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Il Polittico della Pieve di Arezzo, capolavoro del Trecento

Se dovessimo fare una classifica delle opere pittoriche trecentesche più importanti presenti ad Arezzo, nel podio più alto brillerebbe senza dubbi il cosiddetto Polittico della Pieve di Santa Maria Assunta, straordinaria tempera su tavola fondo oro eseguita dal pittore senese Pietro Lorenzetti tra il 1320 e il 1324

Il Trecento ad Arezzo ha lasciato tante pregevoli testimonianze artistiche di cui le chiese della città e del territorio sono ancora ricche. A volte le opere sono giunte a noi frammentarie, soprattutto quando si parla di affreschi. In altri casi sono custodite in buone condizioni nei luoghi in cui sono nate o all’interno del Museo Statale di Arte Medievale e Moderna e del Museo Diocesano di Arte Sacra, due scrigni di grande valore che meriterebbero di essere visitati dagli aretini e dai turisti con maggiore frequenza.

Se dovessimo fare una classifica delle opere pittoriche trecentesche più importanti presenti ad Arezzo, nel podio più alto brillerebbe senza dubbi il cosiddetto Polittico della Pieve di Santa Maria Assunta, straordinaria tempera su tavola fondo oro eseguita dal pittore senese Pietro Lorenzetti tra il 1320 e il 1324. 

Il capolavoro venne realizzato da uno dei più bravi e influenti artisti italiani del XIV secolo su commissione del vescovo e signore della città Guido Tarlati, con contratto stipulato il 17 aprile 1320 nella scomparsa chiesa di Sant’Angelo in Arcaltis. I patti prevedevano un pagamento a Lorenzetti di 160 lire pisane.

Il polittico raffigura la “Madonna con il Bambino” al centro. Più volte è stata rimarcata la bellezza e l’eleganza della veste della Vergine e la tensione emozionale con cui la madre guarda il figlio.

Il Polittico della Pieve di Arezzo

Alla sua sinistra sono collocati il patrono cittadino “San Donato” e “San Giovanni evangelista”, a destra “San Giovanni Battista” e “San Matteo”. Secondo la tradizione, nella prima figura il pittore avrebbe ritratto proprio Guido Tarlati, molto legato alla pieve, della quale era stato canonico e poi arciprete prima di essere eletto vescovo di Arezzo nel 1312. La leggera smorfia che si scorge nel viso, sempre in base a una buffa tradizione, paleserebbe il suo cronico mal di stomaco.

Sopra la Madonna è collocata la stupenda “Annunciazione”, con ai lati due coppie di santi. A sinistra gli abbinamenti mostrano “San Giovanni martire” con “San Paolo martire” e “San Vincenzo” con “San Luca”. A destra “San Jacopo Maggiore” con “San Jacopo Intercisus” e “San Marcellino martire” con “Sant’Agostino martire”.

Nelle cuspidi si vedono al centro la “Assunzione della Vergine”, a sinistra “Santa Reparata” e “Santa Caterina d’Alessandria”, a destra “Santa Orsola” e “Sant’agata”. In passato Sant’Orsola, l’unica con la didascalia scomparsa, era stata identificata anche come San’Antilia, Santa Flora o Santa Cristina. 

L’autore si firma sia sotto la Madonna centrale con la frase “Petrus Laurentii hanc pinxit dextra senensis”, sia sulla spada di Santa Reparata, dove si scorge la dicitura “Petrus me fecit”.

L’opera della pieve aretina è una delle più importanti in Italia per la prima metà del Trecento e un eccezionale esempio della fase matura di Pietro Lorenzetti, in cui il suo legame con la tradizione pittorica senese, che aveva avuto in Duccio di Buoninsegna la massima espressione, si evolve grazie alla piena assimilazione della lezione di Giotto, ammirata da vicino ad Assisi, e dell’espressività di Giovanni Pisano, protagonista di imprese scultoree anche a Siena.

Il polittico rimase nell’altare maggiore fino ai primi anni Sessanta del Cinquecento, periodo in cui fu trasferito “sopra l’altar di San Cristofano a piè della chiesa”, come ricorda Giorgio Vasari nelle sue “Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori”, per fare posto all’altare di famiglia dello stesso Vasari. 

In una guida del 1819 la tavola era citata nella parete laterale “dirimpetto alla porta di sagrestìa”.

Con gli interventi all’edificio religioso della seconda metà dell’Ottocento di gusto neomedievale, l’altare vasariano venne smontato e ricomposto nella chiesa della Badia delle sante Flora e Lucilla nel 1864, mentre la tavola trovò provvisoriamente sede nel palazzo comunale di Arezzo. Tra il 1880 e il 1881 fu posizionata nell’altare centrale del presbiterio rialzato della pieve.

Un nuovo restauro venne eseguito da Domenico Fiscali nel 1916 e sessant’anni dopo, nel 1976, Carlo Guido intervenne ancora dopo che uno squilibrato aveva tentato di incendiare l’opera. Fu durante gli studi propedeutici a quell’intervento che si comprese che il capolavoro era stato privato nel tempo di fondamentali parti strutturali. Nel contratto trecentesco di allogazione già citato, tra l’altro, si specificavano le misure che avrebbe dovuto avere, espresse in braccia fiorentine.

Forse già con lo spostamento cinquecentesco ciascuna pala venne ridotta in larghezza e andarono persi i pilastrini con pinnacoli che intervallavano i  vari scomparti, ma soprattutto scomparvero la predella dipinta e le due colonne laterali con sei piccole figure di santi per parte, che rendevano il polittico autoportante. 

Con l’ultimo mirabile restauro condotto dal 2014 al 2020 da R.I.C.ER:C.A., consorzio formato dalle restauratrici Paola Baldetti, Marzia Benini e Isabella Droandi, che si avvalsero anche di tecnici esterni per alcune indagini e le operazioni sul supporto, vennero rimossi gli strati applicati con l’intervento degli anni Settanta, ormai alterati per il naturale deperimento dei materiali usati. Una seconda pulitura più complessa, eseguita al microscopio, riportò alla luce la meravigliosa cromia originale e, infine, un intervento non invasivo di integrazione pittorica ad acquerello per le lacune minori garantì una migliore lettura complessiva. Riguardo alla struttura lignea, si scelse di inserire dei listelli dorati privi di integrazione pittorica per facilitare anche la comprensione delle dimensioni originali dell’opera.

L’8 novembre 2020 il Polittico della Pieve venne ricollocato con la nuova illuminazione e fu una festa per tutti, perché il suo monumentale restauro è figlio di un autofinanziamento portato avanti dalle restauratrici e dall’associazione onlus Art Angels Arezzo, che si è concretizzato grazie alle donazioni di tanti soggetti privati, suddivisi in “grandi sostenitori”, “sostenitori”, “grandi donatori”, “donatori” e “donatori d’opera o di beni”. L’unione fa la forza e anche Pietro Lorenzetti lo può confermare.

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