Il Pozzo di Tofano in via dell'Orto citato da Boccaccio nel "Decamerone"

Tra le novelle della settima giornata la storia del ricco mercante di nome Tofano e della bellissima moglie Ghita

Angolo tra i più caratteristici e celebrati della parte alta del centro storico di Arezzo, via dell’Orto è una di quelle strade che a ogni metro racconta al visitatore una storia o un personaggio di primo piano. Sul lato che guarda via dei Pileati, poco prima della piazzetta Madonna del Conforto e di fronte alla casa natale di Francesco Petrarca, l’elemento che la contraddistingue è il cosiddetto Pozzo di Tofano.

Secondo la tradizione locale, il manufatto è quello citato da Giovanni Boccaccio nella quarta Novella della settima Giornata del “Decamerone”, l’opera massima del grande scrittore toscano del Trecento e uno dei capisaldi della letteratura italiana e mondiale di tutti i tempi.

Scritto intorno alla metà del XIV secolo, durante la cosiddetta “peste nera” che tra il 1346 e il 1353 uccise un terzo della popolazione europea, il “Decameron” o “Decamerone” è una raccolta di cento novelle che l’autore di Certaldo fa sviluppare nell’arco “di dieci giorni” (questo è il significato del titolo).

Per sfuggire alla pandemia che nel 1348 raggiunse anche Firenze, una “onesta brigata” di dieci giovani benestanti, sette donne e tre uomini, si rifugia in una residenza di campagna. Lì gli amici trascorrono il tempo libero raccontando a giro delle storie perlopiù umoristiche e piccanti – “piacevoli et aspri casi d’amore” li definisce Boccaccio nel suo proemio – che mettono in luce vizi, virtù e comportamenti di quegli anni, spaziando fra i vari ceti sociali. 

Tra le novelle della settima Giornata, quella dedicata alle donne che si fanno beffe dei loro mariti, una delle più simpatiche si svolge ad Arezzo e narra del ricco mercante di nome Tofano e della bellissima moglie Ghita

La donna, esasperata dalla gelosia ingiustificata del consorte, che ha sposato solo per imposizione della famiglia ma a cui è comunque rimasta sempre fedele, decide di procurarsi sul serio un giovane amante che incontra tutte le notti, dopo aver indotto il coniuge a ubriacarsi. La cosa, tra l’altro, non le rimane particolarmente difficile, visto che Tofano ha di suo il vizio di bere. 

A volte si porta lo spasimante in casa, altre sere esce dopo aver messo a letto il marito sbronzo.

Accortosi che qualcosa non quadra, l’uomo escogita uno stratagemma per cogliere la moglie sul fatto e svergognarla di fronte a parenti e vicini.

Una sera, fingendosi alticcio, attende l’uscita della donna infedele e spranga la porta. Quando al suo ritorno trova l’entrata sbarrata e l’uomo alla finestra che la riempie di ingiurie, Ghita lo supplica di farla rientrare perché è stato tutto un malinteso. Ella ha semplicemente passato la notte a veglia da una amica, perché non riusciva a prendere sonno.

Di fronte all’ennesimo diniego, la ragazza minaccia di affogarsi, onde evitare di essere schernita in pubblico. 

“Se tu non m’apri, io ti farò il più tristo uom che viva…” e con questo avvertimento gli rammenta che della morte avrebbero incolpato lui e il suo continuo alzare il gomito. Nel buio simula la caduta nel pozzo vicino a casa, gettandoci una grossa pietra. Tofano esce di corsa, pensando realmente al suicidio, ma la moglie entra lesta nell’abitazione, serrando a sua volta l’uscio. Quindi si affaccia e inizia a rimproverare a squarciagola il marito, accusandolo di rincasare tardi e brillo.

Il vicinato viene svegliato dalle grida e lo sciagurato si ritrova sotto gli insulti di tutti. Nel frattempo accorrono anche i familiari di lei che lo gonfiano di botte. Della serie cornuto e mazziato!

In seguito Tofano e Ghita si riappacificano. Il compagno di vita promette di non essere più geloso e le dà persino il permesso di appagare i suoi godimenti extra coniugali, a patto che lui non se ne avveda. Occhio che non vede, cuore che non duole, direste voi.

A ricordarci questa divertente storia c’è ancora oggi il pozzo medievale di via dell’Orto, rifatto in pietra concia nel XVI secolo a spese del Magistrato cittadino, come ricordava lo studioso Alessandro Del Vita in una vecchia guida novecentesca.

Nel 1958 la Brigata Aretina degli Amici dei Monumenti dedicò una lapide all’episodio boccaccesco e tra il 2002 e il 2005 la “vera” fu ristrutturata nell’ambito del master europeo Equal, iniziativa comunitaria dedicata alla formazione di operatori nel settore del restauro. 

I giovani restauratori operarono sulla pietra arenaria che compone il manufatto, materiale tipico dell’architettura di Arezzo ma facilmente attaccabile da agenti atmosferici e gas di scarico, contribuendo a mettere in sicurezza un pozzo di fronte al quale bisogna solo chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalla fantasia. 

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