Martedì, 22 Giugno 2021
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L'epidemia di peste gialla in Toscana del 1804 combattuta con sacrifici economici, sanificazioni e distanziamento sociale

Il merito fu di un medico di Montevarchi, Gaetano Palloni, inviato a Livorno - centro del contagio - che mise in atto una serie di rigorose prescrizioni per arginare la diffusione del morbo e per curarlo

Immagine tratta da Books Google

Oltre 200 anni fa una terribile epidemia di peste gialla si abbatté sulla Toscana. Determinante nel combattere il contagio e nel porre rimedio alla patologia fu un medico di Montevarchi, Gaetano Palloni, che all'epoca si trovava a Firenze e fu inviato a Livorno, primo centro di diffusione della pestilenza. Dall'esperienza livornese, Palloni ricavò due trattati - tradotti anche in tedesco, spagnolo e francese - che divennero punti di riferimento per i medici anche fuori dai confini toscani.

Chi era Gaetano Palloni

Nacque a Montevarchi il 5 settembre 1766, faceva parte di un famiglia della piccola borghesia ma non versava in condizioni particolarmente agiate. Così - spiega l'eciclopedia Treccani - si formò da autodidatta. Si iscrisse poi alla facoltà di medicina dell’Università di Pisa e supplicò il granduca Ferdinando III per accedere a una "borsa di studio", uno dei 40 posti gratuiti al Collegio della Sapienza per essere mantenuto agli studi. Il 4 giugno 1789 si laureò. Fece pratica obbligatoria per due anni a Firenze e superò l’esame di abilitazione all’esercizio della professione. Sviluppò una crescente attenzione per i temi dell’epidemiologia e "l’autorità granducale lo incaricò di contrastare una grave epizoozia che aveva colpito il bestiame del Valdarno e che fu efficacemente debellata proprio grazie alla profilassi concepita dallo stesso Palloni".

L'epidemia di Livorno

Nel 1805 Palloni - spiega la Treccani - fu chiamato a Livorno per fronteggiare l’epidemia di febbre gialla che aveva colpito la città in seguito all’arrivo, nell’agosto dell’anno precedente, di un bastimento proveniente da Veracruz e transitato per il porto di Cadice. Dopo aver individuato la natura vaiolosa del morbo, pur contagiato dalla malattia, Palloni riuscì ad adottare una serie di misure grazie alle quali l’epidemia fu debellata. Descrisse tali misure in alcuni testi (Osservazioni mediche sulla malattia febbrile dominante in Livorno, Livorno 1804, tradotte in tedesco, francese e spagnolo; Parere medico sulla malattia febbrile che ha dominato la città di Livorno l’anno 1804, Firenze 1805).

Quarantene, distanziamento sociale, sanificazioni

Lo storico Giovanni Prezziner spiega a proposito dell'intervento di Palloni a Livorno:

«I medici o non conoscendo la natura del nuovo male, o temendo che l'annunziarlo dispiacesse al popolo ed al Governo, non suggerirono alcuna utile misura. La malattia andò perciò giornalmente aumentando, fino a gettar lo spavento in Toscana e in tutta quanta l'Italia. Varie misure furono al Governo proposte, e da questo sperimentate, ma riuscendo vano ogni tentativo, fu ricorso al Palloni, come all'ancora sacra della Speranza, e fu spedito a Livorno in compagnia dei Dottori Bertini e Bruni onde provvedesse alla comune salvezza».

Palloni infatti riuscì ad isolare il morbo e a trovare una cura. Egli stesso si ammalò ma guarì. Tra le misure di prevenzione prese ci furono molto severe: le famiglie tenute "in contumacia" (quarantena), le sanificazioni dei locali in cui i malati erano stati, la separazione tra soggetti sani e ammalati. Ci furono ricadute anche sul versante economico.

Le tesi «contagiosiste» di Palloni (furono criticate perché se ne temevano) le conseguenze di carattere commerciale e politico; l’ipotesi di una trasmissione del morbo a distanza attraverso le merci rischiava infatti di mettere in ginocchio i traffici del Regno d’Etruria.

E sempre la Treccani ricorda che:

"Sconfitta l’epidemia, Palloni rimase a Livorno, dedicandosi al riordino del sistema dei lazzaretti e alla stesura di un nuovo regolamento di polizia medica, destinato a migliorare le più generali condizioni igieniche urbane. Sempre a Livorno, nel 1806 fronteggiò il rischio di un’epidemia di peste, impedendo lo sbarco dell’equipaggio infetto di un bastimento francese".

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