La chiesa di San Leonardo a San Zeno

Un autentico gioiello che non tutti conoscono

San Zeno è una piccola frazione alle porte di Arezzo, nella parte settentrionale della Val di Chiana, adagiata sulle falde della collina di Santa Flora che degradano verso la vallata. Oggi è conosciuta soprattutto per il grande impianto di recupero integrale dei rifiuti e per la zona industriale che ospita le sedi di alcune delle realtà aretine più importanti, come la Unoaerre Industries e la Euronics CDS. Eppure, a poca distanza dalle fabbriche, quasi a sorpresa per chi transita sulla via che collega la località al raccordo autostradale, spunta un piccolo gioiello di arte romanica: la chiesa di San Leonardo.

Nel 1022 è già documentata una cappella intitolata a San Zenone (o Zeno), che secondo la tradizione cristiana era nato agli inizi del IV secolo in Mauretania, antica regione nordafricana corrispondente agli attuali territori dell’Algeria e del Marocco. Dopo essersi trasferito in Italia, egli fece vita monastica per alcuni anni, finché fu eletto vescovo di Verona intorno al 362. In epoca longobarda il suo culto esplose, grazie anche a miracoli a lui attribuiti, legati alla salvezza di città dopo lo straripamento dei fiumi a esse collegate. I casi più noti sono quelli dell’Adige a Verona nel VI secolo e dell’Ombrone a Pistoia nel VII secolo. Non è un caso che le cattedrali dei due capoluoghi siano entrambe intitolate al santo. La dedicazione della chiesetta, posta nel pleberio di Santa Mustiola a Quarto, avvenne forse in seguito a contatti con il nord Italia, dove si era maggiormente radicata la devozione per San Zeno.

Non ci dimentichiamo, ad esempio, che in questa zona del territorio aretino nell’altomedioevo c’erano alcune “terre obertenghe”, con riferimento al marchese Oberto I, vissuto nel X secolo e capostipite degli Obertenghi. La cosiddetta Marca Obertenga, nella suddivisione voluta da re d’Italia Berengario II nel 951, comprendeva in verità Lombardia e parti di Luguria, Piemonte, Emilia e alta Toscana, ma la famiglia di origine longobarda anche in terra aretina aveva dei possedimenti. San Zeno è però patrono anche dei pescatori di acqua dolce. Non è da scartare, quindi, che la ricchezza di acque di questo settore della Val di Chiana possa avere influito sulla scelta dell’intitolazione. Un’ipotesi più suggestiva ma meno convincente della prima.

Un documento del 1113 e un altro del 1135 attestano che in quegli anni l’edificio continuò a essere dedicato al santo africano. Secondo lo studioso Alberto Fatucchi nel XIII secolo il titolare della chiesa, finita nel frattempo sotto il controllo dalla potente abbazia benedettina delle sante Flora e Lucilla di Torrita di Olmo, divenne San Leonardo. San Zeno rimase come denominazione del centro abitato. A quel periodo risale anche la realizzazione di una nuova chiesa in stile romanico. Sempre secondo Fatucchi la variazione del nome accadde in una fase in cui la devozione per il santo eremita, vissuto in Gallia nel VI secolo, era fortissima in tutta Europa. Il culto si diffuse soprattutto tra i crociati. Questo perché San Leonardo era il patrono dei fabbricanti di catene e di chi veniva ingiustamente incarcerato. In quegli anni di lotte tra Occidente e Islam, erano in tanti a finire legati e prigionieri da entrambe le parti.

Confrontando le visite degli abati benedettini Vitale da Reggio del 12 ottobre 1534 e Giulio da Mantova del 2 aprile 1549, tuttavia, l’edificio risulta ancora intitolato a “Sancti Zenonis” e lo è anche nella visita pastorale del vescovo di Arezzo Bernardetto Minerbetti del 18 ottobre 1564. Dalla nuova visita del Minerbetti dell’8 aprile 1567 appare invece per la prima volta la dicitura “Sancti Leonardi de villa Sancti Zenonis”. Il secolo in cui ci fu l’avvicendamento del santo titolare e i motivi del cambio necessitano dunque di ulteriori ricerche. La chiesa di San Leonardo che vediamo oggi è quella ricostruita nel corso del Duecento, ma sono visibili ed evidenti le molte tracce dei rifacimenti successivi.

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La deliziosa facciata, formata principalmente da bozze di pietra arenaria ben squadrate, a differenza di altre chiesette rurali aretine presenta due fasce orizzontali in travertino che ne fanno un unicum. Sempre nella parte anteriore si nota l’archivolto originale del portale e due finestrine cieche ai lati della grande monofora. La facciata è stata ripristinata negli anni Sessanta del secolo scorso, sanando così gli interventi discutibili di inizio Novecento che avevano tentato di rinnovare l’edificio ormai fatiscente, ma di fatto lo avevano deturpato con modifiche arbitrarie. Se ci spostiamo sul retro, si possono osservare la bella abside semicircolare e il grazioso campanile a vela in mattoni. L’interno, completamente rimaneggiato, è a navata unica e purtroppo non presenta più nulla della struttura medievale.

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