Martedì, 18 Maggio 2021
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L'annuncio del ritiro e il futuro del judoka Matteo Marconcini: "Una palestra ad Arezzo il mio sogno nel cassetto"

L'atleta aretino ha detto basta alle competizioni sportive, adesso proverà ad intraprendere la carriera da allenatore iniziando un percorso di affiancamento con i tecnici del Centro Sportivo Carabinieri di Roma

Il judoka aretino Matteo Marconcini lo scorso 19 aprile ha annunciato il suo ritiro dalle competizioni sportive. L'atleta dell'Arma dei Carabinieri lascia l'attività agonistica dopo una medaglia di argento ai Mondiali nel 2017, un bronzo ai Mondiali militari e una finale alle Olimpiadi di Rio nel 2016, tanto per citare alcuni dei traguardi più importanti ottenuti nella sua carriera. Il judoka portò proprio in Brasile un pezzo di Arezzo, infatti sfilò con il foulard di Porta del Foro alla cerimonia di apertura. A 32 anni ha deciso di ritirarsi e lo ha fatto con un post sul proprio profilo facebook dove ha scritto che "adesso, da uomo è ora di prendersi le proprie responsabilità e rimettersi in gioco".

L'annuncio del tuo ritiro, come sei arrivato a questa decisione e quanto è stata difficile?

"Ogni atleta che ha vinto qualcosina vorrebbe restare agonista per tutta la vita, proprio perché gli piace vincere, e quella sensazione vorrebbe che fosse sempre presente. Purtroppo, bisogna fare i conti con la realtà e per avere quelle sensazioni di vittoria dietro c’è un lavoro di sofferenza veramente importante. Quando inizi ad accusare quel lavoro e non tieni più il ritmo per i dolori, per pochi stimoli o semplicemente perché sei circondato da ragazzi con 10 anni di meno ti fai due domande. Io me le sono fatte anche a causa dello stop forzato di quasi un anno per la pandemia, che mi ha fatto riflettere e cercare nuovi stimoli per capire cosa fare da “grande”. Ho avuto la fortuna di iniziare un percorso di affiancamento ai tecnici del Centro Sportivo Carabinieri e ho trovato subito grande feeling con i ragazzi e in questo ruolo. Ho sempre pensato che essere buoni atleti non significa diventare per forza bravi tecnici, quantomeno però posso provare a impegnarmi, mettere in campo tutto quello che ho imparato e continuare a studiare per raggiungere obiettivi che mi sono fissato in questa nuova avventura!".

Una carriera coronata da una medaglia ad un mondiale e una finale alle olimpiadi di Rio in mezzo a tanti altri successi. Cosa ti mancherà di più delle gare?

"Una cosa che già mi manca, ed è combattere. Già mi succede che vedendo i tornei mi verrebbe voglia di essere li, insieme alla mia squadra, a rappresentare l’Italia. Infatti, il giorno dopo spesso mi butto in mezzo con i ragazzi o comunque mi alleno abbastanza forte, così capisco subito che non è più il caso e mi limito a tifare alla grande i ragazzi che stanno facendo veramente bene in Nazionale adesso, e faccio a tutti loro un grande in bocca al lupo per Tokyo".

Hai qualche rimpianto legato ai troppi infortuni che probabilmente ti hanno "negato" di partecipare a più gare?

"Tutti gli infortuni che ho avuto nel corso degli anni sono serviti per farmi crescere sia come judoka (perché mi davano modo di lavorare su cose diverse dal solito) che come persona perché ti ritrovi ad affrontare un periodo duro che può capitare non solo nella vita sportiva, ma anche nella vita quotidiana. Però l’ultimo infortunio, dovuto all’incidente stradale, mi ha veramente buttato giù, perché ero nel mio momento di forma migliore, tra i 15 atleti più forti al mondo, e fermarmi in un periodo cosi, quel mondo me lo sono visto cadere addosso. Solo con la forza di volontà e grazie all’aiuto di poche persone, tra cui mia moglie Chiara, sono riuscito a tornare sui tatami internazionali provando a fare ancora una volta l’impossibile, però io per primo lo sapevo, non ero più Matteo Marconcini Vice-Campione del mondo purtroppo".

Appeso il judoji al chiodo, adesso cosa farai? Ti piacerebbe intraprendere la carriera da allenatore? Questo ritiro potrebbe portarti a intraprendere una collaborazione con la palestra Ok di Arezzo dove tutto è iniziato?

"Attualmente è tutto in divenire, da piccolo ho sempre pensato che il mestiere di allenatore non andasse bene per me, ma negli ultimi mesi mi ci sto avvicinando e sto riscontrando nei ragazzi che alleno un discreto feeling e credo che alla base di tutto ci sia questo. Se un tuo atleta non si fida di te, non è un tuo atleta. Sto studiando tanto, ho ripreso Scienze Motorie e mi mancano solo 5 esami, proprio perché credo che oltre all’esperienza e alla passione serva anche tanta conoscenza. Per il momento sono interessato all’alto livello ed è al Centro Sportivo Carabinieri, proprio perché credo che con l’esperienza fatta nei tatami di tutto il mondo, un ragazzo giovane anche solo facendo randori con me possa apprendere molto anche solo a livello emotivo. Per questo motivo per adesso sono stabile a Roma con il lavoro, ad Arezzo ho lasciato soltanto la famiglia perché, come ho sempre detto, sono molto legato alla mia città e credo che sia perfetta per costruire una solida famiglia, sperando che ripartano i frecciarossa dato che sono 5 mesi che sono sospesi e mi resta veramente difficile tornare spesso a casa".

Arezzo resta sempre la casa dove sei tornato nelle tue pause tra una gara e l'altra. Hai un forte legame con la città e lo hai dimostrato con quel foulard che ha fatto il giro del mondo a Rio. Un giorno Matteo Marconcini potrebbe avere una sua palestra ad Arezzo?

"Adesso come adesso ho degli obiettivi importanti come allenatore, che spero di raggiungere sacrificandomi e dedicandomi come ho sempre fatto. Sarà dura, perché si parte sempre da zero ovviamente, però credo che sia un mestiere simile all’atleta, anzi addirittura un proseguo della carriera da atleta, ma sempre avendo obiettivi in testa da raggiungere. Il sogno nel cassetto di una palestra ad Arezzo rimane ed è vivissimo, proprio perché la nostra città merita di stare in alto anche nel Judo dove è spesso stata negli anni passati, quindi in futuro non posso negare che mi piacerebbe, vedremo".

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