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La Pieve del Bagnoro: edificio di culto medievale

Nuovo appuntamento con la rubrica di approfondimento "Arezzo da amare", incentrata sulle bellezze della città. Oggi focus sulla Pieve di Sant'Eugenia

La piccola valle del Bagnoro, a sud est di Arezzo, deve il suo nome a balneum aureum, in riferimento alle terme che sorgevano a poca distanza dalla pieve di Sant’Eugenia, una delle più belle e celebrate del territorio aretino. 

Nel medioevo il luogo era indicato nei documenti anche come Bagnolo, Bagnulo, Albagnoro e Albagnolo.

Del “bagno dorato”, inteso come prestigioso ed efficace, non è rimasto nulla, ma se saliamo verso la località Il Colle troviamo il terreno dove si ergeva la chiesa di San Michele Arcangelo, nei dintorni del quale furono ritrovati un pozzo di origine etrusca e i resti di condutture e strutture del II secolo a.C. da ricollegare ai primi stabilimenti termali, poi ingranditi e migliorati in epoca augustea. A brevissima distanza aveva la sua villa il noto archeologo Gian Francesco Gamurrini (1835-1923), che durante alcuni scavi recuperò anche uno stupendo busto in marmo del III secolo d.C., oggi custodito nel Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo.

Nel tempo la zona ha restituito vari ritrovamenti, a prova della sua frequentazione a carattere insediativo e rituale almeno fin dal VI secolo a.C., grazie alla presenza di acque ritenute salutari. Nella prima metà del Quattrocento, quando si parlò di restaurare le terme abbandonate, si diceva ad esempio che guarivano i mali delle ossa. 

La valle è attraversata dal torrente Vingone e da una fitta rete di ruscelli come il Valtina, che fino ai nostri giorni hanno provocato periodicamente allagamenti e trasportato nei secoli detriti alluvionali dal monte Lignano e dalla corona di piccole alture e colline che cinge il territorio. Tutto ciò ha sepolto tante testimonianze e rialzato il piano della campagna in modo considerevole, come si può notare anche intorno alla pieve. 

L’edificio di culto è dedicato a Sant’Eugenia, martire del III secolo, che secondo la tradizione era la figlia convertita di un nobile romano, fatta decapitare tra il 253 e il 260 dagli imperatori Valeriano e Gallieno. Il suo culto si diffuse nel V/VI secolo, periodo in cui forse nacque la prima chiesa su resti di fabbricati precedenti. Della possibile costruzione paleocristiana affiorarono piccole parti in seguito ai restauri novecenteschi.

Nel VII/VIII secolo d.C. fu realizzato un luogo di culto più grande, a pianta basilicale con tre navate e cinque campate. Il grosso monolite che si vede all’esterno è un recipiente etrusco in travertino per la decantazione dell’acqua, che venne riutilizzato come base d’altare. Esso fu recuperato negli anni Venti durante gli scavi per la ricerca del piano di calpestio originale dell’edificio.

Sempre fuori dalla pieve è distinguibile ciò che rimane del battistero altomedievale, in passato ritenuto il basamento di un campanile cilindrico. Nella sacrestia sono stati inoltre ritrovati resti di canalizzazione tardo romana. Secondo una delle congetture avanzate, fu poi utile ad alimentare il fonte battesimale. Un’altra ipotesi sostiene che il manufatto era stato utilizzato a scopo rituale già in epoca precedente al cristianesimo.

Documentata più volte dopo l’anno Mille in relazione a donazioni di terreni, nel XII secolo la chiesa altomedievale fu rimaneggiata in stile romanico e i nuovi lavori interessarono soprattutto la suggestiva parte triabsidata e le mura perimetrali. Nel 1217 Sant’Eugenia venne riconsacrata con un nuovo fonte battesimale interno a basamento ottagonale, i cui resti sono visibili di fronte all’edificio, dove sorgeva la prima campata scomparsa.

La torre campanaria è di inizio Quattrocento e per realizzarla venne sacrificata una delle absidi laterali. Nello stesso periodo furono aggiunte nelle pareti varie pitture delle quali si è persa quasi traccia, a eccezione di un affresco staccato raffigurante la “Madonna con il Bambino” tra due angeli reggicortina, erroneamente attribuito in passato a Jacopo del Casentino. Alla prima parte del XV secolo risale anche il bassorilievo con la “Madonna e il Bambino tra Sant’Eugenia e San Lorenzo”, dal 1923 sulla facciata ma in origine su un altare del transetto di destra. 

Nel Cinquecento le prime due campate e la facciata crollarono o vennero demolite perché precarie. Anche le navate laterali furono tamponate. Quella di sinistra divenne il cimitero interno, quella di destra servì ad allargare la canonica e la sacrestia. Al XVI secolo è databile pure il tabernacolo in alabastro, proveniente da Rondine.

La pieve, accorciata e ridotta nelle dimensioni, entrò in un lungo periodo di declino che proseguì fino all’Ottocento. 

Nel biennio 1922/23 la chiesa venne recuperata con un ripristino stilistico arbitrario, ma è grazie al lungo restauro portato avanti dalla Soprintendenza BAPSAE di Arezzo tra 1968 e il 1981 che il Bagnoro tornò ad avere il gioiello ammirato oggi da aretini e turisti. Grazie a quei complessi lavori e ai piccoli interventi successivi, infatti, furono liberate le navate laterali dalle tamponature, per riportare alla luce e valorizzare le parti altomedievali e romaniche, come le arcate a ferro di cavallo di influsso ravennate, i pilastri cilindrici in breccia di pietra e le colonne di spoglio in marmo lunense, in precedenza appartenute a un edificio romano. 

Il rocchio di una colonna antica si nota anche nel sostegno del fonte battesimale settecentesco, a sinistra dell’altare, a ribadire la magia di un luogo in cui ogni elemento è una preziosa tessera di un puzzle unico di arte, storia e fede.

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