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Carpi, la memoria offesa del calcio aretino

Riceviamo e pubblichiamo il contributo del giornalista Romano Salvi a seguito dell'amara sconfitta dell'Arezzo di ieri, a Carpi

Riceviamo e pubblichiamo il contributo del giornalista Romano Salvi a seguito dell'amara sconfitta dell'Arezzo di ieri, a Carpi.

Ogni volta che il calcio amaranto vuol ritrovare il suo “vero orgoglio” ricorre a una data, 15 maggio 1966, ricorre soprattutto il nome di una città, Carpi, che di quell’orgoglio è diventato un simbolo incancellabile. Incancellabile come i nomi di Innocente Meroi, il cannoniere amaranto di tutti tempi, classe allo stato puro, al quale solo la miopia di una assessora allo sport ha negato l’intitolazione dello stadio di via Gramsci, di Simeone Golia e Mario Lebole, i tre grandi protagonisti della prima promozione del Cavallino in serie B. Quindi maggio 1966, una domenica di delirio amaranto, con un esodo a Carpi di duemila aretini in un corteo festoso lungo l’autostrada da poco inaugurata. Il corteo sulla A1 all’andata, ma soprattutto al ritorno dal Cabassi di Carpi, dove Ferrari e l’immancabile Meroi avevano suggellato il 2 a zero di una partita storica, anticiparono l’esplosione in città di una festa che non era solo calcistica. Era la festa del riscatto sportivo, economico e sociale di una città protagonista del suo destino non solo in Toscana. Ma se il trionfo di Carpi del 15 maggio 1966 rappresenta per sempre il vero orgoglio amaranto, non c’è disfatta come la sconfitta per quattro reti e l’ultimo posto in classifica del 18 ottobre 2020 più umiliante per la memoria del Cavallino ma anche per l’orgoglio di una città alla ricerca di una identità sportiva, sociale ed economica. Quella calcistica affidata in passato incolpevolmente a improbabili colonizzatori che ben poco avevano a che fare con la voglia di riscatto della città. Non è forse un caso che a distanza di più di mezzo secolo arrivi ancora da Carpi e ancora dal calcio un segnale così forte per il destino di una città. Di certo è un segnale da raccogliere. Umiliare i simboli è doppiamente colpevole in una epoca di ben più gravi sofferenze sociali. Doppiamente doveroso onorarli. Atalanta e Bergamo insegnano.

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