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Non sarà stato così, ma questo Arezzo pensava già al Matelica. Credere nella salvezza è ormai un atto di fede

Ampiamente rimaneggiato l'Arezzo visto a Padova dimostra di puntare tutto sul Matelica, ma i punti a disposizione sono sempre meno. Eppure finché c'è matematica c'è speranza, ma servono anche altre certezze e valori non solo tecnici

Ritmi blandi, formazione rimaneggiata, turn over ovunque era possibile e la speranza di tenere botta contro uno dei migliori attacchi di tutta Italia. Poi becchi il gol su una disattenzione difensiva, un must e non da Perugia in poi e parliamo della gara di andata, ed ecco che la partita è indirizzata, incanalata verso il risultato più preannunciato. Ecco le aspettative amaranto prima, durante e dopo Padova-Arezzo. Il gol di Chiricò è servito solo a ribadire tre concetti: la forza del giocatore, specializzato in promozioni, i titoli di coda sulla partita, la testa che era già scollegata della truppa di Stellone. Uno dei simboli della partita con il Padova resterà anche quel fallo laterale che non è nemmeno entrato in campo, regalando la rimessa al Padova.

Stellone ha detto, anzi sottolineato, che non era un turn over quello dell'Euganeo. Nessuna consegna delle armi al Padova prima del calcio di inizio. Insomma non è vero che l'Arezzo era con la testa già al Matelica che arriverà domenica al Comunale con un giorno di riposo in meno. Sarà così, ma l'Arezzo sperimentale dell'Euganeo ha prodotto una sola, vera, occasione da gol con Iacoponi e la buona prova di Maggioni e Pinna. Poi il resto sinceramente lascia poco spazio all'ottimismo. Centrocampo lento e prevedibile, pur essendo quello titolare per mancanza di alternative pronte a livello atletico. Attacco spuntato e poco incisivo sia perchè Piu ha dovuto lottare contro una difesa che non beccava gol da 360 minuti (adesso da 450) sia perchè di palloni giocabili se ne sono visti pochi.

Parliamoci chiaro: essere ottimisti dopo Padova per aver preso solo due gol contro questa capolista sarebbe da ipocriti. La fiducia è ben altra cosa e l'Arezzo tra risultati negativi, errori difensivi, una vittoria che manca da 15 giornate, i sei punti dalla penultima e la forbice dalla quintultima, ha ben poco ad oggi a cui attaccarsi.

Eppure crederci è un obbligo, dite pure questione di fede, almeno fino a quando non arriverà la matematica certezza. Appigliarsi a Perez, l'unico che lì davanti potrebbe avere feeling con il gol ma c'è da capire quando e come rientrerà, diventa un rito scaramantico al pari della maglia blu, calzettoni e pantaloncini neri sfoderati nell'ultimo periodo. Ma non può bastare un singolo, serve una squadra o almeno un 'manipolo' di uomini che si unisca per un obiettivo e non per arrivare vivacchiando al 30 giugno.

Un'altra partita se ne è andata, i punti a disposizione sono sempre meno, in pochi (tranne chi va in sala stampa a fine partita) ci mettono la faccia nonostante fin qui ci sia stato l'apporto e l'appoggio della maggior parte delle componenti della piazza aretina. Dalla torre d'avorio del Comunale nulla trapela, nulla filtra, e parlare - o provare a chiedere lumi - sul futuro, anche qualora fosse serie D, ha il sapore di un'impresa titanica. Al pari di chiedere a qualcuno di metterci la faccia perchè tra ritiri e porte chiuse l'Arezzo sembra blindato in un bunker. E intanto domenica c'è l'ennesima partita che verrà dipinta come scontro diretto, match decisivo, quello della possibile svolta che non è ancora arrivata mentre gli errori, i silenzi e le domande stanno continuando a crescere giorno dopo giorno. Credere nella salvezza è un obbligo, ma rischia davvero di diventare un atto di fede senza un sussulto.

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