Federica, una storia di rinascita dentro la pandemia: "Per un anno non ho mangiato. Ora l'anoressia è alle spalle"

Il racconto della 28enne aretina: "Sono andata avanti a caffè e caramelle, che buttavo giù per non svenire. Poi la lenta risalita, grazie a uno psicologo, a un centro di Agazzi, alla mia famiglia e ai miei sforzi. La sofferenza e la paura non sono sparite, ma ci convivo"

 

Federica Fabbriciani abita ad Arezzo, ha 28 anni e gli ultimi quattro li ha passati lottando, conquistandosi un pezzetto "di rinascita" al giorno. Fino a quando, poco tempo fa, si è sentita pronta per poter dire di iniziare una nuova vita. Non sostiene di aver battuto l'anoressia, ma adsso dice di saper guardare in faccia il fantasma che l'ha perseguitata, trascinandola sull'orlo dei 41 chili (per una ragazza di 175 centimetri) e mettendola in grave pericolo di vita. Su Facebook ha scritto un post, grata per essere riuscita ad avere una seconda possibilità.

"Voglio rendere questa testimonianza - ha spiegato nell'ultima puntata di Prisma - perché mi piacerebbe poter essere d'aiuto a chi si trova nella mia stessa situazione. Quando si affrontano i Dca (Disturbi del Comportamento Alimentare), non sentirsi i soli a fronteggiare determinati problemi dà una speranza in più. Purtroppo non si parla spesso di anoressia. Spero che il mio racconto possa essere d'aiuto per le persone che ne soffrono. I Dca non sono disturbi passeggeri, ma sono profondi".

Nel tuo post spieghi che non si tratta di una condizione figlia di un capriccio. L'anoressia non capita semplicemente perché una ragazza "vuol fare la modella" e quindi si mette a dieta. Inoltre ci sono diversi tipi di disturbi alimentari.

"I Dca più conosciuti sono anoressia e bulimia. L'anoressia è particolarmente evidente, una persona è molto sottopeso. I bulimici invece possono anche essere normopeso, quindi possono nascondere con più facilità il loro disagio. Magari cercano una compensazione, con iperattività o il vomito. E poi ci sono le persone che soffrono di binge-eating disorder, in sostanza coloro che fanno abbuffate di cibo incontrollate. In ognuno di questi casi il rapporto malato con il cibo è quel che si vede in superficie, ma esiste un disagio profondo dietro, l'anomalo comportamento è una inconscia richiesta di aiuto. E' un argomento di cui non si parla molto, purtroppo. E l'ignoranza può essere dietro l'angolo nel giudicare determinate situazioni".

Nel tuo caso, come è cominciata?

"Mi ci sono voluti 4 anni per capire il perché di questa malattia. E tuttora sto cercando di approfondirla. C'è alla base una ricerca della perfezione, sia in ambito familiare con con le amicizie. Volevo soltanto che gli altri avessero una buona opinione di me. Sono ancora in terapia, ma nel frattempo sono venuta a conoscere cose che non sapevo di me. L'ossessiva ricerca della perfezione in ambito scolastico, a livello di peso-forma. Quando era piccola, ero una bimba sovrappeso, sono stata anche dal dietologo. In adolescenza i problemi si sono acuiti, ero considerata solo come 'la ragazza simpatica' del gruppo e questo mi faceva soffrire. Purtroppo all'epoca non ho mai espresso disagi rispetto a queste pressioni di perfezione che sentivo e il cibo è stato l'appiglio più facile per me su cui sfogare le frustrazioni. Ma non basta sapere che il problema è l'ossessione di piacere alla gente, occorre anche scoprire il perché. E solo adesso lo sto capendo".

Ma perché una persona anoressica, nonostante un'evidente magrezza, continua a cercare di perdere peso?

"Mi ricordo un senso enorme di onnipotenza: saper controllare la necessità di mangiare è una cosa che dà piacere. Non ho ricordi molto nitidi di quel periodo. Ma quella senzione era come una droga. Psicologicamente dà dipendenza, vorrei riprovarla, purtroppo. Si tratta di dimostrare a se stessi che si può continuare a fare tutto quello che si faceva prima, senza assumere cibo. Io riuscivo a lavorare, senza magiare. La continua perdita di peso diventava un'ossessione: evitare i pasti mi annebbiava la mente, il circolo si autoalimentava. Andavo a cena con i miei amici, senza che toccassi cibo. Il rifiuto, il dire no al cibo quando ero a pranzo con parenti e conoscenti era il riflesso di un no che avrei voluto dire in altre circostanze, ma che non avevo detto. Era una proiezione".

E non ti rendevi conto di mettere a repentaglio la tua vita?

"La cosa davvero brutta è stata per me vedere i miei genitori, i parenti le persone che mi vogliono bene star male, vedere la disperazione nei loro occhi e fregarmene. A un certo punto non mi interessava se la mamma o il babbo mi piangevano davanti. Sono arrivata a pesare 41,85 kg e sono alta 1,75 metri. Lo sapevo che non era un atteggiamento normale, ma il fatto di sentire di avere tutto questo controllo non mi faceva capire di andare davvero contro natura. Stavo andando incontro alla morte: la malnutrizione può danneggiarti cuore, polmoni, ma io dicevo: 'Finché non cado a terra vado avanti'. Non sono mai caduta. E non ho mai avuto paura, purtroppo".

