Santino Cherubini: "Faccio l'orto, ho pochi amici ma buoni. Il palco? Fosse stato una professione sarei ricco"

L'ex membro degli Avanzi di Balera si racconta senza filtri, dal vecchio lavoro alle serate col pienone. Intervista realizzata da Andrea Avato per Up Magazine Arezzo (Atlantide Adv)

Santino Cherubini, foto di Atlantide Adv

Chiani, pomeriggio assolato di inizio estate. Santino Cherubini si mette in posa dopo aver improvvisato un set fotografico nel cortile di casa. Tavolino apparecchiato alla buona, brocca di vino, olio nuovo, patate novelle, cipolle e porri. “Scrivilo che queste sono le mie radici” dice sorridendo per il gioco di parole mentre scattano i flash.

Lo scriverò.

"E’ la verità. L’orticoltura è un ricostituente per me. E poi mantengo la tradizione aretina. Vedi quell’oliveto là dietro? Era abbandonato, ci ho messo cinque anni ma adesso è a posto. Ho anticipato il covid".

In che senso?

"Nel senso che tanti, durante la quarantena, hanno riscoperto la passione per l’orto. Ma ormai questa è una società in rincorsa, il mercato globale è la cosa più amorale che ci sia".

Prima di cominciare, dimmi come devo presentarti. Artista, scrittore, comico, opinionista, orticoltore: cosa sei?

"La parola artista va usata con cautela. Oggi sono tutti artisti, anche il barman, il cuoco. Una volta stavano dietro le quinte, era gente che sudava, chi li conosceva? Oggi sono fighi. Oggi sono tutti creativi, anche in cucina. Eppure la minestra di pane è la stessa da trecento anni".

Quindi non sei un artista.

"Non lo so, io mi sento assolutamente sovrastimato, ma come faccio a dire a certi ammiratori che sono una mezza sega?

Com’è la tua vita?

"Così come vedi. Per anni ho fatto cose che non mi piacevano. Ero un metalmeccanico e non mi piaceva. Non mi piaceva nemmeno lo spettacolo: era diventato un obbligo. Ultimamente faccio qualche serata da solo ma non riesco a campare di questo, quindi ho adattato la mia vita al reddito. Me ne sto in campagna, anche se non vorrei passare per fricchettone".

No, non ci passi.

"Quello che c’è qui intorno mi basta, faccio a meno di tanta roba. Ho la stessa macchina da vent’anni, ho pochi amici ma buoni. E ho 33 anni di contributi. Prima o poi mi daranno una pensione".

Dopo il covid siamo diventati migliori?

"Non credo. Questo isolamento ha fatto venire fuori il peggio di noi, ci ha svegliato la coscienza civica in maniera distorta. Siamo diventati tutte guardie civili. Le ronde padane erano nulla a confronto. E comunque io ho rispettato sempre il limite dei duecento metri".

Cioè?

"Si poteva stare intorno a casa fino a quella distanza, no? Io ho le patate a 187 metri, misurati con la fettuccia. Più in là di quel confine non ci andavo".

Insomma, al contrario di quello che si legge sui social, non è andato tutto bene.

"No. I nostri anziani parlavano poco perché sapevano di non conoscere tutto. Oggi va al contrario. E invece prima di esprimere un’opinione bisognerebbe averla. O comunque impegnarsi a farsela. A me le certezze fanno più paura del dubbio, l’ho imparato da mia mamma Quinta. Che poi era Emma Bicchi".

Il personaggio dei mitici Avanzi di Balera?

"Sì, era ispirato a lei. Mi vestivo, mi truccavo, sul palco ero identico a lei. Le sue amiche quando la incontravano, le dicevano: 'L’altra sera t’ho visto allo spettacolo, sei proprio brava'”.

Tu lo sai, vero, che insieme ad Alessandro Lisi e Francesco Maria Rossi hai segnato un’epoca?

"Diciamo che il nostro successo stava tutto nel linguaggio. Era in sintonia con la cultura del territorio. Se ci pensi, a chi non è mai schiantata la damigiana d’olio dentro la 500… Eravamo naturalmente popolari".

E la gente rideva.

"Le mie battute erano spontanee, non mi sono mai posto il problema di far ridere. La risata nasce dalla replica di situazioni reali, lo diceva Carlo Verdone".

