La fase 2 della Fraternita tra restauri, la mancata Giostra e il progetto di diventare agenzia formativa

Pier Luigi Rossi racconta l'era post lockdown della più antica e prestigiosa istituzione della città di Arezzo

La storia della Fraternita dei Laici si intreccia a doppia mandata con quella di Arezzo. 757 anni fa un gruppo di cittadini diede forma ad una congregazione che, come sancito nel primo statuto del 1292, divenne una società dedita al supporto delle fasce più deboli della popolazione. Tra coloro che vi si rivolsero per trovare sostegno e sostentamento c’è anche Giorgio Vasari il quale, alla morte dei genitori, visse un periodo di gravi difficoltà economiche. “Ma la Fraternita - spiega il primo rettore Pier Luigi Rossi - esisteva già al tempo della battaglia di Campaldino. Era in attività quando nacque Francesco Petrarca, c’era anche quando Dante e il padre di Petrarca si incontrarono in terra d’Arezzo. La nostra è un’istituzione che ha una tradizione davvero molto lunga e radicata”. A distanza di quasi otto secoli da quel momento ancora oggi continua a svolgere il proprio ruolo nel tessuto sociale, economico, culturale e assistenziale cittadino. Un’attività intensa che va dalla conservazione del patrimonio artistico all’agricoltura. “Sì perché - spiega il primo rettore - sono tanti gli ambiti in cui operiamo e che, a causa dell’emergenza Covid, abbiamo dovuto riorganizzare”. 

Recentemente il palazzo di Piazza Grande, sede storica dell’istituzione, ha riaperto le porte ai visitatori e cittadini. “Lo abbiamo fatto - continua Rossi - accogliendo una giovane coppia di sposi che, con tanto di mascherina sul volto, hanno scelto di realizzare qui alcuni degli scatti fotografici della cerimonia. Una coincidenza che crediamo possa essere di buon auspicio per il futuro”. Durante il lockdown all’interno delle stanze di quel imponente palazzo che si affaccia su piazza Grande, l’attività amministrativa non si è mai fermata. “E non si è mai fermato neppure l’orologio astronomico di Felice da Fossato - prosegue Rossi - ogni giorno è stato caricato affinché continuasse a scandire l’incedere del tempo. Abbiamo ritenuto che questo fosse un importante segnale, in quel momento così difficile, da dare alla popolazione”.

Come detto la Fraternita si occupa anche di agricoltura, gestendo circa 1300 ettari di coltivazioni e producendo un’ampia gamma di prodotti. “Negli ultimi anni - spiega Rossi - abbiamo investito molto in questo ambito potenziando sia l’offerta che le esportazioni. Oggi la nostra azienda agricola conta su un fatturato annuo più che triplicato e ogni singolo euro che incassiamo lo destiniamo allo sviluppo di progetti e attività sociali”.

La nuova vita post Covid della Fraternita si concentrerà anche sulla promozione di eventi culturali che andranno ad impreziosire l’offerta cittadina. “In collaborazione con Camu (Casa della Musica) - continua il primo rettore - abbiamo deciso di realizzare delle cene musicali in piazza Grande. Ci è sembrato giusto offrire questa possibilità a tutti coloro che vorranno godere di un momento di svago e aggregazione”

Tra i progetti in cantiere e di prossima realizzazione c’è poi quello che riguarda la ristrutturazione del palazzo di via Ricasoli, luogo dove l’istituzione ha trovato casa fino al completamento del restauro dell’attuale sede (che poi è anche quella originaria). “Questo edificio - specifica Rossi - sarà restaurato dal Convitto nazionale che, a sua volta, lo avrà in comodato d’uso per ospitarvi i propri studenti. Crediamo fortemente nel valore della collaborazione con gli istituti scolastici e università del nostro territorio. Sulla stessa scia, la Fraternita ha deciso anche di adoperarsi per diventare, in un futuro prossimo, agenzia formativa così da mettere in connessione il mondo del lavoro e quello della scuola”.

L’estate dunque è cominciata, anche se tra le grandi assenze del 2020, c’è quella riguardante la Giostra. Sì perché il torneamento cavalleresco viene disputato proprio di fronte al palazzo e il magistrato assiste ad ogni istante di questa manifestazione. 

“Il Saracino insieme al Polifonico, che purtroppo non potremo fare quest’anno - continua Rossi - sono due importanti simboli della nostra città. Questo spirito indomito e orgoglioso tipico del popolo aretino si riscontra facilmente nella filosofia della Giostra. Quest’anno quando mi sono affacciato alla finestra e non so perché mi sono venuti alla mente i volti di alcuni amici che non ci sono più. Monsignor Tafi, Piero Comanducci e Antonio Cherici. Ho pensato a loro e poi la mia mente si soffermata sul momento in cui noi aretini, sempre divisi e polemici su tutto, per due volte l’anno prima della sfida contro il Buratto ci alziamo in piedi e ascoltiamo Terra d’Arezzo. In quel momento siamo una persona sola. Siamo tutti uniti. Poi la musica finisce e torniamo nuovamente agguerriti e pronti alla battaglia”.

L'intervista completa a Pier Luigi Rossi

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