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Mercoledì, 28 Febbraio 2024
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"Tribolammo parecchio". La vita di Mario e Primo nel Centro Raccolta Profughi di Laterina

Dal 1948 al 1963 all'interno del Centro Raccolta Profughi (Crp) di Laterina vennero ospitati migliaia di esuli provenienti dall'Istria e dalla Venezia Giulia. Le storie di chi visse nelle baracche

La storia di questo luogo inizia nel 1940. La piana di Laterina, per la sua posizione strategica, venne scelta come luogo dove far sorgere il Pg 82, uno dei quattro campi di prigionia aretini del regime nazifascista. Quindici ettari di terra posti ai piedi del borgo in cui sorsero 12 baracche capaci di ospitare sino 10mila prigionieri. Qui inizialmente furono detenuti soprattutto inglesi catturati nell’Africa settentrionale, oltre ad africani, indiani e spagnoli. Dopo la liberazione di Laterina, 18 luglio 1944, il campo passò sotto il controllo dell’ottava armata britannica e venne usato per l'internamento di tedeschi e fascisti. Dal 1948 al 1963 cambiò nuovamente destinazione d'uso diventando Centro Raccolta Profughi (Crp) dove vennero accolti i gli esuli dell’Istria e Venezia Giulia. Decine di migliaia di cittadini provenienti dalla parte est del Paese vennero collocati qui in attesa di riuscire a raggiungere una sistemazione migliore. Un'azione che, come successe in molte altre parti d'Italia, non venne accolta da tutti di buon occhio. Molti furono coloro che videro in quelle famiglie ex fascisti o simpatizzanti del regime dittatoriale di Mussolini fuggiti da casa propria per opportunità. Più semplicemente, quelli erano uomini, donne e bambini italiani che, nell’immediato secondo Dopoguerra, vennero costretti all’abbandono forzato delle proprie case in Istria, a Fiume e a Zara, passate dalla sovranità italiana a quella jugoslava. In Italia giunsero per sfuggire al comunismo jugoslavo e alla sua opera di snazionalizzazione nelle terre della Venezia Giulia e Dalmazia.

La vita nel Centro Raccolta Profughi (Crp): le testimonianze

Venivano forniti vitto e alloggio oltre a sussidi statali. Tra i problemi più impellenti c'era quello della disoccupazione delle persone accolte. I più fortunati avevano i permesse i per uscire dal centro e raggiungere luoghi di lavoro esterni altri invece veniva impiegati in attività all'interno della struttura. In questo senso sorsero qui dei laboratori di calzoleria e maglieria così da consentire l'apprendimento un mestiere e, eventualmente, di un'occupazione. Le baracche inizialmente non avevano divisioni murarie interne e le famiglie vivevano in promiscuità. Solo successivamente vennero ristrutturare e dotate di stufe a legna. Qui vi erano anche scuola, barbiere, centralina elettrica, infermeria, alloggio per gli addetti al centro, asilo, chiesa e magazzini vari. Nei momenti di massima affluenza arrivò a ospitare fino a 2mila persone.

Nelle tesi di laurea di Francesca Lisi (1991) e in quella di Sabrina Caneschi (1991) viene riportata la testimonianza di tale Primo Cavaliere, nato a Fiume e arrivato a Laterina nel 1948. .

"I servizi igienici erano pessimi – ha spiegato Cavaliere – soprattutto durante il periodo invernale e ciò andava a svantaggio più che altro delle perone anziane che male si adattavano alla situazione. Il cibo veniva ritirato alla mensa, ma non era buono, per cui quando vennero aperti gli spacci all’interno del centro, i pochi soldi guadagnati nei lavori quindicinali o dati dalla Prefettura, erano spesi per acquistare alimenti. Con la popolazione di Laterina, nonostante noi avessimo una mentalità più aperta ed evoluta, non ci furono grossi problemi. Forse l’unica cosa per cui potevano portarci rancore era che, finché ci fu il centro, la Democrazia Cristiana rimase al potere perché sorretta dai voti dei profughi; alla chiusura del Centro invece si affermò una giunta di sinistra. In effetti la quasi totalità dei profughi votava per la Democrazia Cristiana e venivano fatte anche alcune pressioni politiche a favore di questo partito. Posso portare un esempio: a mia madre che era analfabeta e molto religiosa, avevano indicato di votare DC perché nel simbolo era rappresentata una croce".

Mario M. era nato in provincia di Fiume nel 1934. Ultimo di quattro fratelli era figlio di un pescatore e di una casalinga. Una famiglia semplice, con un tenore di vita agiata in quanto, come racconta lui stesso, "I pescatori stavano bene, perché di pesce c'è n'era in abbondanza". Lui è stato uno dei migranti accolti nel centro di Laterina. La sua intervista completa è leggibile a su L'Esodo istriano-fiumano-dalmata
in Piemonte

"A Laterina eravamo 1.500, mi sembra, più o meno. Era un campo con una vallata con dei casermoni che non finivano più, erano dei casermoni militari. E pertanto lì si era uniti: non solo gente delle mie parti, del mio paese, ma anche genti di Fiume, dell'Istria e della Dalmazia: praticamente eravamo a casa, tant'è vero che si continuava a parlare il nostro dialetto, tutti quanti. Eravamo a casa, anche se non si stava bene a Laterina. Forse è stato uno dei campi più tristi che c'erano, perché non era un campo tanto attrezzato o cosa. Abbiamo tribolato un pochettino lì. Perché quando siamo arrivati lì - questo qui era a gennaio, fine gennaio del '49, gennaio o febbraio, non mi ricordo - io mi ricordo che mia mamma si è messa a piangere. Dice: dove vi ho portati, dove vi ho portati. Una cosa da non credere entrare in questo campo: ci hanno dato una baracca con i pagliericci di paglia, di pannocchia, con un quadrato con delle coperte e [mia madre] dice: ma dove vi ho portati? Dove siamo finiti? Ecco, quella forse è stata una delle più grosse delusioni che ho avuto. Quella sistemazione che avevamo era proprio triste. Triste, triste, triste. E poi noi, passato quel periodo lì, io sono andato poi ad Arezzo a scuola. Perché [c'era] un convitto, quindici anni e andavamo a scuola. E siamo stati lì dieci mesi. Dieci mesi, però si tornava il sabato e la domenica. Però, come dicevo, nel campo profughi si parlava...Eravamo tutti di noi. Si, c'era i greci e quelle persone che anche loro sono venuti via come noi. Laterina  la chiamavamo Giarabub. Quando c'è nel deserto il gibli, il vento del deserto, noi la chiamavamo così. Perché era vicino l'Arno, in una pianura sabbiosa e quando c'era sto vento o delle turbolenze o cosa, si sollevava dei polveroni che non finivano più. E allora l'abbiamo chiamata Giarabub".

La patria perduta - Il libro

Le storie di coloro che vissero a Laterina in questo periodo sono state raccolte e raccontate da Elio Varutti con l’aiuto di Claudio Ausilio nel libro edito da Aska “La patria perduta, vita quotidiana e testimonianze sul centro raccolta profughi giuliano-dalmati di Laterina 1946-1963”.

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