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La chiesa di Sant'Antonio abate, nel cuore di Saione, cela secoli di storia

Quando fu costruita era in aperta campagna, oggi continua a spiccare tra semafori e palazzi

Provate a immaginare via Vittorio Veneto senza i palazzi, i negozi e i semafori che senza soluzione di continuità vi accompagnano fino alle porte del centro storico. A destra e sinistra solo campi coltivati e terreni incolti, solcati da una fondamentale direttrice viaria, che in epoca romana era stata la Cassia Vetus, via consolare lungo la quale erano stanziati i “saiones”, ovvero gli addetti a riscuotere i dazi e le gabelle per chi entrava in città. 
In quella che era divenuta aperta campagna, a causa della tendenza della popolazione altomedioevale ad agglomerarsi all’interno delle mura cittadine o a prediligere le zone collinari, intorno all’XI secolo sorse la chiesa di Sant’Antonio abate

In quel periodo si era intensificata la devozione per il santo eremita del III secolo di origine egiziana, dopo che le sue reliquie erano state trasferite da Jocelin de Chateau Neuf, intorno all’anno Mille, da Costantinopoli nella francese Vienne. In una zona adibita a pascolo era quasi scontato che sorgesse un edificio dedicato al santo protettore degli animali per eccellenza, dove gli aretini del tempo potevano portare a benedire le proprie bestie.
Nel XII secolo la chiesa subì un totale rinnovamento in stile romanico, di cui si ammirano ancora la facciata col piccolo rosone, le pareti laterali, l’abside semicircolare e il cippo che sostiene l’altare. 
Nei documenti del 1483 Sant’Antonio abate risultava unita in perpetuo alla Canonica di Lignano, ovvero l’eremo dei santi Cosma e Damiano.

Nel 1767 Arezzo fu investita da una tremenda epidemia di tifo petecchiale e il luogo venne utilizzato per la sepoltura di 97 vittime della malattia.
Nel 1778, come recita l’iscrizione sull’architrave esterno, si conclusero i lavori di restauro condotti a spese del canonico della cattedrale Paolo Bacci. L’anno successivo venne costruito un elegante campanile a vela secondo i canoni imperanti del periodo. A quella fase risalgono anche gli affreschi dell’aretino Liborio Ermini, purtroppo quasi del tutto persi. Essi raffiguravano “Sant’Antonio in gloria e le storie del santo” nella calotta absidale, la “Cacciata dei diavoli da Arezzo” nella parete sinistra, uno degli episodi francescani più conosciuti, e “Tobia e Tobiolo nell’atto di seppellire i morti” nella parete destra, a ricordo dall’epidemia mortifera del decennio precedente. 
Alla fine del Settecento o agli inizi del secolo successivo Luigi Chiari realizzò una scultura lignea raffigurante Cristo caduto sotto il peso della croce, meglio conosciuto come Cristo di Saione.
Dopo secoli di patronato di famiglie storiche aretine come Testi, Marsuppini e Bacci, nei primi anni del XIX secolo l’edificio passò sotto l’egida dei Centeni Romani, divenendone nel 1861 il sepolcreto. 

Durante la Prima Guerra Mondiale fu utilizzato anche come granaio. Nel 1921, per fortuna, iniziò un primo recupero della struttura medievale con l’eliminazione degli intonaci settecenteschi, che riportarono alla luce le bozze di pietra locale. Nel 1926 si decise di creare una nuova parrocchia dedicata a San Francesco stimmatizzato per il quartiere di Saione in piena espansione. Per una manciata di anni la chiesina divenne quella di riferimento, gestita dai Frati minori. Nel frattempo si progettava il nuovo edificio sacro su progetto di Raffaello Franci. La prima pietra fu posata nell’agosto del 1927 e la consacrazione avvenne il 4 dicembre 1932.  
Negli anni Trenta giunsero la tavola neogotica con “Sant’Antonio abate” del 1933 del toscano Venanzio Bolsi (in alcuni testi locali è citato come Bolzi) e la scultura lignea di “Sant’Antonio da Padova” del 1935 dell’altoatesino Luigi Santifaller.
Nella prima metà degli anni Cinquanta ci fu un nuovo intervento conservativo e nel 1967 l’immobile venne donato dai Centeni Romani alla Provincia toscana dei Frati minori. L’ultimo restauro, terminato nel 1986, restituì al luogo di culto un aspetto vicino alla sua versione romanica. 
Nel 2010, con i nuovi marciapiedi di via Vittorio Veneto, arrivò in dote anche un piccolo sagrato.

Oggi la chiesa, oratorio ufficiale del Quartiere di Porta Santo Spirito, ha assunto il ruolo di “piccolo pantheon” aretino, dove si trovano varie immagini della cristianità a cui i devoti possono scegliere di affidare le preghiere. Le tante candele accese a qualsiasi ora del giorno e la poca luce naturale che filtra nella chiesa creano un fascino che trasporta il visitatore in una dimensione mistica, in totale contrasto con l’edilizia dozzinale che esternamente circonda e soffoca il luogo da decenni.

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