La cappella Spadari della Santissima Annunziata

Conosciuta anche come Altare de’ Cocci, la cappella a nicchia fu concessa alla famiglia Spadari il 13 marzo 1520

La chiesa della Santissima Annunziata di via Garibaldi è uno degli scrigni rinascimentali più importanti di Arezzo. Fu eretta in seguito al miracolo della “Madonna delle Lacrime” nel 1490, grazie alla compagnia omonima che dal XIV secolo lì aveva la sede per le adunanze, un ospedale dedicato a San Cristoforo dove ci fu l’episodio miracoloso e un piccolo oratorio. Le tante opere d’arte che nel tempo hanno impreziosito l’edificio, negli ultimi decenni sono state quasi tutte restaurate grazie all’impegno del parroco Aldo Celli nel sensibilizzare soggetti pubblici e privati al reperimento dei fondi necessari. Uno degli interventi più impegnativi e sorprendenti nei risultati è senza dubbio quello che interessò la Cappella Spadari, a destra dell’altare maggiore, tra il 2007 e il 2009.

Conosciuta anche come Altare de’ Cocci, la cappella a nicchia fu concessa alla famiglia Spadari il 13 marzo 1520. Faceva parte delle cappelline della prima chiesa, quella a croce latina cominciata negli anni Novanta del XV secolo forse su progetto di Bartolomeo della Gatta, come sostiene Giorgio Vasari nelle sue “Vite” del 1568, ma poi proseguita nei primi due decenni del Cinquecento sotto l’egida di Antonio da Sangallo il Vecchio.

La Cappella Spadari, provvista di quattro lesene e arricchita da sculture e vari bassorilievi, contiene tre statue in terracotta a tutto rilievo raffiguranti la “Madonna con il Bambino tra San Francesco e San Rocco”. In alto si ammira “Dio benedicente tra due angeli oranti”, mentre nella predella si vedono le scene tratte dalle vite dei protagonisti.

Ai primi del secolo scorso ancora si parlava di opere realizzate alla fine del Cinquecento da un autore anonimo che replicava in maniera grezza il linguaggio robbiano. Quella datazione appare anche nella guida “Arezzo e dintorni” del 1925 di Ubaldo Pasqui e Ugo Viviani, che osservano l’altare completamente dipinto. Grazie alle ricerche d’archivio di Silvano Pieri, a cui si deve il volume monografico pubblicato nel 1990 per il quinto centenario della “Madonna delle Lacrime”, tornò finalmente a galla il nome di Agnolo di Polo, a cui il 22 maggio 1526 era stata affidata la produzione di “una tavola di terra cotta e l’altare di Nicola Spadari”.

Egli era un artista fiorentino nato intorno al 1470, la cui attività si svolse principalmente ad Arezzo, Firenze, Pistoia e Prato. Il Vasari ci dice che fu allievo di Andrea del Verrocchio, ma lo scultore è documentato anche accanto a Giovanni della Robbia, quindi operò all’interno di due delle più prestigiose botteghe toscane dell’epoca. La Cappella Spadari rappresentò probabilmente la sua ultima fatica, visto che nel 1528 egli morì proprio ad Arezzo, forse a causa della pestilenza che imperversava.

Il restauro, promosso dall’Opera del Duomo e delle Chiese Monumentali di Arezzo, finanziato dalla parrocchia, dalla Provincia di Arezzo e da alcuni sponsor privati, partì nel settembre 2007. La restauratrice Francesca Gattuso fin dall’inizio intuì che le statue e i bassorilievi erano stati appesantiti da vari strati di policromia. Durante i saggi ella notò che in alcuni punti, dove c’erano cadute di colore, emergeva però una pellicola quasi trasparente a diretto contatto con la terracotta.

Dalla Soprintendenza ebbe l’autorizzazione a prelevare dei campioni, per inviarli in un laboratorio di Chimica applicata al restauro di Genova. Le analisi confermarono che lo strato sottile ritrovato era proprio la finitura originale a base di cera d’api vergine, albumina e silicati. Agnolo di Polo, in pratica, aveva concepito le sue sculture senza cromie aggiuntive, considerando la terracotta di per sé un materiale nobile che non aveva bisogno di essere dipinto. Gli strati di colore a base oleosa presenti erano quindi frutto di interventi posticci sei-settecenteschi con che avevano reso grossolani e piatti i lineamenti dei volti e altri dettagli. Si sa, ad esempio, che l’altare fu risistemato nel 1617 e ancora nel 1796.

La Soprintendenza si trovò di fronte a una scelta difficile: lasciare le statue policrome o riportarle al loro stato iniziale. Dopo cinque mesi di riflessioni si optò per la seconda soluzione e nell’estate 2008 cominciò l’intervento, che interessò pure l’architettura. Anche in quel caso Francesca Gattuso ritrovò i vari livelli succedutisi nei secoli. Il primo in assoluto era un fondo pittorico bianco.

Dai saggi la restauratrice comprese che i basamenti, i capitelli e le tre conchiglie poste dietro alle sculture non erano presenti nel sobrio impianto originario pensato da Agnolo di Polo. Le aggiunte erano state fatte nel secondo Settecento in malta a base di grassello di calce, sabbia e cocciopesto. In questo caso la Soprintendenza suggerì di evidenziare gli elementi con una tinteggiatura rosacea, per far risaltare la diversità dalle parti cinquecentesche.

Durante l’intervento di recupero della cappella la Gattuso dovette provvedere anche a vere e proprie ricostruzioni, come per una parte della veste di San Francesco rovinata. Gli stemmi laterali con i simboli della compagnia della Santissima Annunziata e la famiglia Spadari, rubati nel 1990, vennero invece riprodotti con una malta a base di cocciopesto da una classe dell’Istituto d’Arte di Arezzo.

Il mirabile e complesso restauro restituì un gioiello rinascimentale e la sua corretta lettura, a disposizione dei turisti che ogni giorno entrano nella chiesa aretina alla scoperta del notevole patrimonio storico artistico che ancora custodisce gelosamente.

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