Calcio Via Antonio Gramsci

Una retrocessione da metabolizzare, un rapporto con la piazza da recuperare

Proteste e contestazioni rappresentano il corso naturale per una piazza ferita dal ritorno in D. Oltre ad allestire una squadra idonea alla categoria adesso serve un altro tipo di lavoro

Non sono passate neanche due settimane dall’epilogo di Cesena e pensare di aver metabolizzato la retrocessione è impossibile. Oggi, in quella che è la prima giornata post playout, come quasi due settimane fa è il momento dei processi, degli indici puntati, delle proteste, delle urla, delle contestazioni. C’è poco da fare, è il corso naturale delle cose. E sarà così anche tra 3-4 settimane quando verrà presentato il nuovo mister. Ora può arrivare anche Capello con CR7 in dote, o il condottiero di categoria, l’esordiente di belle speranze con gli uomini giusti, ma ci sarà pur sempre da ridire, ci sarà da sottolineare il salto all'indietro. Meglio non nascondere la testa sotto la sabbia, meglio uscire dagli uffici e parlare, piuttosto scornarsi anche, beccarsi qualche rimbrotto con veemenza, ma almeno provare a creare un dialogo rispondere. Il silenzio può creare solo altre incomprensioni e acuire il distacco.

Arezzo oggi è un mix di sentimenti, ma tutti uniti da un simbolo, magari anche da interessi diversi. L’ambiente oggi provato dalla retrocessione è deluso, perché è il corso naturale degli eventi e sarebbe preoccupante il contrario, ma ha anche voglia di rivalsa e di calcio, e qui servirà non sbagliare.

L’ultima stagione con lo stadio chiuso ha rischiato e rischia di portare via una generazione di tifosi soprattutto tra i più giovani. Un po’ i risultati, un po’ la mancanza di vedere dal vivo la squadra, un po’ lo stadio chiuso. La voglia di amaranto torna, ma va aiutata. Chi è potuto entrare allo stadio per lavoro o su invito non si rende conto della fortuna che ha avuto rispetto a quello zoccolo duro che in più di una occasione avrebbe anche fatto la differenza, costretto a restare a casa. Incollato al pc, bestemmiando non solo per i risultati ma anche per le bizze dello streaming.

L’Arezzo ha bisogno del suo pubblico, e il pubblico vuole il suo Arezzo. L’ambiente va rivitalizzato, c’è bisognodi coinvolgimento tramutando in realtà i buoni propositi del post incontro con Orgoglio Amaranto. E allora, prendendo spunto da ciò che non ha funzionato e non è piaciuto a chi frequenta viale Gramsci, sarebbe bello vedere allenamenti con il pubblico lungo i campini. Far sentire quella sana pressione e dose di aspettative. Quest’anno una squadra all’ultimo posto ha avuto a tratti anche 50 persone aggrappate alla rete, difficile sia lo stesso altrove.
Alzi la mano chi non vorrebbe vivere un’estate con un bel ritiro a due passi da Arezzo come negli anni di Poppi e Pieve Santo Stefano, a pochi km dalla città che ogni giorno significa visite dei tifosi e incassi per i bar e gli alimentari del luogo, senza contare i ristoranti il fine settimana con le amichevoli. Una bella
ricaduta amaranto
. Se l’Arezzo ha bisogno della spinta del tifo, il tifoso ha bisogno di sentirsi coinvolto e messo nelle condizioni più idonee per tifare, di venire allo stadio, di informarsi e sostenere.

Basti pensare, a proposito di coinvolgimento e ascolto, che in altre piazze ai tifosi viene chiesto che maglia vorrebbero vedere in campo. Senza scomodare la serie A (Atalanta, in passato Juve e Milan) ci sono in Lega Pro Triestina, Novara e Palermo che via social hanno chiesto si tifosi di scegliere la prima, seconda o terza divisa. Basta poco. Solo due anni fa un pallone d’oro dei dilettanti venne scelto via emoticon, figurarsi se non è possibile farlo per una terza divisa, magari questa volta dovesse essere scelto l’azzurro ci sarebbe anche un certo significato.

Costruire una squadra di categoria, omogenea, è il primo passo ma poi servirà anche un'opera di coinvolgimento, chiamatela pure operazione simpatia, per dare vita (davvero) ad un nuovo corso.

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