La chiesa di Santa Maria Assunta a Puglia

Il luogo di culto è a navata unica con copertura a capriate. Le pareti interne, rimaneggiate nei secoli, sono intonacate a eccezione della zona absidale, che è in pietra come tutto l’esterno e presenta al centro una monofora. L’ultimo restauro dell’edificio risale al 2000, anno giubilare, e fu promosso dal parroco di allora Uldo Batistini

La frazione di Puglia è incastonata in splendida posizione panoramica, a nord di Arezzo, sopra una collinetta tra due importanti strade di origine romana che servivano a raggiungere la Romagna. 

La prima negli statuti medioevali aretini era chiamata Strada di Porta San Clemente nel tratto fino a Subbiano, poi proseguiva nel Casentino e quindi risaliva la valle del Corsalone verso Bagno di Romagna e Forlì. L’altra era la Strada di Porta San Biagio, indicata in seguito anche come Strada maestra della Catona per la parte fino alla Chiassa Superiore, che poi si dirigeva verso Ponte alla Piera, Sigliano, Viamaggio e infine Rimini.

Puglia o Pullia, come era documentata nel passato, deriva dall’antroponimo romano Apulius e già dal I secolo a.C. nella zona è accertato un insediamento, testimoniato da alcuni resti di abitazioni ritrovati nei decenni scorsi.

Nell’Alto Medioevo il luogo fu fortificato e così rimase almeno fino a tutto il XII secolo. Nel Trecento del castello non vi era più traccia e difatti il villaggio era documentato senza difese murarie e provvisto di due chiese, quella dedicata a Santa Maria Assunta, e quella più in basso, a sud della collina, di Sant'Ilario. Le aree degli edifici religiosi erano distinte in Puglia e Pugliola o Puglia Inferiore. 

Angelo Tafi proponeva per Sant’Ilario l’origine paleocristiana e la vera dedica a Ilariano, l’amico monaco di San Donato e martire, ipotesi non accettata da Alberto Fatucchi. Oggi della chiesa non è rimasto praticamente nulla, se non qualche resto inglobato in una casa colonica. 

Nella stessa zona, negli anni Trenta del secolo scorso, fu ritrovata la tomba romana di una fanciulla vissuta nella prima metà del I sec. d.C. Il ricco corredo di sepoltura, che comprendeva anche deliziosi ninnoli, mostrava da subito il ceto sociale alto della famiglia a cui la giovane apparteneva. Gli oggetti sono valorizzati in una grande teca illuminata all’interno del Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo.

La chiesa di Santa Maria Assunta è ancora ben conservata in cima al colle. Di origine altomedievale, nel 1095 risultava dipendente della Pieve di San Paolo a San Polo. Un importante intervento del secolo successivo le donò l’aspetto romanico, di cui abbiamo ancora molte tracce all’esterno. 

Nella visita pastorale del vescovo di Arezzo Francesco Minerbetti del 1535 l’edificio era in buone condizioni, a esclusione del pavimento da sistemare. Parere positivo arrivò anche dalla visita pastorale del vescovo Bernardetto Minerbetti del 1564. Fu in una di queste due occasioni, forse, che nella parete di fondo esterna venne collocato lo stemma della famiglia Minerbetti, di origine fiorentina e legatissima ai Medici, con le “tre spade basse appuntate”. Tra l’altro l’emblema mediceo con le sei palle è presente nella facciata, nel lunotto del portale.  

Il luogo di culto è a navata unica con copertura a capriate. Le pareti interne, rimaneggiate nei secoli, sono intonacate a eccezione della zona absidale, che è in pietra come tutto l’esterno e presenta al centro una monofora. L’ultimo restauro dell’edificio risale al 2000, anno giubilare, e fu promosso dal parroco di allora Uldo Batistini.

Nella controfacciata sono da notare la maiolica con la “Madonna del Giubileo” eseguita nel 2000 dalle Ceramiche Giotto di Monte San Savino e la “Natività” del 2004 della pittrice Maria Bidini, scomparsa prematuramente nel 2019, che viveva nella frazione.

Altre opere di varie epoche sono presenti nelle pareti. In quella di destra si osservano ad esempio una croce lignea, in origine collocata nella facciata, la colonna originale del campanile del XII secolo e la tela con “San Francesco che riceve le Stigmate”, databile alla metà del Seicento, di artista locale anonimo. 

Sull’altare campeggia il “Crocifisso” di Mario Tanga, donato nel 2004 in memoria del padre e del suocero.

Ai suoi lati sono conservate due tele seicentesche dell’aretino Antonio Marinelli: il “Battesimo di Cristo” del 1642 a destra e una “Assunzione e Incoronazione della Vergine” del 1650 a sinistra. 

Sempre del Marinelli è una “Immacolata Concezione” del 1642, collocata a sinistra dell’altare. 

Questo artista dal linguaggio attardato risentiva ancora sia della lezione manierista di Giorgio Vasari – palesi sono i rimandi alle opere vasariane con lo stesso soggetto – sia delle innovazioni dell’urbinate Federico Barocci, figura chiave della Controriforma, che ad Arezzo aveva lasciato nel 1579 la clamorosa “Madonna del Popolo”, commissionata dalla Fraternita dei Laici per la Pieve e dal 1787 trasferita agli Uffizi per volere dei Lorena. 

Le capacità tecniche di Marinelli, attivo anche nel restauro delle vetrate, non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle dei due artisti citati, ma i suoi lavori rimangono come testimonianza di un periodo in cui il territorio aretino era fuori dalle grandi rotte dell’arte e dell’economia, quindi vi operavano molti pittori minori.

I gioielli più preziosi della chiesetta sono nel suo campanile a vela, che accoglie due campane del 1109, le più antiche di tutta la diocesi aretina giunte ai nostri giorni e le più vetuste d’Italia tra quelle funzionanti. 

Sono state restaurate nel 2020 grazie a una raccolta fondi che ha coinvolto tutta la frazione e continuano ancora oggi, dopo oltre nove secoli, a diffondere il loro suono nel cielo di Puglia. 

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