La cappella della Madonna del Conforto: un piccolo museo robbiano in città

Quante opere dei Della Robbia ci sono nella Cappella della Madonna del Conforto? Diverse. Ve le svela, una per una, l'articolo di questa settimana del blog Arezzo da Amare. Con tanto di fotogallery

La cappella della Madonna del Conforto

La visita alla cappella della Madonna del Conforto nel duomo di Arezzo, nei giorni in cui si ricorda l’episodio miracoloso del 15 febbraio 1796, può essere l’occasione per ammirare le numerose opere d’arte custodite. Tra queste si segnalano le terrecotte invetriate rinascimentali, conosciute anche come “robbiane” dal nome della famiglia fiorentina specializzata in questo tipo di produzione: i Della Robbia.

La tecnica fu messa a punto intorno al 1440 da Luca della Robbia, sviluppando e perfezionando quella più antica della maiolica. Giorgio Vasari, nelle sue “Vite de' più eccellenti pittori, scultori, e architettori”, ci racconta come l’artista raggiunse gli esiti che lo inserirono di diritto nella storia dell’arte: 

«… considerando che la terra si lavorava agevolmente con poca fatica, e che mancava solo trovare un modo mediante il quale l’opere che in quella si facevano si potessono lungo tempo conservare, andò tanto ghiribizzando che trovò modo da diffenderle dall’ingiurie del tempo; per che, dopo avere molte cose esperimentato, trovò che il dar loro una coperta d’invetriato addosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture, cotte al fuoco d’una fornace a posta, faceva benissimo questo effetto e faceva l’opere di terra quasi eterne. Del quale modo di fare, come quello che ne fu inventore, riportò lode grandissima e gliene averanno obligo tutti i secoli che verranno».

Prima della cottura, la terracotta veniva impermeabilizzata tramite l’immersione nella “cristallina”, ovvero uno smalto a base di sabbie silicee e ossido di piombo sciolti in acqua. Per colorare si usavano invece degli ossidi metallici: di stagno per il bianco, di cobalto per l’azzurro, di rame per il verde, di antimonio e ferro per il giallo e il bruno. L’invetriata garantiva una straordinaria resistenza nel tempo e poteva essere usata senza problemi anche per le opere che dovevano stare fuori alle intemperie.

Il nipote Andrea, figlio del fratello Marco, portò le robbiane a livelli di eccellenza e ne promosse la diffusione grazie a una bottega prolifica dove lavoravano i suoi molti figli. Tra i più noti, che portarono avanti l’attività, ampliando la gamma dei soggetti e i colori, si ricordano Giovanni, Girolamo, Marco detto Fra’ Mattia, Luca il giovane, Francesco detto Fra’ Ambrogio e Paolo

Le terrecotte del duomo, di cui due sicuramente autografe di Andrea, furono collocate tra il 1811 e il 1817 dopo essere state staccate, su ordine del vescovo Agostino Albergotti, dai siti di culto originari. Con questa decisione la cappella della Madonna del Conforto divenne un piccolo museo robbiano in città.

A sinistra dell’entrata si ammira la “Madonna con il Bambino e i santi Pietro e Bernardo”. Si tratta di due robbiane riunite: la “Vergine con il Bambino” risale agli ultimi anni del XV secolo, mentre i “santi Bartolomeo e Bernardo” facevano parte di una “Adorazione” smembrata di inizio Cinquecento. 

Sulla parete di sinistra si trova la “Madonna in trono tra i santi Donato, Maddalena, Apollonia e Bernardino”, splendida pala invetriata di Andrea della Robbia e dei figli Giovanni e Marco realizzata tra il 1493 e il 1495, trasferita dalla basilica di San Francesco. Nella predella si vedono la “Comunione della Maddalena” (per alcuni è “Sant’Egiziaca nel deserto”), la “Natività” e il “Martirio di Sant’Apollonia”.

A destra dell’altare è collocata la “Madonna del cuscino” del 1480 circa. Dalla cintola in giù la Vergine, pesantemente rovinata, fu ricostruita in stucco nel 1817.

Nella parete destra è ubicata la “Santissima Trinità tra i santi Bernardo e Donato”. Il capolavoro fu plasmato da Andrea della Robbia tra il 1485 e il 1486 per la chiesa della Santissima Trinità, ovvero la Misericordia di via Garibaldi. Nella composizione si osservano sei coppie di angeli, ventinove teste alate di cherubini e un drago che spunta dietro a San Donato, mostro che secondo la tradizione fu ucciso dal patrono di Arezzo. Nella predella si notano i confratelli con il tipico cappuccio usato nelle processioni.

Una “Assunzione” di fine XV secolo chiude il percorso robbiano nella cappella. È un’opera ricomposta appositamente per il luogo, ma non è conosciuta la reale provenienza. Si trova sopra il monumento marmoreo ottocentesco del vescovo Agostino Albergotti, con al centro il bassorilievo dell’incoronazione della Madonna del Conforto del 15 agosto 1814.

Tutte queste opere rinascimentali avvolgono idealmente la piccola maiolica miracolosa dell’altare maggiore, che in precedenza si trovava in uno scantinato della “grancia” camaldolese nei pressi di Porta San Clemente. Fu lì che tre calzolai e una cantiniera, mentre stavano pregando l’immagine della Madonna di Provenzano annerita dalla polvere e dalla fuliggine, la videro sbiancare e mettere fine allo sciame sismico che nel febbraio 1796 causò per molti giorni preoccupazione in città.

Il 19 febbraio il vescovo Niccolò Marcacci acconsentì al trasferimento del quadretto in duomo. Il 10 aprile fu decisa la costruzione della cappella dove venerarlo e il 5 agosto 1796, su progetto di Giuseppe Del Rosso, fu posata la prima pietra di uno luogo che ancora oggi è meta imprescindibile di ogni aretino.

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