Ma qualcosa dovevi pur mangiare.

"Sono sempre stata malata di caffè: prendevo solo quello. Se mi tremavano le gambe o mi girava la testa al lavoro, mangiavo una caramella. Avevo la fobia del cibo: anche una mela, una foglia di insalata. Mangiavo quel pochissimo che mi permetteva di stare in piedi. Ho eliminato tutto. Almeno in precedenza mangiavo un'insalata a pranzo e qualche nocciolina la sera. Poi più niente. Mi pesavo tutti i giorni: la sodddifsfazione nel vedere che il peso scendeva era meravigliosa. E negavo quendo mi dicevano: 'Ma quanto sei dimagrita?'. Non vedevo più niente intorno, avevo perso la lucidità.

Per quanto tempo non hai mangiato?

"Per un anno quasi. Per 11 mesi non ho fatto un pasto vero. Non esistevano più colazione, merenda, pranzo e cena. Facevo altro, mentre gli altri in famiglia mangiavano".

Quando è scattata la molla per cui hai iniziato a curarti?

"Il dottor Alessandro Bichi, psicologo, mi ha salvato la vita. Sono andata da lui perché volevo mettere a tacere tutte le persone che mi stavano intorno. Con lui ho fatto un percorso durato 5-6 mesi ed è riuscito a farmi dire: 'ok, forse è il momento che mi faccio ricoverare'. Ero arrivata al punto che non respiravo più. Feci un patto con lui: se fossi calata ancora di peso mi sarei fatta ricoverare. E così è andata".

Dove sei stata ricoverata?

"Al Centro Auryn di Agazzi, una struttura specialistica proprio fuori Arezzo. Ed è stata una salvezza. Con i professionisti che ci sono, mi sono riavvicinata al cibo mano a mano, mi hanno fatto rifare i pasti in maniera regolare con tutta la fatica possibile, ma in modo graduale. Ci hanno messo del loro, ma anche io ho fatto la mia parte".

Una volta uscita, come è stato?

"Forse la parte difficile: finché sei ricoverata è più semplice, fai tutte le cose all'interno della struttura. Ma fuori non sei più protetta. Forse avrei dovuto continuare quel percorso, interrotto troppo bruscamente. Ma tra alti e bassi, sono qui".

E adesso? 

"Al momento non so quanto peso, sono due anni che non salgo sulla bilancia. Ho smesso dal momento in cui non sono più stata in pericolo di vita. Se vedessi quel numeretto sulla bilancia, forse sarei ancora influenzata. Ma so che è solo un numero, non sono io. Oggi non mi interessa conoscerlo e va bene così". 

Il post facebook di Federica

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2016VS2020
•Capellona sempre 
•Tettona mai 
•Occhiali sobri sempre piaciuti 
•Qualche tattoo in più 
•”Qualche” kg in più  (probabilmente le mie due cosce di prima ne fanno una di ora”

Nonostante la differenza tra le due foto sia evidente, l’INSICUREZZA su me stessa, la FOBIA verso alcuni cibi, il non sentirsi MAI abbastanza fanno ancora parte di me.
Molte persone credono ancora che il DCA sia una ripicca da bambini, un “vuole fare la modella” o “ma quanto mangia quello”!!! Quelle stesse persone non hanno idea di quale battaglia stia combattendo una persona che ci si è trovata dentro fino al collo perché fidatevi.. se fosse una scelta neanche il peggio cretino ci si avvicinerebbe.
Sono stati 4 anni tosti, pieni di bassi, pianti isterici, una costruzione continua di schemi mentali che riescono a farmi “vivere” un po’ meglio, ma che in realtà mi hanno reso e mi rendono ancora più schiava della mia mente "malata”,una continua visione distorta della mia immagine allo specchio. “Quando la mente ti mente”.
Ad un certo punto mi sono arresa al fatto che avrei dovuto convivere tutta la vita con la sofferenza e il dolore che l’anoressia mi ha regalato;questo perché tutte le cose che mi sono successe in questi anni, belle o brutte, le ho sempre sfogate sul piano alimentare come farebbe un drogato con la coca o un alcolizzato con il whisky ... E credetemi se vi dico che avrei preferito sfogarmi spaccando qualcosa o facendo una corsetta 
L’ “esperienza”però gioca a mio favore.. Ho la fortuna di poter raccontare quello che ho passato e sono consapevole che il corpo è il mezzo per trasmettere un disagio. Quindi, non è necessario conviverci tutta la vita: “basta” avere il coraggio di scavare a fondo e trovare la causa di quel dolore, di quel disagio!!
Non so per volere di chi o di cosa, ma mi è stata data una seconda possibilità e non posso buttarla nel cesso, per rispetto verso me stessa, verso chi mi è sempre stato accanto ma soprattutto verso chi, purtroppo, non ha avuto questa fortuna...SONO VIVA, ho iniziato a “scavare” e ad oggi posso solo dirmi “Brava” per i piccoli grandi passi avanti che ho fatto.

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