Villa Severi e il suo parco: uno dei polmoni verdi di Arezzo

Immersa nel parco si trova l’elegante villa che prende il nome dall’ultimo proprietario privato, il matematico aretino Francesco Severi

Fare sport, passeggiare, giocare o rilassarsi all’interno del parco di Villa Severi, a est della città, lungo via Francesco Redi, è ormai da anni una sana abitudine per gli aretini. Lo spazio pubblico, uno dei polmoni verdi di Arezzo, è un’oasi di circa otto ettari provvista di laghetto con una numerosa colonia di tartarughe acquatiche, percorsi pedonali e ciclabili, spazi ludici per i bambini, area per i cani senza guinzaglio, un piccolo teatro all’aperto che ricorda quelli dell’antica Grecia per spettacoli e un vivace centro di aggregazione.

Immersa nel parco si trova l’elegante villa che prende il nome dall’ultimo proprietario privato, il matematico aretino Francesco Severi, considerato uno dei più grandi algebristi italiani del Novecento.

Egli nacque in via dell’Orto nel 1879, non lontano da Casa Petrarca. Fondò a Roma l’Istituto Nazionale di Alta Matematica, fece parte dell’Accademia dei Lincei e fu rettore dell’Università “La Sapienza”. Negli ultimi anni di vita, dopo la morte dell’amata moglie, abbracciò una forte fede religiosa e visse in solitudine. Morì nel 1961. 

Per comprendere lo sviluppo della villa nei secoli, possiamo osservare la grande tela a olio che dalla fine del 2017 è stata trasferita dal Museo di Arte medievale e moderna di Arezzo nel Museo della Fraternita dei Laici, al cui interno è stata allestita la Sala dell’Acquedotto, nella quale si possono ammirare disegni, documenti e un video che riguardano l’Acquedotto Vasariano. L’opera venne eseguita nel 1696 dal cartografo e impresario edile Giovan Battista Girelli, per illustrare il percorso completo dell’acqua dalla valle di Cognaia a Piazza Grande. 

Tra i luoghi facilmente identificabili, si vede anche Villa Severi, che alla fine del Seicento aveva una possente torre, ovvero quello che rimaneva di un edificio medievale. Forse era un torrione di avvistamento facente parte del sistema difensivo cittadino trecentesco o una casa-torre privata. 

Intorno alla metà del Cinquecento, alla destra del vecchio edificio, venne addossata una nuova dimora voluta dalla famiglia Montelucci, che è quella che vediamo nella mappa del Girelli. I Montelucci rimasero proprietari fino al 1818, apportando nei secoli a seguire ampliamenti sulla parte sinistra e trasformazioni migliorative all’abitazione, che le dettero all’incirca l’aspetto attuale. I resti della torre si possono ancora osservare sul retro della villa, mentre nell’ala di destra si nota la grande entrata per il ricovero delle carrozze.



In seguito la dimora passo ai Magi-Paperini, ai Servadio e ai Gandolfi. Nel 1887 venne acquistata dai Velluti-Zati, i cosiddetti duchi di San Clemente, famiglia appartenente al patriziato fiorentino. Lo stemma dei Velluti-Zati lo vediamo sopra l’entrata dell’odierno centro di aggregazione sociale, che in origine comprendeva una colonica e una fattoria, fatte costruire nel 1890.

Nel 1909 i duchi vendettero tutto al loro fattore Ezio Gialli, che nel 1937 cedette la proprietà a Francesco Severi. Non avendo eredi, prima di morire il matematico fece testamento agli Ospedali Riuniti di Santa Maria Sopra i Ponti, che nel 1982, avendo necessità di acquisire i terreni della Provincia di Arezzo a nord ovest della collina del Pionta per il futuro Ospedale San Donato, passarono in permuta l’edificio gentilizio e il parco all’ente provinciale. 

Da quel momento iniziò una nuova storia per Villa Severi, che tra il 1991 e il 1994 venne recuperata e adeguata per ospitare l’Ostello della Gioventù di Arezzo e negli anni a seguire varie associazioni culturali, musicali ed enogastronomiche del territorio, distaccamenti scolastici, uffici provinciali e da pochi anni anche un osservatorio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

Nel 2014 il parco pubblico della villa fu impreziosito da quattro pregevoli bronzi a tema mitologico di proprietà dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, in precedenza collocati per alcuni anni nel Parco Archeologico Naturalistico di Castelsecco. Furono realizzati dalla nota scultrice Amalia Ciardi Dupré, nata a Firenze nel 1934.  

La “Grande Madre” è una divinità femminile che accompagna l’essere umano dagli albori della civiltà, nelle varie epoche e religioni. La stessa figura della Madonna è considerata una sua evoluzione, con l’arrivo del Cristianesimo.

“Orfeo ed Euridice” rappresenta una tormentata storia d’amore. La ninfa Euridice muore per il morso di un serpente. Orfeo, figlio della musa Calliope, con i suoi canti di disperazione commuove gli dei che gli consigliano di scendere negli Inferi per convincere Ade e Persefone a restituire l’anima gemella. Egli riesce nell’intento, ma viene obbligato, nel tragitto per tornare a rivedere la luce del sole, a camminare davanti alla ragazza senza mai girarsi a guardarla. A un certo punto, non sentendo più i passi, si volta di colpo e perde l’amata per sempre.

La “Venere di Castiglione” raffigura la dea sorta dalla schiuma del mare o secondo un’altra versione da una conchiglia. È figlia di Giove e incarna la bellezza e la libertà istintiva e sconfinata, data dal mare da cui è nata.   

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“Giuditta e Oloferne” narra infine l’episodio biblico che vede protagonisti il generale assiro-babilonese Oloferne e la vedova ebrea Giuditta. Il condottiero sta assediando la città di Betulia e quando ormai quest’ultima è allo stremo delle forze, la donna si presenta al suo cospetto, fingendo di voler abbandonare la sua gente. Il generale se ne invaghisce e rimasto solo con lei, ubriaco dopo un banchetto, le dà modo di decapitarlo e salvare il popolo ebraico. 

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