Parlami del Penna, dai. Com’è nato il personaggio?

"A Radio Life, in un programma di Leonardo Franceschi, imitavo questo vecchino che faceva i lavori in casa della gente. Il Penna era lui, io non ho inventato niente. Non ho inventato nemmeno il Bussino, è una maschera che avevo sempre messo in scena, fin dai tempi della Settimana Incom su Teletruria, con Luca Caneschi e Massimo Gianni".

Il Bussino però è diventato un paradigma di aretinità.

"Bussino sta per piccolo boss oppure per trombatore. E’ il povero diventato ricco che nega la sua ricchezza. E, anche se ha i soldi, la casa se la costruisce da sé. Quanti ne ho conosciuti, soprattutto orafi".

Più ignoranti o più intraprendenti?

"Tutte e due le cose. Ho lavorato una vita alla UnoAErre, c’era gente che aveva strappato a fatica il diploma del Margaritone e creava marchingegni che nemmeno un ingegnere. Ricordati sempre che gli orafi non parlavano le lingue ma vendevano in tutto il mondo".

Adesso non è più così?

"Adesso l’orafo è spaesato. C’è questa parola che va di moda: diversificare. Vorrebbe darsi all’agriturismo perché se c’è riuscito lu ce la posso fare anch’io. Solo che non funziona in questo modo. Anche il parallelo tra l’economia del dopoguerra e questa del post coronavirus è una forzatura giornalistica e basta".

Tu sei di sinistra?

"Ho le basi di un pensiero di sinistra, è diverso. Mi sembra che destra e sinistra esistano solo a livello teorico, la pratica è un’altra cosa".

E a livello teorico che differenze ci sono?

"La sinistra è idealità, sogno, la destra è pragmatismo. Io cerco umanità nella politica, ma probabilmente è un ossimoro. Per questo mi candidai con la lista civica dell’ingegner Lucherini alle comunali del 2011. Lui era uno fuori dagli schemi, non era di destra, aveva un rapporto autentico con le cose. La sua umanità era presente in ogni obiettivo che si poneva. Infatti pagò per tutti con le inchieste giudiziarie".

E adesso?

"Sono disorientato come tanti, ma andare oltre gli steccati è una mia abitudine. Negli anni ’80 ero un sindacalista della Cgil e sostenevo che gli operai erano concettualmente di destra: a loro non importava nulla dei valori, dei princìpi, degli ideali, di un lavoro piu umano. Puntavano al benessere solo economico. Quando lo dicevo, non mi credevano e mi bollavano come fascista. Oggi mi darebbero ragione".

Ma gli Avanzi di Balera che fine hanno fatto?

"Con Alessandro e Francesco viviamo le nostre vite in amicizia, ma un progetto vero per tornare non c’è. Ce n’è solo uno in embrione che mi piacerebbe mettere in scena: il backstage degli Avanzi di Balera, un grande evento unico. Potremmo raccontare aneddoti che la gente non immagina. Eravamo dei pazzi".

Perché?

"Perché per esempio abbiamo sempre lavorato a cachet, quasi mai c’era un biglietto d’ingresso. Lo spettacolo non è mai stato una professione per noi. Altrimenti a quest’ora saremmo stati ricchi".

Ma come eravate veramente voi tre?

"Tre persone diverse, tre talenti equidistanti. Litigavamo spesso, anche nel camerino pochi minuti prima di salire sul palco. Erano litigi forti ma schietti, infatti poi si accendevano le luci e tutto funzionava. Eravamo tre menti diverse, insieme creavamo questa magia di equilibrio di cui naturalmente non avevamo consapevolezza".

Spiega.

"Ricordo monologhi eccezionali che Alessandro non voleva recitare perché non c’erano battute dentro. “Le cose vere non fanno ridere” diceva. Io la penso all’opposto. Come penso che il ruolo di Francesco non sia stato apprezzato appieno. Ti ricordi le sue espressioni? Era il borghese intellettuale bastonato dal contadino. Era perfetto. Il pubblico si sganasciava".

Quindi tornerete?

"Non lo so, non so se gli Avanzi funzionerebbero ancora. All’epoca elogiavo l’arguzia del Bussino per metterne in luce la cafonaggine: forse la gente di adesso non capirebbe".

