Il monumento nazionale a Francesco Petrarca

La storia di questa ambiziosa opera, che con le sue 240 tonnellate di marmo bianco è la più grande mai dedicata al poeta nato ad Arezzo il 20 luglio 1304, fu lunga e tormentata

Il 25 novembre 1928, alla presenza del re d’Italia Vittorio Emanuele III, del ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Belluzzo e di tante altre personalità di spicco, italiane e straniere, veniva inaugurato nel passeggio del Prato il monumento nazionale a Francesco Petrarca

La storia di questa ambiziosa opera, che con le sue 240 tonnellate di marmo bianco è la più grande mai dedicata al poeta nato ad Arezzo il 20 luglio 1304, fu lunga e tormentata. Tutto ebbe inizio il 25 ottobre 1902, quando in città si riunì per la prima volta un gruppo di persone in previsione dei festeggiamenti del 1904 per il sesto centenario dalla nascita dell’illustre concittadino. Due anni furono però considerati pochi per raggiungere gli obiettivi prefissati, in primis una grande scultura, e quindi il neonato Comitato per le Onoranze a Francesco Petrarca, che andava a sostituire un comitato studentesco attivo dai primi anni Novanta del secolo precedente, preferì procedere con calma.

Nell’anno delle celebrazioni petrarchesche fu comunque bandito un concorso e l’11 luglio 1904 venne approvato il Regio Decreto che prevedeva il contributo statale per la realizzazione dell’opera. Gli artisti partecipanti non fornirono i risultati sperati e quindi fu aperto un secondo concorso due anni dopo e un terzo, nel 1907, nel quale si impose il bozzetto “Ai posteri” del carrarese Alessandro Lazzerini (1860/1942), già a quei tempi stimato in Italia e all’estero.

Il 31 luglio 1909 venne firmato il contratto che prevedeva il completamento del complesso marmoreo entro il 1913, ma per una serie di ritardi la prima pietra fu posata solo il 12 dicembre 1914. Il lungo stop causato dalla Grande Guerra fece poi trascorrere ancora degli anni, senza che si portasse avanti il progetto. 

Nel 1920 si formò un secondo comitato e fu chiesto allo Stato un nuovo contributo, visto che quello vecchio risultava ormai inadeguato per le spese lievitate che Comune e Provincia di Arezzo non potevano coprire. Fin dal 1922 furono attivate, in Italia e all’estero, anche diverse sottoscrizioni di privati. Venne chiesto inoltre il sostegno agli altri comuni aretini e ai capoluoghi di provincia italiani, che salvo rari casi risposero con entusiasmo. Noto è il rifiuto di Bolzano, da poco annesso al regno, che scatenò polemiche a livello politico e mediatico ma sensibilizzò il resto d’Italia alla causa. 

Seguì un’altra fase di ristagno, dovuta alla cronica mancanza di fondi e ai dubbi sulla collocazione da dare al monumento. Fin dal 1903, infatti, erano state avanzate varie soluzioni, come l’ingresso al Prato, l’angolo tra via Cavour e via San Lorentino, il Poggio del Sole e una nuova piazza da realizzare lungo via Crispi, all’altezza dell’anfiteatro romano. La scelta definitiva cadde sull’area del passeggio del Prato ma in posizione più centrale rispetto alla prima ipotesi.

Dopo le estenuanti richieste, nel 1924 Benito Mussolini, capo del governo, stanziò il denaro utile a far partire i lavori e all’inizio dell’anno successivo venne firmato un nuovo contratto con Lazzerini. Cominciò così l’estrazione dei blocchi di marmo e la loro lavorazione nei laboratori dell’artista a Carrara e Firenze. L’aumento spropositato dei costi continuarono tuttavia a mettere in crisi lo scultore e il comitato, che faticavano a reperire il denaro per pagare il materiale e tutte le maestranze coinvolte.

Nel 1928, quando l’impresa fu portata a termine, molti si erano fatti venire il fegato amaro. Nonostante il felice contesto in cui era stato inserito, il monumento fu così bersaglio di feroci critiche da subito. Pesavano di certo oltre due decenni di gestazione, in cui i gusti erano cambiati e facevano risultare l’opera di Lazzerini anacronistica e troppo accademica. Anche nel Dopoguerra, quando l’arte sviluppatasi nel Ventennio e più in generale la statuaria retorica legata al Regno d’Italia fu messa all’angolo per questioni ideologiche, la sfortuna critica non si arrestò.

Da qualche anno si tenta di riabilitare il complesso marmoreo, analizzandolo in modo più obiettivo. A questo scopo fu capitale, nel 2005, l’uscita del volume “Francesco Petrarca. Storia del Monumento Nazionale” di Michele Loffredo.

La lettura dell’opera è ricca di allegorie, che rimandano ai temi petrarcheschi e alle più famose fatiche letterarie dell’aretino. Non mancano tuttavia simbolismi di matrice liberty ripresi dalla natura. Un Petrarca alto quattro metri domina tutto e guarda la sua casa natale di via dell’Orto. Ha in mano il poema “Africa” e ai piedi è collocata la lupa capitolina che allatta Romolo e Remo. Nella parte anteriore, in basso, si trova una vasca che reca il gladio italiano che taglia il serpente libico, con riferimento sia alla Seconda Guerra Punica, argomento di “Africa”, sia alla Guerra di Libia del 1911/12. Sulla vasca sgorgano le “chiare, fresche e dolci acque” del “Canzoniere”, mentre uno scudo con la lotta fratricida tra i gemelli Eteocle e Polinice è posto tra un ariete, simbolo della guerra, e un giogo, emblema di schiavitù. Questi tre elementi negativi vengono allontanati dal piede della Madre italiana, che con un braccio stringe il suo bimbo e con l’altro tiene la gamba del figlio maggiore. Quest’ultimo, con le braccia alzate, allude all’invocazione “Pace, pace, pace” tratta da “Italia Mia” e in origine mostrava un ramo d’olivo.

Il monumento accoglie anche i sei “Trionfi” petrarcheschi. Sul lato nord è scolpito Cupido alato a ricordare il “Trionfo dell’amore”, che fa pendant con il lato sud dove invece si trova una Madonna con il Bambino a simboleggiare il “Trionfo dell’eternità”. Al di sotto di quest’ultimo si notano un teschio alato come “Trionfo della morte”. Le sue ali, una di poiana e una di pipistrello, ovvero il giorno e la notte, sono invece il “Trionfo del tempo”

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Nel lato che guarda la fortezza medicea è presente l’incoronazione a poeta di Petrarca da parte del senatore Orso dell’Anguillara nel 1341 a Roma, cioè il “Trionfo della fama”. Le figure presenti alla cerimonia riproducono le classi sociali. Tra i personaggi si distinguono un guerriero con le sembianze di Luigi Amedeo di Savoia, più noto come Duca degli Abruzzi, e un poeta con quelle di Gabriele d’Annunzio. La figura femminile con il bambino raffigura la moglie di Lazzerini, mentre lo scultore appare seminascosto, con la faccia rivolta in senso contrario rispetto agli altri. Infine, sulla destra, si nota un medaglione con il busto di Laura, la musa del poeta, a significare il “Trionfo della pudicizia”.

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