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'La scala di Giacobbe': un'opera straordinaria che portò re Giorgio nell'Aretino

In poche ore una strada venne costruita e agevolò l'avanzata degli Alleati

La liberazione di Arezzo da parte delle truppe Alleate è legata seppur indirettamente ad un’opera ingegneristica, straordinaria per l’epoca. Diciamo pure che non influì in maniera determinante alla liberazione di Arezzo, ma le modalità della sua realizzazione fecero scalpore.

Era l'estate del 1944. Civitella, Cornia, Solaia, San Pancrazio e Gebbia avevano conosciuto solo pochi giorni prima la ferocia nazifascista quando gli Alleati arrivarono in Valdichiana dopo aver sfondato la ‘Linea Albert’, all’altezza del lago Trasimeno. Le truppe sotto il vessillo britannico avanzavano velocemente verso Arezzo quando si trovarono di fronte alla difesa nemica, rappresentato da quello che oggi conosciamo come il bivio di Olmo. I tedeschi non potevano permettersi di consegnare facilmente Arezzo, barriera cruciale per proteggere la ritirata, così si barricarono alle porte della Valdichiana, sfruttando le alture e in particolare Lignano. I britannici, in attesa dell’arrivo dei rinforzi neozelandesi, avevano come unico obiettivo quello di prendersi le alture ma serviva trovare un’altra via per non esporre uomini e mezzi. Era il 12 luglio quando venne individuato il percorso, una scorciatoia in grado di collegare il territorio a est di Castiglion Fiorentino con Palazzo del Pero, passando da Santa Maria alla Rassinata.

'Superare gli ostacoli anziché aggirarli'

Fu questo il primo pensiero, anzi l’ordine, degli ufficiali. La visione delle mappe aeree non lasciò alcun dubbio: gli ostacoli andavano demoliti, distrutti e non aggirati. La costruzione di quella strada carrozzabile in grado di proteggere le truppe e consentire il passaggio di carri armati e mezzi avrebbe richiesto almeno 10 giorni. Troppi per le truppe Alleate che misero al lavoro un vero e proprio mix di nazionalità, culture ed esperienze. Quando la mattina del 14 luglio 1944 i lavori iniziarono si misero all’opera i genieri indiani della Bombay e della Madras con i bulldozer, assieme agli italiani, mentre i genieri canadesi portarono la loro conoscenza degli esplosivi. Sulle alture i reparti della Central Indian Horse proteggevano il cantiere da eventuali incursioni nemiche. Alle ore 18 del 15 luglio la prima jeep - con a bordo il maggiore Patterson della Central India Horse, accompagnato dal tenente Murray - seguita dai carri armati valicò quel tratto di strada dopo che furono rimossi terreno, detriti, alberi e massi. I sikh e i gurkha cominciarono a salirvi nella notte dal 17 al 18 luglio, avanzando anche con difficoltà a causa della controffensiva tedesca che alla fine capitolò. Un risultato a dir poco stupefacente che all’indomani della liberazione di Arezzo diventò un simbolo della propaganda degli Alleati.

La scala di Giacobbe e la visita di re Giorgio VI

La costruzione in poche ore, ex novo, di una strada tra boschi e alture in grado di spostare senza rischi un’armata destò un notevole interesse a Londra. Anche re Giorgio VI, padre della regina Elisabetta, fu incuriosito da questa opera. Il 23 luglio il sovrano arrivò in Italia, più precisamente a Perugia e da qui salì verso Arezzo, spacciandosi e venendo chiamato 'generale Collingwood'. Ci sono foto e testimonianze della sua visita a Palazzo del Pero dove passò in rassegna le truppe, e dove è stata installata pochi anni fa una targa a ricordo di quella giornata storica.

A quell'opera venne dato il nome di 'Scala di Giacobbe' (Jacob’s Ladder) riprendendo il racconto biblico contenuto nella Genesi. Una notte, durante il viaggio che lo portò a nascondersi dallo zio Labano per sfuggire al fratello Esaù, Giacobbe fece un sogno (Genesi 28:10-22): una scala da terra si protendeva sino in cielo, con angeli che salivano e scendevano. Da qui la scelta del nome di un'opera straordinaria con alcuni resti che ancora oggi sono visibile su quelle alture.
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