Opera innovativa negli anni Trenta, oggi struttura fatiscente. La storia del silos di Pescaiola

Questa volta parliamo del silos di Pescaiola, struttura innovativa degli Trenta che meriterebbe di essere recuperato. Da oltre ottant’anni caratterizza con la sua mole il quartiere

Negli ultimi anni i termini "turismo industriale" e "archeologia industriale" sono sempre più utilizzati e tanti cultori si muovono per osservare fabbriche dismesse, villaggi operai e manufatti che tra l’Ottocento e la prima metà del Novecento rivoluzionarono anche in Italia il mondo del lavoro. Di pari passo questi luoghi vengono restaurati e convertiti in spazi museali – nella provincia aretina il Lanificio di Stia è una delle prove più preziose – o diventano centri di cultura e innovazione, come la Fonderia Bastanzetti di Arezzo, trasformata in Casa dell’Energia. In altri casi piangiamo le scelte miopi della politica. Come non citare, ad esempio, lo smantellamento nel 1977 della ciminiera in mattoni della Sacfem, meglio conosciuta come il "Fabbricone", che oggi sarebbe un elemento significativo e di memoria collettiva nell’area del Parco Pertini.

Altre strutture versano in cattive condizioni, ma per fortuna si sono salvate. È questo il caso del Silos di Pescaiola, che da oltre ottant’anni caratterizza con la sua mole il quartiere periferico cittadino, anche se è sempre più celato dalle lottizzazioni sorte nella zona a partire dal dopoguerra. Per osservarlo meglio bisogna percorrere via Concini, la strada che affianca la ferrovia Arezzo-Sinalunga o ferrovia della Val di Chiana, iniziata nel 1913 sotto la direzione della società Ausiliare e inaugurata nel 1930 dalla LFI, che già dal 1914 era subentrata nella realizzazione e gestione. L’edificio venne innalzato tra la stazione di Pescaiola e il bel ponte ferroviario in mattoni sul torrente Vingone.

Il silos per l’immagazzinamento dei cereali fu costruito tra il 1937 e il 1938 dal Consorzio Agrario Cooperativo della Provincia di Arezzo, ente addetto alla raccolta e alla commercializzazione dei prodotti cerealicoli del territorio. Fu progettato in cemento armato dall’ingegnere Ubaldo Cassi, figura fondamentale dell’urbanistica aretina del Novecento, nell’ambito della politica autarchica del regime fascista, che mirava a ottenere l’autosufficienza dall’estero anche riguardo la produzione del grano. Il deposito era a celle verticali, che consentivano un risparmio in termini di costi realizzativi e gestionali. Nel massimo della sua operatività poteva accogliere fino a 45.000 quintali di cereali.

Fin da subito apparve come una struttura innovativa, dalle linee proporzionate, essenziali e funzionali, scandita dalle tre grandi modanature nella facciata. Nel 1999 l’architetto aretino Massimo Rossi scrisse che le forme del silos erano state influenzate dai dettami di Antonio Sant’Elia, uno dei firmatari del Manifesto dell’architettura futurista del 1914. Coincidenza curiosa, il grande artista comasco partecipò da volontario alla Grande Guerra nelle file della “Brigata Arezzo”, morendo nei pressi di Monfalcone il 10 ottobre 1916. Carlo Cresti, il massimo storico dell’architettura toscana compiuta a cavallo tra le due guerre mondiali, avvicinava invece l’immobile al post futurismo “fascistizzato” imperante negli anni Trenta. Figura importante di quel periodo fu l’ingegnere Angiolo Mazzoni, ideatore di stazioni ferroviarie ed edifici postali in tutta la penisola, molti dei quali ancora in uso. In effetti, se andiamo a vedere, i tre elementi verticali addossati della costruzione aretina richiamano i fasci littori e ricordano quelli inseriti, ad esempio, nella facciata della Colonia marina di Calambrone di Pisa o presenti, come ricordava lo stesso Cresti, nei palazzi delle Poste di Latina, Ostia Lido e Pola. 

Questa precisa collocazione temporale ha portato negli anni a esprimere giudizi faziosi, impregnati di ideologia sia da parte di chi esaltava la struttura solo perché emblema del regime fascista. sia da parte di chi, al contrario, per lo stesso legame la denigrava. Negli ultimi vent’anni un’analisi più oggettiva ha definito il silos come un’importante testimonianza architettonica di primo Novecento, una delle migliori infrastrutture produttive italiane degli anni Trenta ancora esistenti, anche se figlia di un controverso e infausto momento storico.

Da anni il fabbricato versa in condizioni fatiscenti. Dopo alcune ipotesi di smantellamento, in molti si sono prodigati per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del recupero e della salvaguardia della costruzione. Nel 2004 si svolse persino un convegno organizzato da Società Storica Aretina, Brigata Aretina Amici dei Monumenti,  Ordine degli Ingegneri e Ordine degli Architetti della Provincia di Arezzo, durante il quale si discusse del possibile riutilizzo come sede dell’Archivio storico post-unitario del Comune. 

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Finora, tuttavia, non è stato fatto nulla e il silos è lì, fiero ma sempre più malandato, in attesa che la sua valorizzazione venga messa al centro dell’agenda politica. Inutile dire che sarebbe un’importante carta da sfruttare per la città, perché il valore storico dell’edificio è destinato ad aumentare nel tempo e quindi, il suo corretto riadopero, diventerà anche un elemento qualificante dell’intero quartiere di Pescaiola.

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