La chiesa di San Lorentino e Pergentino

In base agli antichi martirologi, il 3 giugno 250 d.C. due giovani fratelli furono decapitati al Canto alla Croce, nella zona dove oggi si incontrano via Cavour e via San Lorentino

Ogni volta che percorriamo via Marco Perennio ci appare quasi a sorpresa, sbucando tra i palazzi novecenteschi, una deliziosa oasi verde con un antico luogo di culto incastonato. È la chiesa dei santi Lorentino e Pergentino, dedicata a coloro che secondo la tradizione furono i primi martiri aretini, caduti durante le persecuzioni ordinate dall’imperatore romano Decio.

In base agli antichi martirologi, il 3 giugno 250 d.C. due giovani fratelli furono decapitati al Canto alla Croce, nella zona dove oggi si incontrano via Cavour e via San Lorentino. A ricordarci l’episodio sorge ancora un ex oratorio a loro dedicato, di proprietà della Fraternita dei Laici. La chiesa venne realizzata nella seconda metà del Trecento e le sei formelle della facciata, uniche superstiti dell’edificio originale, raccontano le storie del martirio.

Sempre secondo la tradizione, Lorentino e Pergentino furono sepolti in prossimità del torrente Castro, nei pressi di quella che già in epoca romana era un’importante strada e che oggi corrisponde al rettilineo di Via Marco Perennio e via Fiorentina. Sul luogo dell’inumazione venne eretto un cippo, sostituito in seguito da una chiesetta altomedievale. Nel 1050, assieme all’edificio sacro, era già documentato un monastero benedettino, appartenente alla badia delle Sante Flora e Lucilla, alla quale fu confermata la proprietà in una carta del 1135. Nel corso del XII secolo o più probabilmente dopo il 1204, anno in cui venne ceduta ai camaldolesi, la costruzione fu rifatta in forme romaniche e trasformata in prioria, quindi sede di una piccola comunità monastica ma dipendente da Santa Maria in Gradi, che nel 1301 risultava fortemente indebitata.

Nella visita pastorale del 14 aprile 1567 la chiesa era unita da tempo al monastero femminile di San Benedetto, si presentava in cattivo stato e “tota discoperta”. Venne per fortuna restaurata, visto che nel Seicento le monache vi facevano celebrare una messa al mese dai monaci di Santa Maria in Gradi e vi festeggiavano ogni 3 giugno la ricorrenza dei protomartiri.

Nel Settecento il monastero era ormai scomparso e il luogo di culto appariva di nuovo in condizioni precarie. Nel 1726 fu suddiviso e una parte cominciò a essere utilizzata come deposito agricolo. Nel 1767, alla pari di Sant’Antonio Abate a Saione, servì come sepolcreto durante una grave epidemia di tifo petecchiale. Nel 1806 venne ancora restaurato ma questo non fermò il declino dell’edificio, che venne sconsacrato e acquistato dalla famiglia Saracini, proprietaria almeno dal 1867.

Nei primi anni Settanta del secolo scorso, ormai fatiscente e semicrollata nel lato occidentale, la chiesa fu donata al Comune di Arezzo con il terreno su cui sorge. I primi restauri iniziarono negli Anni Ottanta ma il rifacimento delle parti mancanti, messe in evidenza rispetto a tutto il resto con l’utilizzo dell’intonaco, terminò dopo molto tempo, il 4 giugno 2005, giorno in cui il luogo fu riconsacrato e dato in gestione alla parrocchia di Sant’Egidio all’Orciolaia. 

Dell’edificio medievale all’interno non è rimasto quasi nulla di notabile, se non le due grandi colonne in pietra prima del presbiterio. Più interessante è la parte esterna, che presenta una muratura mista in pietra e laterizio, dove si osservano qua e là elementi di marmo e travertino appartenenti a costruzioni di epoca romana. Su lato sud i due portali laterali sopravvissuti fungono da entrate, perché la facciata è stata interamente ricostruita ma senza ingressi. La suggestiva parte absidale, principalmente in mattoni, è connotata dalla grande finestra circolare, riaperta con i restauri, e da tre monofore strombate che ricordano quella della ex chiesa dei santi Vito e Modesto, nell’abside in laterizio di via Pescaja. 

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Gli studi agiografici, cioè quelli relativi ai santi, negli ultimi decenni hanno analizzato anche il martirio dei santi Lorentino e Pergentino, la cui “passio” si formerebbe in un arco di tempi che va dal V al VII secolo. Le ricerche approfondite – fondamentali quelle di Pierluigi Licciardello – hanno messo in discussione non solo la veridicità del martirio ma la stessa parentela tra i due. Del resto, soprattutto per i primi secoli del Cristianesimo, è facile incappare in figure che sono più vicine al mito che alla realtà. Gli stessi aggiornamenti dei martirologi, voluti dalla Chiesa nel 2001 e nel 2004, hanno scelto di togliere molti nomi di cui non esisteva nessun fondamento storico, facendo anche “vittime” illustri. Detto questo, siamo certi che gli aretini credenti continueranno a essere legati in futuro ai loro due protomartiri, a cui nei secoli la città ha dedicato preziose opere commissionate a importanti artisti, tenendo quindi separate storia e fede. 

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