informazioni senza dare nell'occhio e farsi beccare".

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