La chiesa di Santa Croce, la dea Venere e l'origine del nome "Colcitrone"

Nuovo appuntamento con la rubrica di approfondimento "Arezzo da amare", incentrata sulle bellezze della città. Oggi focus su Borgo Santa Croce e la sua splendida chiesa

Borgo Santa Croce, a est del centro di Arezzo, si sviluppò in epoca medievale all’esterno della città murata e rimase fuori anche con l’ultima cinta, quella medicea cinquecentesca.

La borgata prendeva il nome dalla chiesa di Santa Croce, che si raggiungeva uscendo da Porta Crucifera, detta anche Porta Colcitrone, abbattuta nel 1890.

Generalmente si fa riferire il termine “crucifera” all’edificio sacro, ma negli ultimi anni è stata avanzata una diversa ipotesi che collocherebbe la prima porta, quella altomedievale, nell’area tra le attuali logge vasariane e il muro di contenimento del passeggio del Prato a nord-est. La questione è quindi tutt’altro che risolta.

Secondo la tradizione, dove oggi sorge la chiesa in precedenza si trovava un tempio del III/II secolo a.C. dedicato a Venere. In base a questa congettura lo stesso nome Colcitrone deriverebbe da Col Citereo (“citerea” è uno degli appellativi della dea della bellezza) e non da “culcitra”, in riferimento invece ai fabbricanti di materassi e cuscini, che erano ancora presenti nel secolo scorso. La seconda ipotesi si fa preferire.

Siamo in un’area quasi allineata con un importante decumano etrusco-romano, che nel tempo ha regalato vari ritrovamenti archeologici. In particolare sono da segnalare ingenti scarti di vasellame, che dimostrano la presenza di vasai e fornaci, attestati anche nel medioevo e in epoca rinascimentale.

Nel 1081 a Santa Croce si trovava un monastero delle benedettine cassinesi, che nel 1547 venne trasferito lungo la via Sacra, l’odierna via Garibaldi. Durante la visita pastorale del 1583, voluta da papa Gregorio XIII e condotta dal vescovo di Sarsina Angelo Peruzzi, la chiesa realizzata nel XII secolo aveva il suo territorio parrocchiale ma risultava ancora di proprietà delle monache.

Nel Seicento nacque pure la Compagnia di Santa Croce Fuori Porta, scomparsa degli anni Ottanta del XVIII secolo a causa delle soppressioni leopoldine.

L’edificio di culto fu sottoposto a vari rimaneggiamenti nel tempo, l’ultimo dei quali avvenne in seguito al bombardamento del 2 gennaio 1944, che lo rase quasi al suolo. Per fortuna si salvò la preziosa abside, una felice fusione di diversi stili romanici, da quello locale a quello ravennate, fino ad arrivare a quello lombardo. La sua caratteristica è la forma pentagonale in bozze squadrate, con coronamento di archetti pensili semicircolari, sormontati da una deliziosa decorazione in cotto zigzagante.

La ricostruzione dopo gli eventi bellici permise di riportare alla luce il piano di calpestio e la pianta originali, situati oltre un metro più in basso. Nei restauri fu così possibile studiare la porzione di facciata interrata e riedificare la nuova in maniera verosimile a quella del XII secolo. Sempre durante i lavori furono ritrovate le tracce di due cappelle laterali absidate scomparse, che ribadirono gli influssi architettonici del nord Italia, a loro volta debitori dell’edilizia sacra transalpina e germanica.

Il campanile a torre, rovinato dalle bombe, fu ricostruito a vela come doveva essere in origine.

Il suggestivo interno, a navata unica, ha nella calotta absidale semicircolare una prima particolarità, perché conserva al suo interno dei vasi murati utili forse a migliorare l’acustica.

Nell’altare maggiore si ammira un basamento altomedievale proviene dalla chiesa di Sant’Angelo di Capo di Monte, nella parte estrema del colle di Agazzi. Raffigura l’antica e la nuova “alleanza” tra Dio e gli uomini.

Sulla parete di sinistra si notano due colonne “ofitiche”, ovvero una coppia di colonnine legate con un nodo a rappresentare la Trinità, elemento architettonico che faceva parte del campanile romanico.

A seguire si trova un altare, che in realtà era l’accesso a una delle cappelline laterali. Dal 2013 ospita una pala ispirata agli affreschi di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, realizzata dagli studenti del Liceo Artistico di Arezzo sotto l’egida dei docenti Pierangelo Mazzeschi e Maria Ministeri, in collaborazione con gli artigiani Claudio Francesconi e Luciano Gallorini. L’opera è sormontata da una “Madonna con il Bambino” di autore ignoto sei-settecentesco.

Da notare, sempre a sinistra, una bella “Ultima cena”, bassorilievo ligneo dello scultore contemporaneo altoatesino Conrad Moroder.

A destra, appena entrati, si osservano l’acquasantiera in travertino fatta riutilizzando un capitello forse di epoca classica, e la nicchia del fonte battesimale, che probabilmente era l’accesso diretto alla chiesa dal monastero.

L’altare della parete destra, in origine l’ingresso all’altra cappella laterale absidata scomparsa, conserva il “Sacro Cuore di Gesù” dipinto nel 1943 da Imelda, al secolo Lidia Limonelli Ducci, suora domenicana e pittrice di Talla.

Santa Croce è la chiesa ufficiale del Quartiere di Porta Crucifera, uno dei quattro in cui sono suddivisi la città e il suo territorio durante la Giostra del Saracino.

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