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Ciao Pietro, il ricordo di Giorgio Ciofini

Correva l’estate del 1972 quando t'incontrai la prima volta in un foglio di giornale a Riccione

Correva l’estate del 1972, quando t’incontrai la prima volta in un foglio di giornale, a Riccione. A quel tempo i mari di Internet erano nella mente del dio ingannevole del progresso e la cronaca cittadina della Nazione l’unico modo di tenere i contatti in vacanza dalla città e, soprattutto, dallo straordinario giocattolo, che per me era l’Arezzo. Figuravi in un titolo a caratteri cubitali con Cucchi e Zeli, arrivati con te dalla Ternana, in cambio di un altro indimenticabile amaranto: Bruno Beatrice. 

Ci voleva anche il ricordo della sua tragedia, ad aumentare la tristezza di questo giorno. A quei tempi Bosman era ancora bambino e, proprio quell’anno, ero diventato maggiorenne. Ero poco più di un ragazzo, che ancora viveva di pane, pallone e di sogni. Tu, Pietro, eri di poco più grande, ma il tuo sogno l’avevi già realizzato. Quante volte me l’hai detto, in auto che s’andava a porcini, o per le vasche del Corso e, ultimamente, sui vialetti pianeggianti del parco Pertini, più congeniali alle tue ginocchia, che avevano usurato le cartilagini come quelle di Marco Van Basten.

Mai accostamento fu più azzardato. Tra te e il cigno di Utrecht, correva la distanza che un tempo c’era tra Arezzo e Ficulle. Ma eri tu il primo a fartene vanto. Tu diventato qualcuno nel calcio, nonostante tutto e nonostante tutti. A cominciare da tuo padre, che proprio non voleva che giocassi a pallone. Tu che arrivavi da Canistro, dove i campi da calcio di potevano fare solo in salita e, per dirla papale papale, non eri né un cigno, né un’aquila.

Non eri, insomma, uno dei tanti talent, che oggi vanno così di moda. Né eri amico di Maria. Non avevi numi tutelari e sei riuscito a farti da te, con la fame di chi l’ha provata, con l’ingegno che la necessità aguzza. Tra i tanti tuoi trucchi (anche improbabili) del mestiere di stopper di cui mi hai parlato, ce n’è uno che ti descrive. Salivi sulle punte dei piedi dei tuoi avversari, per non farli saltare in area di rigore! Anche questo hai fatto per realizzare il tuo sogno.

Sei diventato qualcuno nella vita e, alla fine, hai scoperto un cassetto di tuo padre colmo dei ritagli di giornale delle tue imprese calcistiche. Forse, tra quei fogli, c’era anche quello, grazie al quale ti ho incontrato quella volta a Riccione. Di sicuro, col tuo esempio, Pietro hai onorato la maglia amaranto e la città dove hai scelto di vivere, insieme alla tua Bruna che ti è stata eccezionale compagna di viaggio.

Ciao Pietro. Sei stato un difensore di quella razza inossidabile, che un tempo fece grande l’Italia pallonara. Mi mancherai come un amico vero e come quel calcio che era nostro, di quando s’era poco più che ragazzi e che, oggi, è affogato nei mari di Internet e che cerco invano con vecchi sonar.       

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