Il motivo per cui avete interrotto gli spettacoli lo puoi svelare? Dal 1993 al 2011 siete stati applauditi, anzi adorati come nessun altro ad Arezzo.

"Per me la fatica stava superando il piacere, fatica psicologica intendo. E poi è meglio staccare quando sei all’apice piuttosto che quando sei già in decadenza".

C’è in giro qualcuno che potrebbe raccogliere la vostra eredità? O in cui rivedi alcuni tratti degli Avanzi di Balera?

"Sinceramente no. Ci sono diversi soggetti che si sono rivelati sui social, molto bravi a scrivere, ognuno col suo stile, e che si sono creati un pubblico che li segue. Ma purtroppo non sanno sostenere il palco. Un paio di penne che leggo con piacere sul web, perché sanno fare ironia nel modo giusto, sono Franco Gori e Luciano Petrai".

Cosa pensi del vernacolo aretino, tu che lo maneggi con maestria?

"Penso che il nostro sia un linguaggio a risparmio energetico. Esempio. Se incontriamo qualcuno che non vediamo da tanto tempo e restiamo sorpresi, non gli diciamo 'ciao, è una vita che non ti vedevo, come ti vanno adesso le cose?'. No, gli diciamo: 'mio, o te?'”.

Verissimo.

"E’ un linguaggio egocentrico, l’aretino ti dà subito del tu. E’ scorbutico, perché l’aretino ci vive in mezzo alla bellezza e non ha bisogno di acculturarsi. E tutto questo turismo alla fine gli dà anche un po’ fastidio. L’aretino è schietto, magari non è gradevole foneticamente ma sano. Possiamo affermare che l’aretino è biologico".

Tu ci hai anche scritto un libro.

“Cantieri, tutti i Santi insieme a Filippo Nibbi. Da lì è nato uno spettacolo che mi è piaciuto, Sagre e profano, nonostante sia mancato il grande pubblico. Ho riscoperto una cosa che sapevo già e cioè che la comicità è psicologia. Non esiste battuta che non abbia come fondamento l’animo umano".

Rispetto al passato, non trovi che Arezzo sia più consapevole delle proprie risorse artistiche, culturali e riesca a metterle in mostra in modo più capillare?

"Io ho sempre l’impressione che gli aretini, quando si vantano delle proprie bellezze, in realtà ostentino, fingano. Non ci credono fino in fondo. Forse succede perché ci è mancata la borghesia, siamo passati dalla terra alla ricchezza senza passaggi intermedi. Spero nelle nuove generazioni, anche se mancano di spontaneità".

Se potessi tornare indietro, c’è qualcosa che non rifaresti?

"Non rifarei tante cose perché non le avevo capite, specie nel lavoro in fabbrica. Chiederei scusa a un po’ di persone, gli anni ’80 sono stati tremendi, con conflitti profondi. E io me li sento ancora addosso. A livello artistico invece no, non ho rimpianti".

Nemmeno uno?

"Uscivo di fabbrica alle due di pomeriggio, prendevo il treno, andavo in tutta Italia per fare gli spettacoli, tornavo la mattina presto e rientravo in fabbrica. D’estate ero sempre in tour con il Super Rally, uno spettacolo di varietà: imitavo uomini politici come Berlinguer, Saragat, Fanfani, ma anche gli sportivi. Moser e Thoeni mi venivano benissimo".

E oggi hai ancora un obiettivo da raggiungere davanti a te?

"Se ti poni obiettivi, corri il rischio di anteporli alle idee. Io vorrei solo vivere bene, continuando a coltivare il dubbio. Sai cosa mi diceva sempre mia mamma?"

Cosa?

"Arcordete, c’è sempre qualcun che n’te ce ride".

Intervista realizzata da Andrea Avato per Up Magazine Arezzo (Atlantide Adv)

In Evidenza

I più letti della settimana

  • "Ottimo e abbondante", le previsioni di Coldiretti sull'olio aretino. Boccata d'ossigeno dopo il disastro 2019

  • Una visita virtuale tra i negozi della Valdichiana. Nasce lo spazio online "Vetrine Savinesi"

Torna su
ArezzoNotizie è in caricamento