La Maestà dei Mulini a San Leo

Questa volta parliamo di una maestà tra San Leo e la Chiusa dei Monaci dalla storia curiosa

Nel Duecento e Trecento si diffusero, soprattutto nel Centro Italia, le cosiddette “maestà”, ovvero dipinti e sculture che raffiguravano la Madonna o Cristo in trono. Si potevano trovare all’interno di luoghi religiosi e laici, ma anche lungo le strade o nei crocevia, inserite nelle apposite edicole votive di cui divennero, nel tempo, quasi un sinonimo, anche quando queste seconde non accoglievano più l’iconografia originaria. Ancora oggi, percorrendo le vie del territorio aretino, si incontrano tanti tabernacoli, di tutte le epoche e forme, ognuno con la propria storia che vale la pena di preservare. 
 
Una delle edicole più interessanti si trova in via Molinara, la strada che collega la frazione di San Leo alla Chiusa dei Monaci, mirabile opera di ingegneria idraulica situata nella parte terminale del Canale Maestro della Chiana. La chiusa che vediamo oggi è frutto di varie ricostruzioni e interventi, ma la prima è documentata nel XII secolo, voluta dai monaci dell’abbazia delle sante Flora e Lucilla di Torrita di Olmo come “pescaia” e regolatrice del deflusso delle acque della Chiana.

Via Molinara prende il nome dai mulini che si trovavano nella zona fin dal medioevo. Il più noto è conosciuto come Molino Romboli, per il quale la Provincia di Arezzo, anni fa, ipotizzò una riconversione in Museo della Bonifica. Non ci dimentichiamo, infatti, che ci troviamo nel punto di partenza del sentiero ciclo-pedonale che da Arezzo raggiunge Chiusi, affiancando in tutto il suo percorso il Canale Maestro della Chiana.

La Maestà dei Mulini, realizzata in muratura di mattoni con copertura di legno e laterizio, si trova a metà strada del chilometro e mezzo che separa la Chiusa dei Monaci e San Leo. Essa risale ai primi decenni del Novecento e accoglie una replica in gesso policromo della Madonna di Lourdes, il cui culto è molto sentito nella località alle porte occidentali di Arezzo. Basti ricordare che a destra della chiesa parrocchiale, fino a pochi anni fa, si poteva vedere anche una piccola ricostruzione della grotta francese dove avvenne il miracolo mariano del 1858. 

Si dice che il tabernacolo fu commissionato intorno al 1920 dalla gestrice di una casa di tolleranza, forse anche lei ex prostituta, la quale, alla fine della sua attività, decise di ringraziare in questo modo la Madonna che l’aveva sempre protetta da tutto, anche dalle malattie alle quali andava incontro chi svolgeva il mestiere più antico del mondo.

L’edicola sacra divenne presto un punto di riferimento per i contadini della zona che si recavano a lavorare nei campi, per coloro che portavano i cereali a macinare al mulino e per le donne che a quei tempi ancora andavano a lavare i panni nella Chiana o nel vicino torrente Vingone. Nel mese di maggio, poi, era una tappa imprescindibile delle “rogazioni”, quei riti processionali ancestrali ripresi in seguito dal cristianesimo per propiziare i buoni raccolti.

Nel suo secolo di vita il luogo ha vissuto momenti tragici. Il 6 giugno 1944, a poca distanza, vennero uccisi tre giovani militari disertori di origine veneta, fucilati da un plotone di esecuzione formato da tedeschi e italiani. Nello stesso periodo due nazisti in motocicletta, a spregio, presero di mira con alcuni colpi di arma da fuoco la Madonna, danneggiando il fianco sinistro della statua che miracolosamente non andò in frantumi.
Diversi decenni dopo, nell’aprile 2008, un altro triste evento mise a dura prova la maestà. Alcuni ladri maldestri, nell’intento andato a vuoto di rubare la statua fissata alla sua nicchia, la rovinarono in maniera quasi irreparabile. 

Nel giugno dello stesso anno il Circolo Acli della frazione costituì un comitato popolare, a cui aderirono la Circoscrizione Fiorentina, la parrocchia di San Leone Magno, il comitato della Festa del Nonno, l’associazione ricreativa “Il Pallaio” e la famiglia Zotti per restaurare la Madonna di Lourdes e recuperare il tabernacolo, con il contributo finanziario di enti pubblici, aziende e privati cittadini.

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La scultura fu consegnata nelle mani della restauratrice Silvia Gualdani, mentre il progetto di sistemazione della struttura fatiscente fu affidato all’architetto Roberto Felici, in accordo con la Soprintendenza aretina. Attingendo a un documento fotografico degli anni Quaranta, che mostrava l’edicola nel suo aspetto originario, si poterono ricostruire alcune parti perdute, come le due colonne in pietra della facciata. 
I lavori, conclusi con i festeggiamenti del 30 maggio 2009, restituirono ad Arezzo una piccola grande pagina della sua storia e del suo patrimonio. 

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