Uno degli eccidi più cruenti ricordato nel monumento di San Severo

La città di Arezzo era già stata affrancata qualche mese prima, il 16 luglio 1944, ma i giorni che precedettero la liberazione furono purtroppo segnati da orribili eccidi perpetrati dai tedeschi in ritirata

Il 25 aprile si celebra la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. In quel giorno del 1945, infatti, il Comitato di Liberazione Nazionale proclamò da Milano l’insurrezione di tutti i territori ancora occupati, in attesa dell’arrivo degli alleati che stavano avanzando velocemente verso il nord dopo aver sfondato la Linea gotica. 

La città di Arezzo era già stata affrancata qualche mese prima, il 16 luglio 1944, ma i giorni che precedettero la liberazione furono purtroppo segnati da orribili eccidi perpetrati dai tedeschi in ritirata. Uno degli episodi più feroci si svolse a San Severo, a breve distanza dall’omonima chiesetta che si incontra salendo verso l’Alpe di Poti.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conseguente occupazione nazista dell’Italia, la montagna aretina divenne luogo di conflitti tra invasori e partigiani della XXIII Brigata Pio Borri. Ai primi di luglio 1944, convinta che dopo aver preso la Val di Chiana gli alleati fossero ormai pronti a pigliare anche Arezzo, parte della brigata scese dall’Alpe di Catenaia con un gruppo di prigionieri, stanziandosi nella zona di Pietramala e Molin de’ Falchi. Nel contempo furono presi contatti con gli inglesi per consegnarne una parte a Cortona. I combattenti italiani avevano poche armi, poiché era stato consigliato di confondersi con la popolazione.

All'alba del 14 luglio i tedeschi mossero verso la zona con l'obiettivo di recuperare i commilitoni. Le truppe appartenevano al 274° Reggimento corazzato della 94° Divisione di fanteria e alla 305° Divisione di fanteria.

I soldati misero in atto una feroce rappresaglia e fecero incolonnare partigiani e civili verso San Polo, uccidendo per strada coloro che rallentavano il passo come donne e anziani, e arrestandone altri durante il percorso fino a Villa Mancini, sede del comando. Fu l’anticamera della terribile strage di Villa Gigliosi, eccidio a cui viene collegato anche quello di San Severo, compiuto nello stesso giorno.

Intorno alle 10, un gruppo di quindici militari salì da Peneto ed eseguì un rastrellamento ai danni di carbonari, contadini e boscaioli. A San Severo vivevano circa tredici famiglie in quel periodo, ma il numero era stato impinguato dagli sfollati della città. I nazisti arrestarono venti individui; altri due, il quattordicenne Ugo Bulangeri e il diciannovenne Giorgio Beucci, come scrive Enzo Droandi, riuscirono a fuggire in modo rocambolesco.

Accusati di far parte delle bande partigiane o di proteggere la loro clandestinità, ne rilasciarono solo tre dopo aver verificato i documenti coi quali si accertava che non potevano essere ribelli. Accompagnarono gli altri in un vicino boschetto, detto “I Buschi”, dove li finirono a colpi di mitraglia. I diciassette trucidati, tutti uomini, avevano un’età compresa tra 17 e 67 anni. In seguito i corpi furono portati nella chiesetta romanica e quindi sotterrati provvisoriamente, senza casse, di fronte alla piccolo edificio di culto.

Ancora oggi un monumento in pietra e marmo, voluto da un comitato formato dalla Sezione Combattenti e Reduci di Staggiano e dalla Parrocchia di Pomaio e San Severo, ricorda quei crimini.

Il manufatto è suddiviso in tre parti principali. La parte centrale, trapezoidale, presenta una lapide marmorea fermata da punzoni in bronzo. Vi è un bassorilievo dove sono scolpiti un elmo circondato da un ramoscello di olivo, simbolo di pace, e da uno di acanto, simbolo di resurrezione. Una croce cristiana in marmo è sulla sommità, mentre sotto si trova l’epigrafe con la data dell’eccidio, la committenza e la data dell’opera. Sui lati sono situate le lastre in marmo con le fotografie in ceramica racchiuse in ovali di bronzo dei caduti.

Secondo Enzo Gradassi, uno dei più autorevoli studiosi della Resistenza nel territorio aretino, l’unico che non ha la foto, col cognome di origine campana, potrebbe essere stato un ex repubblichino sbandato e latitante.

Il 24 ottobre 1952 un breve pezzo su La Nazione annunciava la cerimonia di inaugurazione del monumento, che si svolse domenica 26 ottobre alle ore 10,30, preceduta da una messa in suffragio dei defunti. 

Il 29 ottobre il quotidiano toscano tornò sull’argomento per un resoconto. Sappiamo così che la funzione fu celebrata dal vescovo di Cortona Giuseppe Franciolini in sostituzione di quello di Arezzo Emanuele Mignone, alla presenza delle famiglie dei caduti, del sindaco socialista Ivo Barbini, delle altre autorità, delle rappresentanze combattentistiche e di alcune scolaresche. Da ricordare che Franciolini fu l’ultimo vescovo di Cortona prima del riaccorpamento ad Arezzo nel 1978. 

L’eccidio è ricordato in “Notte di San Severo”, canzone del gruppo di combat folk Casa del Vento contenuta nell’album “900” del 2001. Tra le fila della band formatasi nel 1991, nota per l’impegno sociale e per le collaborazioni con la sacerdotessa del rock Patti Smith, figurano i cugini Luca e Sauro Lanzi, che nel massacro persero il nonno paterno Silvestro. Egli al tempo aveva 48 anni e si trovava a mietere il grano assieme a un vicino. Quando vide i tedeschi dirigersi verso casa accorse ma, come racconta uno degli otto figli Anastasio, non fece in tempo nemmeno ad arrivare. Tempo dopo una delle figlie trovò il cappello crivellato di colpi nel boschetto. 

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“Notte di San Severo” fu scritta da Luca Lanzi, figlio di Anastasio, con l’obiettivo di ridare voce e giustizia a quelle persone che morirono o rimasero segnate per sempre da quella strage, come il padre che all’epoca era un bambino. Come molti sanno, infatti, sugli scempi nazisti dell’aretino per troppo tempo cadde un colpevole oblio.

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