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Lunedì, 8 Agosto 2022
Calcio

Arezzo, l'Italia campione del mondo e gli anni in cui il calcio faceva sognare

11 luglio 1982, il trionfo azzurro a Madrid dopo la promozione amaranto in serie B. Graziani e Gritti, Tardelli e Angelillo, Cabrini e Terziani, lo striscione di Pieve al Toppo al Bernabeu: i mille intrecci di un periodo in cui la città stava cambiando e coltivava grandi speranze

Quando Dino Zoff ricevette da re Juan Carlos di Spagna la coppa del mondo di calcio, le strade della città erano piene di macchine che consumavano il clacson per festeggiare. Di nuovo. Era successo anche un mese e mezzo prima per la promozione in serie B dell'Arezzo, all'inizio di un ciclo che avrebbe fruttato gioie, pienoni allo stadio e qualche rimpianto.

Altro che storie di tutti i giorni, come aveva cantato Riccardo Fogli a Sanremo (vincendo il festival). Da noi il 1982 fu un anno calcisticamente speciale, di sogni a occhi aperti e fremiti sulla pelle. Il pallone regalava emozioni e bagni di folla, si passava con nonchalance da un coro per Tullio Gritti a un osanna per Paolo Rossi: serie C o Mondiali, sempre di gol si trattava. Al rispetto per Antonio Valentin Angelillo, allenatore della rinascita amaranto e angelo dalla faccia un po' meno sporca dopo quell'annata entusiasmante, si aggiungeva l'ammirazione per Enzo Bearzot, commissario tecnico della terza stella. Un vecio con l'entusiasmo di un ragazzino. Arezzo venerava i baffi di Narciso Terziani, il presidente che diceva pane al pane e vino al vino, quanto la pipa di Sandro Pertini, il Presidente smanettante in tribuna d'onore all'epilogo di una finale epica contro la Germania.

Era l'11 luglio 1982. La Lebole si stava ridimensionando, la Banca Popolare allargava i suoi interessi in mezza Italia, il sindaco Aldo Ducci seguiva con una certa apprensione i travagliati lavori di costruzione del nuovo ospedale e Arezzo finiva spesso nei telegiornali a cornice delle vicende riguardanti Licio Gelli e la P2.

nazionale italia 1982-2

Nel frattempo Marco Tardelli sfogava la sua gioia per il gol del 2-0 con una corsa forsennata, rabbiosa, liberatoria che accompagnerà lui, noi, l'Italia per il resto dei giorni. Nel 2005 diventò allenatore dell'Arezzo in serie B ma la storia durò solo due mesi. Lasciò senza urlare e senza colpi di scena, un po' come la sua gestione, tanto anonima quanto esplosiva era stata la sua carriera da calciatore.

Ad Antonio Cabrini era andata un po' meglio. Lui la panchina amaranto l'aveva presa nel 2000 e c'era rimasto a sedere per un campionato intero: quarto posto in C1, playoff persi con il Livorno, poi l'addio con qualche ruggine. Ma quella squadra aveva giocato un bel calcio. E il rigore sbagliato contro i tedeschi ormai non bruciava più.

Tra Madrid colorata d'azzurro e piazza Guido Monaco addobbata di tricolori si snodavano intrecci di vita oltre che di pallone. Francesco Graziani, in campo pochi minuti e poi costretto a uscire per un infortunio alla spalla, ad Arezzo ci aveva giocato tra il 1970 e il 1973. Da qui aveva spiccato il volo verso il Toro, lo scudetto, la gloria. Qui tornerà nel 1993 a fare il presidente: cinque anni intensi, con discese ardite, risalite ma soprattutto due promozioni dalla D alla C1 e il diploma di aretinità.

C'era una bella atmosfera quarant'anni fa: l'Italia campione del mondo dopo l'impresa del 1938; lo striscione “Supporters Pieve al Toppo” che campeggiava sul secondo anello del Bernabeu dopo un viaggio in camper carico di aspettative; la sensazione che ad Arezzo il pallone fosse finalmente più estasi che tormento; l'ambizione di arrivare a toccare la serie A. Erano altri tempi, allora gonfi di speranze e oggi di nostalgia.

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