La storia del maestoso ponte di Pratantico (e delle monete d'oro e d'argento celate in una pietra)

Tra i viadotti che attraversano il Canale Maestro della Chiana, nei suoi circa 62 chilometri di lunghezza, il Ponte di Pratantico spicca su tutti per monumentalità. Il viadotto fu inaugurato domenica 30 ottobre 1932 e l’evento ebbe eco in tutta Italia

Tre delle dodici arcate minori del ponte

Tra i viadotti che attraversano il Canale Maestro della Chiana, nei suoi circa 62 chilometri di lunghezza, il Ponte di Pratantico spicca su tutti per monumentalità. Realizzato nel tratto finale del corso d’acqua, lungo l’odierna SR69, per mettere in collegamento l’omonima frazione con quella di San Leo e più in generale Arezzo e il Valdarno, è uno dei ponti più belli realizzati in Italia nella prima metà del Novecento.

Prima della sua realizzazione esisteva già un viadotto in muratura molto più piccolo, situato lungo quella che era la Via Regia Valdarnese. I continui abbassamenti dell’alveo della Chiana nella vicina Chiusa dei Monaci, eseguiti a partire dal 1826 per aumentare la pendenza del canale verso l’Arno, provocarono l’aumento erosivo delle acque sui piloni e sulle sponde. Il ponte fu danneggiato e riparato a ripetizione. Si contano, ad esempio, interventi dopo le piene nel 1864, nel 1873, nel 1875 e nel 1878.

Il 27 maggio 1883 una frana lo fece crollare ma, nonostante gli appelli e i molti progetti, per decenni al posto dell’infrastruttura funzionò una passerella, utile solo al passaggio pedonale e di piccoli carri.

Partì anche una lunga diatriba tra la Provincia di Arezzo, responsabile dal 1867 della strada, e lo Stato, che fu invitato a ricostruire a sue spese il ponte, perché responsabile dei lavori alla chiusa che avevano causato il disastro. Nel 1910 l’ente locale fece causa al Ministero dei Lavori Pubblici, chiedendo il risarcimento danni. Il rimbalzo di responsabilità si concluse solo nel 1922, con un patteggiamento che portò nelle casse della Provincia le somme necessarie a coprire una parte dei futuri interventi. Il 5 ottobre 1923 venne deliberata la ricostruzione su progetto dell’ingegnere capo provinciale Giuseppe Paoli, che prevedeva un’opera lunga circa 295 metri.

Nell’agosto 1924 iniziarono gli scavi per le fondazioni e nel luglio seguente partirono le operazioni di muratura. La cerimonia di inizio lavori, fatto curioso, avvenne tre anni dopo, il 2 agosto 1927. Alla presenza delle autorità fu inserito un tubo zincato all’interno di una pietra, il quale conteneva una pergamena che celebrava il rifacimento a 44 anni dal crollo, una moneta d’oro da 20 lire e altre monete d’argento, rame e nichel del periodo, due medaglie d’argento con le immagini di Petrarca e Guido d’Arezzo e un distintivo del Partito Nazionale Fascista. La pietra venne benedetta, calata nel pozzetto all’interno di un pilone e quindi ricoperta dalla gettata di calcestruzzo.

La costruzione del Ponte di Pratantico finì nelle maggiori riviste di settore del periodo e a visitarlo arrivarono nel 1930 anche gli studenti del Regio Politecnico di Milano. Alla presenza del sottosegretario ai Lavori Pubblici Antonio Leoni, il viadotto fu inaugurato domenica 30 ottobre 1932 e l’evento ebbe eco in tutta Italia. Grazie alle riprese dell’Istituto Luce, l’opera venne presentata come un’autentica meraviglia di ingegneria e architettura italiana di quegli anni.

La sontuosa struttura, alta circa trenta metri, è caratterizzata da quattordici arcate a tutto sesto. Dodici di esse hanno la luce, ovvero la distanza fra i due punti di appoggio dell’arco, di 11 metri. Le altre sono di dimensioni maggiori: La prima sul “berignolo” industriale, ovvero il canale secondario che alimentava un’officina idroelettrica, è larga 24 metri, mentre quella sulla Chiana ha una luce di 40 metri. Le murature di fondazione sono in blocchi di calcestruzzo, gli archi minori di conglomerato cementizio e i due maggiori in cemento armato. Il ponte è impreziosito, pensate, da ottomila metri quadrati di rivestimento in pietra lavorata.

Gli stemmi del Regno d’Italia, della Provincia di Arezzo e del Littorio vennero realizzati dallo scultore valdarnese Giovanni Bianchi, autore anche delle pregevoli protomi con teste di leone. Le iscrizioni in bronzo abbreviate delle facciate, con motti in latino, li possiamo infine tradurre così: “Dalle mie rovine risorgo più grande, regnando Vittorio Emanuele III, nell’anno domini 1932, al tempo del duce Benito Mussolini, nell’anno X dell’era fascista, col denaro pubblico e l’ardimento romano”.

Dopo essersi salvato dalle incursioni alleate e dalle mine durante la ritirata nazista del 1944, il viadotto arrivò nel nuovo millennio con molti “acciacchi”. Nel 2006 partirono così le operazioni di restauro e consolidamento finanziati dalla Regione Toscana.

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Nell’abito dei lavori, nel marzo 2008, fu ritrovata nei pressi di un pilone una bomba di 900 chili inesplosa, sganciata da un aereo americano durante la guerra. L’ordigno fu disinnescato e rimosso dal Reggimento Genio Ferrovieri, quindi venne fatto brillare alle cave di Quarata. I lavori al ponte si conclusero nel giugno 2009 e restituirono alla collettività un’opera che oggi possiamo apprezzare grazie anche al sentiero ciclopedonale che dalla Chiusa dei Monaci conduce direttamente sotto le monumentali arcate.

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